Archivio Ottobre 2008
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
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Posted: 29 ottobre 2008
regia di Christopher N. Rowley – USA 2006 – durata 104’
Primo lungometraggio di Christopher N. Rowley, scritto insieme all’amico Daniel Davis, Quel che resta di mio marito nasce dai ricordi dello stesso regista, o meglio di sua nonna.
“L’ispirazione è venuta da elementi assolutamente autobiografici – spiega Rowley – e cioè da mia nonna Arvilla, mia zia Carol e da un’amica di famiglia, Margene Criddle. Mia nonna in realtà era molto più giovane di mio nonno: quando lui morì, fu come se avesse perso interesse verso le cose di questa vita, e poco dopo morì anche lei”.
Così, Rowley ha voluto realizzare il suo desiderio: dare un lieto fine alla storia e nello stesso tempo creare una commedia agrodolce con delle idee new-age assai efficaci.
Per Arvilla Holden (Jessica Lange) è arrivato il momento di mettersi in viaggio ed andare a rendere le ceneri dell’amato marito all’insopportabile figliastra Francine (Christine Baranski). Alla guida di una bellissima cadillac rossa, accompagnata dalle sue migliori amiche Carol e Margene, inizia un’avventura dell’anima e nello spirito in cerca della libertà.
Si passa dal deserto alle Pianure del Sale, fino al Lago Lowell, scene che tolgono il fiato per la bellezza, per arrivare nel punto più intimo delle tre donne: tener fede ad un ideale: Arvilla, riscoprirsi capace di vivere: Carol, innamorarsi di un uomo: Margene.
La storia è semplice ma non banale. Non la solita commedia piena di sentimentalismo e perbenismo facile, bensì, un road movie dalla struttura libera. Morte, solitudine, sesso occasionale, tutti argomenti che sarebbero all’ordine del giorno, ma relegati al cinema di nicchia, qui, la fanno da padrone. Non a caso, Teodora Film, distribuzione italiana della pellicola, nota per film poco commerciali, ha voluto fortemente l’opera. Affare nato da un caso buffo – raccontano i distributori -
“A Cannes una mattina, ci siamo presi una vacanza di due ore dai film di nicchia per andare a vedere la nostra attrice preferita, Jessica Lange. Quel che resta di mio marito è solo in apparenza una commedia leggera come potrebbero essere Quel mostro di suocera, Il diavolo veste Prada – citiamo non a caso questi titoli che sono rappresentativi del cinema americano di oggi: film matrimonialisti in cui si celebrano i valori più conservatori dell’era Bush. Il percorso morale di Arvilla (Jessica Lange), la protagonista, ci ricorda molto quello di certo free cinema degli anni settanta, per osare un paragone azzardato quello di Jack Nicholson in Cinque pezzi facili o L’ultima corvèe. Arvilla è un’ultracinquantenne che si trova di fronte a una scelta: perdere la casa o perdere un ideale. Contro ogni buon senso decide di perdere la casa, di rimanere senza tetto, pur di non scendere a compromesso con una realtà per lei scomoda. Non c’è possibilità di equivoco: benché (e per fortuna) in chiave di commedia, tutto il film è pervaso da un’ideologia controcorrente, dove trionfa, valore assoluto, la libertà.”
Certo va detto che la sceneggiatura è molto elementare, ma fortunatamente Rowley e Davis non hanno perseguito il lieto fine facile e certo. Inoltre, non c’è nulla di nuovo: il viaggio introspettivo è un’idea stravista e il film richiama fin troppo alla mente Thelma & Louise. Tuttavia un cast d’eccezione è la carta vincente per la riuscita di questa piccola e deliziosa commedia. Tre attrici, premi Oscar di Hollywood. La dolce e determinata Jessica Lange, ancora una delle poche dive notevoli del palcoscenico americano. La precisa e divertente Joan Allen e soprattutto la carismatica, incredibile e bravissima Kathy Bates, trascina tutto e tutti con la sua frizzante allegria. Senza dimenticare però Christine Baranski, attrice versatile presente anche nell’ultimo Mamma mia!
Tutte hanno lavorato molto, insieme al regista, sui propri personaggi, investendo molto e apportando qualcosa di loro stesse sul piano delle emozioni e delle sensazioni intense.
Il risultato è un’opera godibile, senza troppe pretese, caldamente consigliata per una serata leggera.
Posted: 29 ottobre 2008
Il Melangolo editore, 2002 – € 10,00 – pag. 54
"La natura petrigna, con cui si staglia nell'arte del Quattrocento il personaggio di Mantegna, coinvolge tanto le opere figurative quanto la leggenda biografica. E proprio il fatto che essa si caratterizzi per ampie lacune consente all'interpretazione di Saramago di cercar di colmare gli intervalli della cronaca con l'immaginazione propria del romanziere."
Queste parole fanno parte della illuminata postfazione della studiosa Luciana Stegagno Picchio, attenta a cogliere il legame fra lo scrittore portoghese, la sua fantasia, e la vita dell’artista padovano.
L’esistenza del Mantegna infatti è avvolta per larghi tratti dall’oscurità, e la ricostruzione biografica consente a Saramago di accendere una luce in quelle zone d’ombra, e trovarsi lì accanto al padovano, ai suoi sogni, al destino in comune.
Se infatti il tempo traccia un solco enorme fra i due uomini – l’uno vivo nel mondo della materia e dello spirito, l’altro soltanto nel secondo – emerge tuttavia una sorte comune capace di imporsi.
Il Fato in questione non cade dal cielo, né è progetto divino, ma appartiene alla natura intrinseca di colui che sa estrarre dalla materia inerte – si tratti di pietra, colori, immagini o lettere – la terribile intensità dello sguardo del poeta.
Saramago percorre con l’immaginazione le zone oscure del percorso terreno del Mantegna, e tutto appare in ordine, naturale: la fantasia crea quanto la vita negava, ed il risultato non è mistificazione, bensì certezza degli eventi. Nulla di inventato, così ha vissuto l’artista padovano: l’obiezione dei biografi ufficiali può far appello ma è inutile perché solo un grande artista come il portoghese può svelare tramite la propria arte i pensieri negati ai diari, alle cronache, alla storiografia.
L’oscurità biografica è illuminata dalla prosa dello scrittore, la quale traccia in poche pagine il percorso esistenziale e umano del pittore. È auspicabile infatti che umanità ed esistenza si intreccino come ghirlanda di fiori, e trovino destino comune, ma non sempre è così: nel Mantegna di Saramago invece vita e arte si sposano magnificamente e si illuminano a vicenda.
Partendo dall’origine contadina, fino a narrare lo spostamento a Padova sotto la guida del maestro Squarcione, attraverso l’esperienza veneziana e l’approdo bresciano, Saramago fonde l’uomo con la sua opera. Non è vezzo, bensì necessità – e qui si scorge la forza della scrittura del portoghese, dove persino l’elemento più fantastico e inusuale diviene necessario e logico – una necessità imposta non dalla biografia, ma dall’opera.
Mentre osserva e studia i dipinti di Mantegna, egli riflette sulla natura della sua estetica. Il sottotitolo del libretto, “un’etica, un’estetica”, guida il lettore diritto al fulcro del lavoro. L’interesse del portoghese non è quindi principalmente la ricostruzione di una vita frammentata, ma mostrare quanto l’estetica dell’opera si fondi con l’etica dell’uomo e la includa. I tratti della pittura segnano non solo la peculiarità dell’arte del Mantegna, ma ne rivelano la dimensione umana.
Se consideriamo una delle opere più famose, “Lamento sul Cristo morto” (1475-1478, Milano, Pinacoteca di Brera), emerge netta la dimensione petrigna – come suggerito all’inizio della recensione dalla studiosa – ma non solo. La presenza del corpo esanime, i colori tristi e immobili, i volti in odor di morte restituiscono all’osservatore l’anima dell’artista: “Elie Faure disse un giorno che i pittori primitivi ponevano nelle loro opere tutto ciò di cui erano a conoscenza. Mantegna, nella sua pittura, non ha posto solo tutto quanto sapeva, ma anche ciò che più profondamente era: un uomo intero nella sua durezza e nella sua sensibilità, come una pietra che fosse capace di piangere”.
In questa definizione Saramago compie l’operazione di cui scrivevo sopra, ovvero la definizione della vita attraverso l’arte. Il risultato è perfettamente riuscito per diversi motivi: Mantegna fu certamente uomo testardo e scontroso, spesso invischiato in risse e colluttazioni. Il carattere di cui la biografia non è in grado di offrire notizie in abbondanza viene raccontato dal pennello dell’artista.
La forza del tratto, la luce netta del dipinto, rivelano la natura di un uomo duro, ma allo stesso tempo sensibile e delicato: “una pietra capace di piangere”, bellissima immagine capace di sintetizzare pienamente la figura di Andrea Mantegna, ma anche del suo commentatore.
Come raccomanda la Stegagno Picchio, anche il portoghese è riconducibile a tal figura, e forse proprio questa affinità lo ha spinto a occuparsi del pittore padovano.
La bibliografia di Saramago suggerisce un legame non casuale con Andrea Mantegna. Titoli quali “La zattera di pietra”, o “Manuale di pittura e calligrafia”, od ancora “Viaggio in Portogallo” esprimono il legame intenso e forte tra amore della pittura e desiderio di scriverne. Nel primo testo citato, il ricordo del Portogallo, visto come una roccia galleggiante, rimanda a quell’aggettivo petrigno di cui sopra. È lo stesso scrittore a confessare una direzione dell’animo: nel 1999, a Torino, viene pubblicato ‘A estátua e a pedra’, dove si stabilisce il passaggio ad una nuova fase della propria letteratura. “La fase iniziale, egli diceva, era stata quella costruttiva, di erezione della statua: ad esse appartenevano le sue grandi opere del passato, dal Memoriale del convento fino al Vangelo. La seconda fase, di penetrazione, si era aperta con cecità. Ed era una fase di scavo entro la materia, entro quella pietra con cui fino ad allora aveva costruito le sue opere-statue”.
Nella lettura di Saramago della vita di Andrea Mantegna emerge quindi lo stesso autore, la sua passione, l’incredibile capacità di partire dalla storia e creare metafore di vita universale. L’estetica mantegnana, con la sua immobilità, durezza, non cede mai ad un sentimento ostile, ma offre all’occhio un tratto sereno e morbido, esatto e imparziale. In questa volontà di precisione puntuale, vive un’etica personale, quella dell’uomo capace di piangere: fra Saramago e Mantegna si instaura un legame, una affinità elettiva profonda e adamantina, vittoriosa sul tempo degli umani, basata “sulla capacità di immergere le proprie scene di vita in un fluido continuo al di là della linea di fondo: di immergerle nella vita”.
Posted: 29 ottobre 2008
Fazi, 2008 – euro 18,50 – pp. 322
Finalmente in libreria “Ink Exchange”, secondo capitolo della saga iniziata col fortunato “Wicked Lovely”. È la storia di Leslie, adolescente con numerosi drammi familiari alle spalle - la madre scappata dalla brutalità e dall’alcolismo di un padre che non c’è mai, i due hanno un altro figlio tossicodipendente e spacciatore - cui si sono sommati quelli personali il cui punto più nero è l’esperienza dello stupro subito proprio dagli amici del fratello. Sull’ordinario e desolante sfondo delle vicende quotidiane, familiari e scolastiche, si svolge la straordinaria battaglia fra il re della Corte Oscura Irial e Keenan il re dell’Estate, già in ballo nel primo libro della Marr. Entrambi partecipano di una duplice natura che ne fa normali ragazzi nel mondo reale e creature soprannaturali o mostruose nel mondo fatato. Ma tra la realtà unidimensionale e semplice del mondo di Leslie e quell’altrove del Piccolo Popolo stanno figure di raccordo, per metà antropomorfe o una volta umane ed ora abitanti di entrambi i mondi. Tra questi sta Rabbit, tatuatore e amico di Leslie presso il quale la ragazza passa molti dei suoi pomeriggi lontana da casa: la violenza subita le ha tolto sicurezza, col fratello drogato non riesce a stare e così vive un’esistenza alla ricerca di un perché, di un senso, di una ragione che le dia la forza di andare avanti. Finché un giorno decide di cambiar direzione, di iniziare una nuova vita con qualcosa di simbolico che possa testimoniare anche fisicamente quel cambiamento: un tatuaggio. Quello che sceglie da Rabbit è però un’orribile massa oscura con ali ed occhi penetranti. Ne è attratta da subito. Di sera fa la cameriera per poterselo pagare. Rabbit però sembra restio nell’accettare di farglielo e le chiede di sceglierne un altro. Niente da fare, Leslie è ossessionata da quei due occhi maligni. Man mano che il tatuaggio prende forma la trasformazione che si trova ad affrontare sembra molto più che semplicemente simbolica: comincia ad avere quelle che inizialmente immagina siano allucinazioni. Rumori, voci, presenze inquietanti, creature antropomorfo-botaniche o ferine, la spaventano con sempre maggiore frequenza. Il mondo normale sfma in una sorta di enorme visione distorta ed onirica. Alcuni dei suoi migliori amici si comportano stranamente: così Seth e Aislinn - i due ragazzi innamorati del primo romanzo alla fine del quale Aislinn era divenuta regina dell’Estate - sono stranamente evasivi e distanti e Niall, un loro amico più grande e fascinosissimo, tutto d’un tratto le si trova sempre tra i piedi. La guerra nell’oltremondo si è scatenata. Irial deve sfamare la gente della Corte Oscura che si nutre delle sensazioni di terrore che provano gli umani.
La figura deforme che Leslie si è fatta tatuare di propria volontà sulla schiena rappresenta in realtà le fattezze mostruose del re della Corte Oscura. E l’inchiostro che il sovrano in persona ha provveduto a dare a Rabbit - anche lui dunque un suo suddito - è un magico veleno in grado di legare una volta per tutte Leslie e la creatura del disegno in un sodalizio da cui il secondo otterrà nutrimento per sé e per il suo popolo, mentre la giovane sarà lentamente condotta alla morte o ad un’eterna follia. La battaglia nel mondo incantato si sposta infine anche sul piano reale e diviene uno scontro tra il Re del Buio e il Re dell’Estate per la dannazione o la definitiva salvezza di Leslie.
Il libro si dimostra un bel tentativo di esulare dai grandi filoni della nuova letteratura per giovani che si muovono tra le varie forme del fantasy e la fortunata saga di Harry Potter. Rispetto al primo ha in sé la forza dell’attualità e una forte componente introspettiva, nei confronti del secondo manca forse di una precisa qualità letteraria, ma rispetto ad entrambi è sostenuto da una vivace fantasia visionaria.
Posted: 21 ottobre 2008
Einaudi Editore, 1991 – € 14,50 – pag. 221
Poema delirante, canto di un’anima vuota, questa voce monologante inizia la sua agonia nel 1908, quando Pessoa comincia a darle fiato. Opera inedita, accompagnò la vita del portoghese fino alla fine, e soltanto grazie allo sforzo dei curatori oggi siamo in grado di immergere i nostri pensieri in un magma di parole febbricitanti, frammentate, così come la vita dei protagonisti.
Faust infatti confessa la propria pena esistenziale ma non è solo: a lui si accompagna lo scrittore, scheggia di un io disunito, eteronimo, incapace di raccogliersi esattamente dentro un’anima singola.
Il lettore amante dell’opera del portoghese sa che l’intera produzione viene fuori da un baule aperto dopo la sua scomparsa. Egli in vita pubblicò pochi testi, ed il percorso terreno fu inevitabilmente consegnato ad un tempo in cui la vita sarebbe stata assente.
Allo stesso modo è segnata la sorte del poema: “il Dopo” è il tema centrale, accompagna soffusamente ogni pagina, ma il volto non è quello della paura, bensì del vuoto.
La storia di Faust è nota; nel poema qui scelto risalta tuttavia l’animo allucinato del compositore. Negli appunti rimasti e raccolti, è possibile trovare qualche delucidazione sugli obiettivi preposti. Lo schema di stesura rivela la volontà di descrivere l’eterna lotta dell’Intelligenza con la Vita. Gli atti sono cinque, e riferiscono del tentativo di capire la vita, dirigerla, adattarsi ad essa ed infine annientarla. Tutti auspici destinati al fallimento frustrante. Nel primo atto si assapora forte l’intellettualismo del portoghese, e traspare la sua passione per la teosofia, di cui fu attento ed esperto conoscitore. “Il mistero di tutto/si avvicina talmente al mio essere,/giunge così vicino agli occhi della mia anima/che mi dissolvo in tenebre e avvolto/in tenebre oscuramente mi atterrisco”
Questo orrore pervade tutta l’opera: Faust non sa altro che l’abisso di fronte e dentro sé. La Conoscenza è vana, i libri non lo attirano più perché pensare, pensare sempre lo hanno restituito disumano: egli ha ‘reso la sua anima esteriore a se stesso’. Nella confessione traspare il mondo di Pessoa, la scomposizione interiore ed i vari personaggi facenti parte della sua vita fino a prenderne il posto. Privo del Sé, l’uomo non può far altro che cadere nel vuoto, cedere all’abisso senza tuttavia venirne catturato. Non c’è mai coinvolgimento davanti al buio, si è spettatori vuoti, simili a bozzoli morti, e senza speranza di sentire. La mente vacilla e cede il posto alla volontà di guidare l’esistenza, ma tutto è vano. Inutile affidarsi a Dio: “ Condannati senza fine all’eterno errore./Perché non dovrebbe esser questa la realtà?/Perché non dovrebbe esser un eterno fantasma,/ l’astratto e innumerevole velato mondo/ sempre velato e astratto? E la sua stessa/unità un’imprecisione, un tutto indefinito, anzi, un tutto/ dove la verità e l’errore, punti fissi,/ non siano altro che un maggior errore?”
Dirigere la vita è parimenti impossibile, e inutile. Vittime del caso e della malasorte gli uomini soffrono e si strappano i capelli imprecando: Faust resta gelido davanti al nulla. Persino l’omicidio risulta essere solo un atto vano. Corpi morti davanti ad anime morte non significano nulla, entrambi sono vittime. Egli però subisce la disgrazia di non avere l’incoscienza, ma il suo contrario. Dormire, dormire senza sonno sarebbe l’unica possibilità per vivere serenamente. Anche l’amore di donna non sa riscattare la sua anima. Davanti ai sentimenti ‘non ha gesti per saper amare, né anima per togliere, al semplice e vuoto pensare quei gesti, l’orrore che proviene dal fatto che conoscano il mistero’.
Il Mistero sconvolge persino Dio, Lucifero e ogni ente negli infiniti mondi intorno. Il cosmo è gelido e silenzioso, la notte riflette l’oscuro Altro che cancella la speranza di una luce. La coscienza delle tenebre uccidono, non il sentirle, perché ciò sarebbe almeno traccia umana di una vita senziente, ma Faust è solo un fantasma tra persone odiose, perché estranee al vero.
Infine l’azione. Se nulla resta auspicabile forse soltanto il ventre delle bottiglie vuote, lo sguardo annebbiato dai fumi delle taverne e dai bagordi canti d’osteria possono donare un attimo di pace. Annegare nel chiasso, nell’ingorgo della vita, resta unica scelta per tollerare il Mistero.
Nulla da fare. Faust è sempre lui…dovrebbe morire e diventare qualcos’altro, essere disintegrato, smembrato in un nulla di nulla per trovar riposo, mentre adesso vive nel delirio, ed ad esso cede prima di risvegliarsi e trapassare.
Poema di eccezionale impatto emotivo, a tratti epico, consegna il lettore ad un mondo spaventoso ed indicibile, inconfessabile. L’universo di Faust rappresenta la nostra tragedia quotidiana, ma svuotata del piacere liberatorio del grido, dello sfogo disumano davanti al dolore. Tutto il mistero del mondo divora l’animo dell’uomo senza emettere un sibilo, il peso della conoscenza squaterna il cuore e gonfia i polmoni di un pianto mai liberatorio.
L’eterno destino dell’uomo è gelidamente raccontato seppur – come detto – coinvolge la sfera dell’intelligenza prima ancora dei sentimenti. Alla ragione non resta che essere spettatrice della sua impotenza: “Chissà se ancora/ non è più profondo/ di ciò che pensasti/ l’enigma del mondo!/ Chi può mai sapere/ (Orrore, ah, orrore!)/ se in fondo sognasti/ inquieto pensatore!”
Una voce dal profondo nulla – di Dio? Di Lucifero? Di qualcosa d’incomprensibile e mai pensato? – congeda il lettore e l’anima di Faust, figlio della notte, chiamato a sé da madre Morte. In questa ‘tragedia soggettiva’, così la definisce Pessoa, l’astratto ed il metafisico si intrecciano alla polvere ed al dolore terreno più abbietto.
Il grande poeta portoghese trasporta l’indicibile in un poema simile ad un notturno, un canto macabro e meraviglioso allo stesso tempo, in cui vita e morte, conoscenza e ignoranza sembrano figlie di uno stesso essere di cui nulla sappiamo, e del quale forse nemmeno la morte è l’ultima risposta.
Posted: 21 ottobre 2008
regia di Spike Lee – USA 2007 – durata 144’
“Come regista di questo film, sento di non dover chiedere scusa a nessuno. Ci sono diverse interpretazioni di cosa accadde quel giorno, ma un unico fatto sicuro: il 12 agosto 1944, la Sedicesima divisione delle Ss massacrò 560 civili a Sant'Anna di Stazzema. Uomini, donne, anziani, bambini. Questa è la sola cosa certa. Per il resto, non mi preoccupa che la mia pellicola provochi polemiche: discutere del passato, della Seconda guerra mondiale, è sempre un fatto positivo”.
Così, Spike Lee, regista del film tenta di smorzare le critiche che ha suscitato. Tratto dall’omonimo romanzo di James Bride l’opera, ha come centro di messa in scena la seconda guerra mondiale, l’America, l’odio razziale.
Toscana, 1944. Quattro soldati americani Stamps (Derek Luke), Bishop (Michael Ely), Hector (Laz Alonso) e il mastodontico e infantile Train (Omar Benson Miller) appartenenti alla 92ª Divisione "Buffalo Soldiers" dell'esercito statunitense, interamente composta da militari di colore, rimangono bloccati in un piccolo paese al di là delle linee nemiche. I quattro sono rimasti separati dal resto della compagnia, dopo che uno di loro ha rischiato la vita per trarre in salvo un bambino italiano, Angelo (Matteo Sciabordi). Asserragliati sulle montagne toscane con i tedeschi da un lato ed i superiori americani incapaci di gestire gli eventi dall'altro, i soldati riscoprono una dimenticata umanità vivendo tra gli abitanti del paese e con un gruppo di partigiani.
Fin troppo si è puntato il dito sull’episodio ricostruito di Sant’Anna: a provocare il massacro, nella finzione letteraria e cinematografica, è stato un partigiano. Un traditore, al soldo dei tedeschi.
In realtà non è questo il punto. Il film ha più il sapore di un polpettone condito fino alla nausea, pieno di temi estremamente complessi per risolverli in una battuta.
Perciò, finisce col risultare solo un pretesto il doloroso evento della nostra storia: l’eccidio di Sant’Anna. Spike Lee lo tratta come una trovata funzionale al suo film, ma in verità, poteva ambientare Miracolo a Sant’Anna, in qualunque altra nazione, regione e momento storico. I soldati americani di colore, morti ieri per una terra straniera, sono come quelli che muoiono oggi, nelle nuove guerre di conquista, nelle terre d’oriente. Sul banco degli imputati è la grande potenza democratica: l’America. Pronta a mandare a morire, nelle missioni impossibili, solo uomini di colore. Ostile verso i propri figli (quelli di un “Dio minore”) diversi e sottoposti nella loro terra, accettati, amati e capiti in una nazione straniera.
Sembrerebbe che il regista fosse più preoccupato di confondere le acque, facendo “tanto rumore per nulla”, così da non far emergere una verità fin troppo scomoda per la gloriosa America.
Una bella azione di marketing, un lancio sensazionale e il flop inaspettato è servito. Infatti la 01Distribution lamenta i mancati incassi per un film pensato e sperato come storico di successo.
Certo è che tutte le scene di guerra, di scontro, di battaglia sono concitate, bellissime; lo stile, i toni evocano i vecchi film di guerra. Però, mezz’ora in meno, scene lente, superflue tagliate, e il regista avrebbe prodotto un’opera migliore, senza dimenticare dell’inutile tentativo di raccontare un aspetto di quel momento italiano.
I nostri attori risultano un po’ sotto tono rispetto ai colleghi americani, se non fosse per il piccolo Matteo, grande nel ruolo, con l’innocente spontaneità dei bambini. Tutto sommato resta una storia che fa parte di oggi e nei nostri giorni si conclude, in un percorso di purificazione con il solito appello finale alla sicurezza come “bene pericoloso”.
Posted: 13 ottobre 2008
Il Saggiatore, 2006– euro 6,00 – pp. 78
Questo piccolo pamphlet pubblicato in forma di articolo sulla New Left Review conferma già dal titolo la vena sarcastica e anticonformista di uno dei pensatori oggi più celebri, lo sloveno Slavoj Žižek, di cui il lettore ha avuto modo di farne conoscenza tramite la mia precedente recensione. Ne ‘La violenza invisibile’ appaiono chiari i tratti fondamentali di una analisi volta a smascherare la crudele ferocia della politica neoliberista, dei veri fondamentalismi, e l’ipocrisia di una sinistra sempre meno abile nel proporsi quale effettiva soluzione ai problemi del mondo.
Proprio il socialismo, paradossalmente, sembra subire le più pesanti accuse di negligenza, collusione, affarismo: i “comunisti liberali” altro non sono che la faccia nascosta della medaglia di un sistema capitalistico sempre più violento e ingiusto.
‘Contro i diritti umani’ propone una riflessione, seppur sintetica e di breve respiro, su un concetto essenziale per esplorare il pensiero del sociologo nei suoi aspetti generali. Il tema affrontato è quello del diritto universale. Žižek riesce in poche pagine ad investigarlo grazie ad uno stile veloce e conciso, ma soprattutto evocando tramite numerosi esempi i concetti chiave di un discorso complesso e robusto, la cui analisi – inevitabilmente - va supportata con altri testi e saggi, dove i contenuti di un articolo si sviluppano in un contesto maggiormente adatto a meditazioni di tale portata.
Il libro si apre con alcune valutazioni su tre presupposti essenziali, ovvero un’interrogazione del fondamentalismo, della jouissance, e della libertà di scelta. A differenza di quanto comunemente si è disposti a credere, il fondamentalismo non è intrinseco alla cultura musulmana. Reduce del crollo della ex Jugoslavia, il filosofo sa bene che molti viaggiatori e persino prelati di fine Ottocento si trasferirono in Turchia perché “ i Turchi non costringono nessuno a vivere come i Turchi”, mentre l’Occidente cristiano mostrò in quell’epoca il volto sanguinario della repressione e dell’oscurantismo. Con la modernizzazione, ovvero con l’investimento dei Paesi dell’Est di categorie e stili di vita prettamente dell’Ovest europeo, si mettono al bando e si deplorano comportamenti introdotti e sostenuti proprio dai colonizzatori. In un chiaro esempio di inconscio rimosso, l’occidente cristiano trasferisce nell’altro ciò che sente spaventoso dentro di sé. A queste pratiche va aggiunta la più moderna libertà di scegliere: la tolleranza tanto sbandierata dai nostri politici rivela in realtà una subdola insinuazione. “Scegli, sì, ma scegli la cosa giusta”, ovvero comportati in modo da non farmi sentire la tua presenza, e non opporti al mio stile di vita. La donna musulmana è libera di indossare il velo, ma se lo fa, allora porta all’interno della sfera pubblica qualcosa che deve restare personale, quindi è fondamentalista. “ La ‘scelta libera e soggettiva’, in senso ‘tollerante’ e multiculturale, emerge solo come risultato di un processo estremamente violento di sradicamento di ogni particolare Mondo della vita”.
Il godimento di sé, altro fattore fondamentale, è sottoposto alle lenti della psicanalisi freudiana e lacaniana. Il terrorista che vede nell’occidente il nemico impuro e pretende sacrificio e disciplina a scapito di un modo di vivere lascivo e peccaminoso, odia il rivale perché è profondamente e inconsciamente attratto da quel mondo colorato e frenetico. Dall’altra parte, noi dediti ai cocktail party ed al permissivismo sessuale estremo, dobbiamo disciplinare le nostre vite con diete, jogging e stili di vita salutari, per perseverare in comportamenti malsani.
Žižek propone una riflessione seria ed impegnativa, il cui obiettivo è dimostrare che la giustificazione primaria all’interventismo umanitario in favore dei diritti umani nasce in primo luogo da un atteggiamento volutamente ipocrita ed errato da parte dell’Occidente. “ Ma le guerre uccidono e bisogna pur intervenire”: questa obiezione legittima di qualsiasi possibile interlocutore, introduce una risposta di profondo spessore filosofico. Grazie al confronto con intellettuali quali Balibar, Rancière, Adorno ed Agamben, lo studioso sloveno arriva ad affrontare il tema centrale del suo articolo, l’essenza dei diritti umani.
Secondo quanto sostenuto in precedenza, credere all’’umanità’ di una guerra politico-militare mostra di per sé l’ingenuità o la malafede di chi lo pensa: i diritti umani sono in realtà i diritti dei bianchi, ricchi,benestanti desiderosi di operare nel libero mercato senza inibizioni.
A questa valutazione di ordine empirico se ne aggiunge una prettamente teoretica, ma non meno pressante. La divisione fra universalità astratta e realtà concreta dei singoli. La definizione marxista fra realtà formale e esigenza empirica viene sostenuta ma corroborata dalle critiche di Rancière, per definire l’efficacia simbolica esercitata comunque dalla forma sul vissuto.
La divisione del lavoro e l’astrazione che ogni uomo subisce fra ciò che fa e ciò che è, è la base per l’universalizzazione dell’uomo in quanto tale, e centro del discorso qui analizzato.
Questa universalizzazione produce diritti oppure ne è intrinsecamente la negazione?
La risposta di Žižek induce il lettore ad andare oltre i luoghi comuni e a riflettere su nozioni spesso ritenute ovvie e scontate. Il testo qui analizzato richiama altre opere più importanti: “Tredici volte Lenin” e “ Benvenuti nel deserto del reale” evocano il senso stesso del filosofare žižekiano, e la sua missione; integrano inoltre quanto precedentemente affermato in poche pagine e sviluppano i concetti qui analizzati e consegnati al pubblico, seppur avvincenti.
‘Contro i diritti umani’ si presenta in definitiva alla stregua di una introduzione al pensiero del filosofo sloveno ed alle tematiche a lui è più care, ovvero la distruzione del mondo neoliberista e l’affermazione reale di veri diritti umani nel campo della politica: “Proprio quando cerchiamo di concepire i diritti politici dei cittadini senza fare riferimento a diritti umani universali “meta politici”, perdiamo la politica stessa; ovvero, riduciamo la politica a gioco “postpolitico” di negazione di interessi particolari”. L’esistenza dell’universalità è nient’altro che l’individuo privato della sua particolarità e di un suo posto nell’edificio sociale: in un mondo dominato dall’astrazione del libero mercato, osserva Žižek, ciò che sembra a priori e universale è in realtà quanto nega l’individualità ed è un atto assolutamente politico, a scapito di coloro che vorrebbero farci credere in un interventismo disinteressato e apolitico.
Posted: 13 ottobre 2008
regia di Pupi Avati – ITALIA 2008 – durata 104’
Piccolo e prezioso cammeo, Il papà di Giovanna, racconta, con estrema dolcezza, il dramma di una famiglia italiana durante il periodo fascista. La Storia si intreccia intimamente con il vissuto di Michele Casali, professore in storia dell’arte dello stesso liceo frequentato dalla figlia. Siamo a Bologna, 1938-1945, le immagini corrono sul grande schermo per riportare la vita di quegli anni, ma non solo. E’ il racconto di un padre (Silvio Orlando) che ama e protegge in modo disperato, con attenzione ossessiva e presuntuosa illusione, la figlia adolescente (Alba Rohrwacher) psichicamente poco equilibrata. Poi c’è la moglie e madre (Francesca Neri), tenuta fuori, da sempre, nel rapporto padre-figlia. Emarginata nella sua famiglia, troppo attenta alla bellezza per essere ritenuta in grado di “capire”.
La grandezza del film è proprio nel realismo quotidiano in cui i sentimenti prevalgono, soffusi sempre, però, da una estrema delicatezza. I caratteri si mostrano con tutte le necessarie tensioni, tra l’esplosione e il non detto senza mai una frattura.
Pupi Avati ha dato il meglio di sé. Fuori dalla retorica, dalle facili trappole in cui poteva cadere un’opera con una trama così ricca, ci regala un film pacato dove l’accento cade sulle psicologie delle persone. L’attenzione si ferma sugli ultimi ranghi della società, non sulle alte fila.
In una cornice, dove la bella e calibrata fotografia di Pasquale Raciti rende bene il tono dell'epoca, la recitazione dei protagonisti si impone ad ogni scena.
Eccellente quella di Silvio Orlando. Tormentato, travolto, ma sempre umile e dimesso anche se mai rassegnato. Il viso, gli occhi, lo sguardo dell’attore sono struggenti, perfetta simbiosi tra ruolo e personaggio.
Corrisponde con grande sensibilità Alba Rohrwacher, la fragile Giovanna, giovane e promettente attrice italiana che ci continua a regalare interpretazioni superbe. Il candore del viso, gli occhi brillanti, riportano qualcosa di atavico del personaggio: la follia.
Francesca Neri dà vita alla madre inquieta e incapace di accettare il disastro, tuttavia, manca qualcosa in sceneggiatura. Si ha la sensazione che il personaggio sia stato solo disegnato ma non messo a fuoco. Fortunatamente l’attrice lavora con intensità sulla parte, e ci offre un risultato pregevole. “E’ una madre terribile, sono riuscita a calarmi nei suoi panni lentamente – dichiara l’attrice - è stata un'esperienza interessante che però mi ha anche fatto soffrire molto. Pupi mi ha fatto capire che non si può giudicare dall'esterno, certe situazioni bisogna viverle.”
Originale prova la rende anche Ezio Greggio - il poliziotto fascista- coraggioso tentativo di cimentarsi in qualcosa “di altro”. Bellissima è Serena Grandi, un piccolo ma toccante ruolo, inchiodata alla sedia a rotelle, lontana, ormai, nella memoria dei film goliardici anni ’80.
Il papà di Giovanna ha conseguito il premio “Coppa Volpi e Francesco Pasinetti per la migliore interpretazione maschile a Silvio Orlando, il Leoncino D'oro 2008 e Il Premio Padre Nazareno Taddei Sj Alla 65. Mostra Internazionale D'arte Cinematografica Di Venezia. Non ci resta che vedere se il film resterà solo un’opera festivaliero o anche capace di far breccia nel grande pubblico cinematografico.