Archivio Ottobre 2009
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
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Posted: 30 Ottobre 2009
regia di Quentin Tarantino – USA/GERMANIA 2009 – durata 160 mm’
Chi non ha mai sognato, almeno per una volta, di poter cambiare la storia? Avere una bacchetta magica e con un tocco decidere di far cessare il secondo conflitto mondiale o far morire uno dei peggiori dittatori del mondo? Qualcuno ha fatto il miracolo, in celluloide, certo, ma forte e magnetico; un capolavoro tra ironia, sarcasmo e tragedia. Artefice, ancora una volta sorprendente, lo stralunato Tarantino. Possiamo dirlo, e con convinzione, Bastardi senza gloria, è un opera d'arte, il grande sogno che si realizza.
Così il regista, in una grande scena corale, fa fuori, e con gran piacere, Hitler, Goebbels, Goring, Boorman e compagnia. Una favolosa esplosione e via, “le uova marce” saltano in aria con plauso generale. La guerra è finita con un attentato al cinema parigino in cui gli occupanti nazisti e i loro sommi capi proiettano in gran pompa un film di propaganda.
Idea straordinaria per trattare ancora una volta la vergogna tutta europea del XX secolo. Già, perché l’occupazione nazista, lo sterminio del popolo ebraico, le violenze inaudite della guerra le abbiamo digerite davvero in tutte le salse. I più grandi registi si sono cimentati con questa “maledetta storia” ma un film così visionario e seducente non si era mai visto. Onore al regista, che spazia come al suo solito tra generi differenti, sempre fedele a se stesso continua a divertire e stupire.
Stilisticamente in equilibrio fra i nostri giorni e gli anni Settanta, in grado di descrivere la realtà più crudele portandola all'eccesso, Tarantino è ancora una volta il re delle idee accattivanti. Idee che diventano materia prima di uno strumento, la settima arte, che gli permette di dare forma e sostanza a un mondo incredibile.
Coerente il tributo di Quel maledetto treno blindato – 1978, regia di Castellari, negli USA era stato distribuito con il titolo The inglorious bastards – alle rievocazioni del genere anni Sessanta e Settanta: Maccaroni combat e una bella lezione di Robert Aldrich in Quella sporca dozzina.
Siamo di fronte alla storia di una doppia vendetta, cinque capitoli, ognuno dotato di un certo look, due ore e ventotto minuti scorrono veloci e lo spettatore resta incollato alla poltrona tra una risata e un colpo amaro da digerire.
Dicevamo “vendetta”, suprema rivincita di una giovane ebrea, unica sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia. Nessun rispetto della storia vera, ma non ci importa, anzi, è bello sognare accanto alla protagonista che si trasforma in fuoco purificatore con il quale l’ingiustizia e i soprusi vengono spazzati via dalle fiamme.
Stranamente il sangue è ridotto al minimo. A parte qualche scalpo in primo piano, una trivellata di troppo condita da qualche testa fracassata, nessun eccesso, né scene clamorose ad effetto, solo una sceneggiatura superba e una fotografia magistrale.
I dialoghi, caustici e serrati, garantiscono la tensione sempre viva, sono la vera forza del film. Non da meno i protagonisti, da Pitt a Christoph Waltz. Lo straordinario attore tedesco che interpreta il colonnello viscido e poliglotta delle SS, il “Cacciatore di ebrei”, è senz’altro il migliore tra tutti. E non poteva che essere premiato al 62 festival di cannes (2009), per la migliore interpretazione maschile.
Ma il divertimento è assicurato anche con la bella parodia del Führer, interpretato da Martin Wuttke perfettamente a suo agio nell’invasato e scombinato dittatore.
E così il cinema è il vero trionfatore. Fumetto visionario di grande compattezza narrativa, trascinante, spensierato e colorato, mescola con forza diverse produzioni di genere: film di guerra, western, melodramma, commedia. Una favola come nessun’altra: “C’era una volta la Francia occupata dai nazisti, un gruppo di soldati ebrei combattenti e una bella spia infiltrata…” – quanta amarezza però lascia nel cuore. Perché, si sa, solo nelle favole è possibile il lieto fine che ci fa sognare ad occhi aperti.
Ci piace concludere con le ultime battute del tenente Aldo Raine: “Questo potrebbe essere il mio capolavoro”, laconico, parafrasando, senza alcun dubbio l’idea del regista.
Posted: 30 Ottobre 2009
Gli articoli scritti in questi anni hanno sfiorato temi fra loro assai diversi. Una costante metodologica, tuttavia può esser rintracciata nella volontà di decifrare il mondo contemporaneo, svelandone le bassezze, i crimini, ed i tentativi sempre più riusciti di omologazione di massa. Oltre a testi di politica e storia, ho cercato di analizzare opere del mondo letterario la cui bellezza ed intelligenza hanno smascherato la patina di conformismo e banalità che la società attuale incoraggia e conferma. Il termine "ideologia del denaro", può esser giustamente utilizzato per indicare quell'edificio culturale al quale le recensioni presenti hanno tentato di dare una spallata.
La suddetta mentalità è stata esemplarmente definita da Canfora in 'Democrazia, storia di una ideologia'. Egli sottolinea che: "il culto della ricchezza (nel quale rientrano anche i miti sportivi), ha creato - ed è questo forse il maggior suo successo - la società demagogica perfetta. La manipolazione involgarente delle masse è la nuova forma della «parola demagogica». Proprio mentre sembra favorire, attraverso lo strumento mediatico, l'alfabetizzazione di massa, essa produce - e il paradosso è solo apparente - un basso livello culturale oltre che un generale ottundimento della capacità critica [...] I grandi creatori di pubblicità sono dunque i veri e a loro modo geniali «intellettuali organici» della vincente dittatura della ricchezza. [...] Essi indirizzano milioni di utenti a simpatizzare per quelle forze che gridano con santo sdegno: «lasciateci godere della nostra ricchezza!», e come unica «ideologia» trasmettono il più sollecitante dei messaggi: «cercate di diventare come noi!» Al potere incontrastabile dell'«ideologia della ricchezza» si associano altre mitologie di massa: i grandi «miti analfabeti», di cui lo sport è forse il massimo esempio, divenuto infatti ormai, non a caso, un fattore direttamente politico, oltre che unica occasione di mobilitazione delle masse."
Il prodotto finale di questo processo feticistico è riscontrabile nel calo d'interesse per la politica attiva e nella diminuzione drastica delle affluenze durante le elezioni. I meccanismi complessi e confusi di selezione dei deputati, l'incomunicabilità sempre maggiore tra partiti e società reale si manifestano palesemente.
Se l'informazione e il mondo della cultura inducono a credere che l'unica possibile soluzione ai propri problemi e la sicurezza sociale non derivano da risposte serie del mondo politico (e la politica con la sua astrattezza e trivialità conferma che ognuno di noi in fondo si deve arrangiare da solo), allora l'uomo si affida a quell'altro luogo il quale - casualmente! - sempre gli stessi mezzi di informazione presentano come porto sicuro e fonte inesauribile di fortuna: il mondo del denaro e del successo.
Dentro Ideologia del denaro e politica di massa
di Andrea Comincini
L'imperativo scritto su pietra alla luce del sole è chiaro: il denaro è vita - la tua vita è unica - pensa unicamente al denaro. Se il mondo è sull'orlo di una catastrofe ecologica, o due miliardi di persone (un terzo dell'umanità) vive sotto la soglia della povertà, la risposta dell'Occidente civilizzato sembra unicamente fondarsi sull'organizzazione di qualche brunch dove i più volenterosi lasceranno delle donazioni generose per liberarsi la coscienza e farsi buona pubblicità.
Questo tipo di attivismo, osserva _i_ek, costituisce un perfetto esempio di interpassività: fare cose non per raggiungere un obbiettivo ma per evitare che qualcosa davvero succeda, che qualcosa cambi sul serio. Il frenetico attivismo delle classi abbienti, politicamente corretto, si basa sulla formula "_cerchiamo di modificare alcune cose, in modo che, globalmente, tutto resti sempre uguale'. [...] Le persone, drogate dal mito del successo e tradite dalla politica, vivono in questa sottomissione psicologica il cui effetto è far credere al malato di essere in realtà libero e felice. Per esser più precisi: libero di poter essere felice....Basta darsi da fare. L'essere di una persona si fonda ormai sul possesso, la merce. È uno status sociale avere macchine lussuose, abiti firmati, gioielli esclusivi. Anche i bambini vengono sottratti all'innocenza e trasformati subito in piccoli consumatori con abitini alla moda, cellulare, ciabattine da mare di Dolce e Gabbana ai piedini ecc. ecc. Mentre al tempo degli schiavi i neri catturati subivano la tortura delle catene e sognavano la libertà, oggi la maggioranza della gente è felice di mettersi in fila per seguire il pifferaio magico che la porterà nel baratro".
Come ho cercato di dimostrare negli articoli qui redatti, il capitalismo agisce in maniera subdola sulle coscienze (probabilmente è uno dei pochi aspetti più originali del capitalismo stesso dal dopoguerra in poi in Europa. Dell'America...meglio tacere), illudendo le persone a desiderare ciò che in realtà le condanna. Esso ormai usa la forza solo ai confini dell'Impero o al suo interno in casi estremi: l'opinione pubblica infatti ha comunque assimilato certi valori fondamentali di rispetto e giustizia, ed è meglio non mostrare scene cruente a cuori sensibili... Il lavoro sporco lo si attua in Medio Oriente o in Sud America; in Europa, grazie al vento di democrazia che ha spazzato via i regimi totalitari ed alle battaglie sociali per i diritti dei lavoratori, è meglio usare altri metodi.
La manipolazione delle anime e la trasvalutazione dei valori sono in definitiva due atti consequenziali e necessariamente correlati: soltanto attribuendo al denaro la fonte del successo e della felicità, e solamente inculcando questo principio con tutti i mezzi di comunicazione a disposizione, il capitalismo si assicura nuovi schiavi e per di più volontari convinti.
L'obiettivo nella presente sede anelato altro non fu che tentare di ricollocare il mestiere dell'intellettuale, e la sua opera, fuori dal circuito del merchandising e della cultura di massa, al fine di tentare una nuova alfabetizzazione delle coscienze.
La democrazia, in un mondo ormai totalmente omologato, può ritrovare la sua ispirazione originaria solamente in quelle poche persone ancora capaci di ragionare liberamente, e avversarie accanite del Leviatano che ci sovrasta.
Il fine di questi articoli è stato quello di provare ad offrire un po' di acqua fresca nel deserto dell'informazione quotidiana: se qualche pianta crescerà e darà frutti, allora il sottoscritto si riterrà più che soddisfatto.
Posted: 26 Ottobre 2009
Nutrimenti 2009 - euro14,00 - pp. 96
Pubblica libercoli di bella fattura e sempre al limite del “lecito” la raffinata Nutrimenti che, con questo “Breviario per aspiranti terroristi” – le illustrazioni sono di Pierre Marquès – irrompe nell’iperletterario che fu di mastro Manganelli: lo spazio della letteratura dell’eversione, qui intesa nella sua doppia significazione. Novanta pagine divertenti ed astute ove in scena vanno il “negro” Virgilio e il padrone. L’iniziale sudditanza coatta del primo si trasforma però, velocemente, in un rapporto didattico, quasi socratico, fra studente e insegnante.
E le lezioni iniziano dall’ideale del terrorista: “Gli idealisti, mio caro negro, i capelloni, i pacifisti, sono la feccia dell’umanità. Non hanno miai risolto né prodotto né ottenuto proprio niente perché si concentrano solo sull’ideale, che per sua stessa definizione è irraggiungibile. Non osano. Per realizzare i loro sogni dovrebbero passare all’azione ma non ne sono capaci. Dicono: bisogna fare questo e quello, gli uomini dovrebbero essere fratelli, le armi dovrebbero essere eliminate, la televisione fare cultura, i libri essere gratuiti, i poveri ricchi, i ricchi generosi. E in fondo, Virgilio, stanno insultando te, che sei povero e sfruttato. Pensaci. Fare discorsi che con la loro inefficacia perpetuano l’ordine costituito non significa forse insultarti? Credimi, Virgilio, gli idealisti sono i migliori alleati del sistema. Meglio un nemico idealista che un nemico con una granata in mano. La nostra causa, Virgilio, la nostra Idea, se preferisci, è una granata”.
Il sogno di ogni attentatore però è il risultato finale, l’enorme gesto simbolico, la Grande esplosione: “Se vuoi dedicare la vita alla distruzione e agli artifici, devi trovare qualcosa con cui riempire il vuoto e il silenzio che seguono l’esplosione. Altrimenti non avrai ottenuto e distrutto un bel niente. Affinché una cosa esploda davvero, affinché scompaia, è compito dell’artificiere non solo collocare l’ordigno ma anche dare un nome al vuoto che questo crea, riempirlo: altrimenti, in una forma o in un’altra la cosa distrutta tornerà alla luce”.
E come scegliere l’obiettivo? Qualcosa di plateale ed enorme chiede Virgilio, un ministero o un’ambasciata. Già visto. Forse sarebbe opportuno far saltare in aria gendarmi ed esattori. Nemmeno: “Inoculare la rabbia a un cane poliziotto, cospargere di allucinogeni le ostie di San Pietro, introdurre una prostituta sifilitica in una caserma la sara di un incontro di calcio o la legionellosi nei climatizzatori dello Stato maggiore dell’esercito è molto più semplice ed efficace. Dai libero sfogo alla tua immaginazione, Virgilio, e potrai agire con brio e in piena impunità”. “Il terrorismo è innanzitutto immaginazione al potere. Pensa, Virgilio. Il segreto sta tutto qui: gettare uno sguardo nuovo attraverso vecchi buchi della serratuta”.
Dopo le dieci lezioni, veri e propri precetti – (avere una causa da difendere, avere un lato mistico, essere un po’ artisti, avere rispetto dei testicoli, saper convincere, saper scegliere un obiettivo, giocare a Commando, essere un tantino zoofili, sapersi sacrificare per la causa, essere un cuoco provetto, cui segue l’epilogo avere un messaggio per l’umanità) –, Virgilio infine raggiunge il maestro, ed apprende che il perfetto
terrorista è, assieme, artista, cuoco e chimico.
L’andamento d’una prosa limpida e quasi socratica raccoglie un elenco d’istruzioni su una base d’enorme ironia. “Breviario per aspiranti terroristi” è in primis un’opera comica e terribilissima, che affianca una serie di valutazioni sui nostri tempi alla scelta della soluzione finale in una forma talmente piana e normalizzante da scatenare, spessissimo, un largo sorriso. Tra i rovesciamenti, i paradossi e lo humor nero di Swift, De Quincey e Manganelli, questo vademecum sovversivo potrebbe, a buona ragione, rititolarsi “il terrorismo come una delle belle arti”.
Posted: 20 Ottobre 2009
regia di Kevin Tancharoen – USA 2009 – durata 120 mm’
Nella giungla dei revival poteva mai mancare l’ennesimo reimake dello stranoto Saranno famosi? Certo che no, peccato che tutto sia così ovvio e la storia sia solo un pretesto per mostrare le nuove tecniche di ballo o generi musicali all’avanguardia. Ben vengano i nuovi talenti, quando ci sono, e anche le belle lezioni di duro lavoro per guadagnarsi un posto al sole. Il messaggio è certamente positivo, in controtendenza per questo decennio di veline e letterine, “Ragazzi, studiate e lavorate sodo per raggiungere i vostri sogni, nessuna scorciatoia, solo duro lavoro!”
Ecco la rinascita di Fame. Nel mondo dei reality televisivi e della celebrità istantanea, con una generazione abituata alla trasmissione della vita in TV o sul web, il film predica la concezione di un successo reale e duraturo. La carriera, qui, si costruisce sul possesso di un talento innato che va coltivato con una rigida disciplina.
Ed è proprio il regista Kevin Tancharoen a spiegare di aver voluto “ri-creare” Saranno famosi solo per ispirare i giovani e mostrare il sudore e l'impegno degli artisti nelle prove prima di poter arrivare alla performance sul palco. “Sono sempre stato un fan del film originale, anche se la concezione di famaè cambiata drammaticamente negli ultimi 25 anni”. – afferma il regista col produttore Rosenberg – “il nostro intento era quello di seguire ogni personaggio durante i quattro anni di frequenza alla High School. Ma non volevamo imitare pedissequamente il film originale; volevamo che i personaggi fossero nuovi e moderni. Quando Alan Parker ha fatto il primo film il tipo di fama era probabilmente più legato al talento di quanto non lo sia oggi, e infatti lì era viva la percezione che solo la dedizione completa e il duro lavoro conducano al successo. Questo è ancora vero, ma oggi l’idea che si possa diventare una celebrità senza avere talento è piuttosto diffusa.”
Unico neo: purtroppo siamo lontani anni luce da quel film culto di Alan Parker.
Già, Tancharoen non è che faccia un lavoro degno del suo predecessore, del resto può vantare come esperienze passate le coreografie di un tour mondiale di Britney Spears, per non parlare della regia di Dancelife, reality show prodotto da Jennifer Lopez. Insomma, Fame - Saranno Famosi rimescola le carte della High School Musical e cerca disperatamente nuovi ‘talent movie’ ma ne risulta un’accozzaglia di idee che restano a galla solo in superficie.
Così ecco un bel sogno condito da tanti luoghi comuni. Il narrato è inconsistente, la sceneggiatura è ridotta all’osso, mancante del pur minimo tentativo di approfondire i personaggi che restano solo abbozzati. Una serie di clichet terrificanti: la ragazza introversa, il ragazzo di colore arrabbiato con il mondo, la ragazza troppo protetta dai genitori che poi si ribella, la ricca piena di talento ma annoiata dalla vita e via dicendo.
Centrata invece la scenografia accompagnata da un’ottima coreografia (Marguerite Derricks) pronta a fissare luci, colori e movimenti delle sequenze più ritmiche. Già, perché qui è il ritmo a tenere banco (almeno in alcuni passaggi). Scorrono scene dove i dialoghi sono stentati e banali, una noia mortale, poi, quando si lascia libera la musica e la danza, il gioco è fatto. L’energia esplode, la luce si accende e il ritmo invade sulle note della splendida musica di Denise (Naturi Naughton) o sull’incredibile voce di Marco (Asher Book).
Bravi i giovani attori che recitano coralmente tentando di ricostruire quei primi anni 80, quando i sogni di successo di un’intera generazione di giovani coincidevano con i sogni di successo della prestigiosa scuola di danza Performing School of Arts. Dunque onore al cast scelto, davvero sopra la media pur essendo formato da giovani più o meno sconosciuti, bravi sia presi individualmente che quando lavorano come gruppo.
Il revival Fame, come anticipato, ricalca le orme di Alan Parker (nominato a sei Academy Awards e vincitore dell’Oscar per la migliore colonna sonora e per la miglior canzone). Peccato però che si abbia la sensazione di guardare la brutta copia di un capolavoro, ma d'altronde i tempi cambiano e noi se proprio vogliamo pensare alla grande Performing School possiamo accendere la TV e guardare Saranno famosi alla De Filippi. Tutta un’altra storia!
Posted: 20 Ottobre 2009
Edizioni Einaudi 2005 – euro 12.00 – pp. 355
Le lettere raccolte (8 sett. 1943 – 25 aprile 1945) nel presente volume rappresentano un documento inestimabile, unico, di quel tragico periodo caratterizzato dalla lotta di liberazione. Nell’Italia dilaniata dal conflitto civile, schiacciata dai vili seguaci del nazifascismo, uomini di ogni età, educazione, residenza geografica e credenza politica si sono uniti per un ideale di giustizia e pace, per una Italia libera, pagando con la vita.
Davanti a questi incartamenti, ogni parola rischia di essere inopportuna, retorica, scontata. Pagina dopo pagina, riga dopo riga, l’atteggiamento più consono sembra essere il silenzio.
La morte crudele, le violenze vigliacche, le efferate improvvise esecuzioni a danno di padri di famiglia, donne, ragazzini, pesano sugli occhi del lettore, che resta basito. Appare sempre incredibile infatti guardare in faccia l’orrore della violenza infame: impossibile che il nostro Paese abbia vissuto momenti così tristi e scellerati, ma purtroppo la storia è lì a testimoniare. Sì, è accaduto, e questi uomini e donne sono qua a ricordarlo.
Leggendo le lettere dei condannati a morte per parenti, figli, mogli o amici, non si avverte soltanto la mancanza di parole davanti a tanto coraggio, ardore, sete di giustizia e di libertà, ma si vive un profondo senso di mortificazione, di vergogna, a guardarci oggi intorno e a scorgere l’assenza di eroismo, educazione civica, ideali collettivi.
Chi si lascerà accarezzare dalle tragiche eppur bellissime lettere qui custodite sentirà crescere dentro un profondo senso di appartenenza per individui mai conosciuti, eppur fratelli e sorelle, e comprenderà cosa vuol dire morire per un ideale. L’Italia redenta, l’Italia unita e salva dagli aguzzini nazisti rappresentò per molti la rinuncia agli affetti familiari, ad una vita tranquilla, al futuro insieme ai propri figli. In una sentita introduzione a cura di Gustavo Zagrebelsky e nella bellissima, toccante prefazione di Enriques Agnoletti, si sottolineano due momenti decisivi che segnarono la difesa del suolo patrio: prima di tutto, questi eroi combatterono anche per quanti invece si chiusero nel loro egoismo, godendo successivamente dei frutti di quella battaglia senza alzare un dito; secondo, purtroppo trasmettono una distanza fra noi e loro che dovrebbe far riflettere noi cittadini su cosa la nostra collettività è diventata.
Si è parlato di opportuno silenzio e indignazione: proprio le osservazioni appena annotate ci fanno capire il perché di quanto scritto. Davanti al degrado giornaliero e all’eroismo dei partigiani la vergogna di aver tradito il loro sacrificio dovrebbe spingerci a tacere. Silenzio per rispetto delle vittime, certamente, ma indignazione gridata a voce ferma verso coloro che quell’eroismo vorrebbero mistificare o sminuire. Le parole, i volti che furono sfigurati da plotoni di esecuzione devono incidere ancora nella realtà quotidiana, ed insegnare a noi tutti cosa vuol dire essere uomini, cosa sia l’onestà, la giustizia, l’amore.
Leggendo le Lettere di condannati a morte della resistenza italiana
(Edizioni Einaudi 2005 – euro 12.00 – pp. 355)
di Andrea Comincini
«Cara mamma, mi devi perdonare di questo grande dolore che ti reco. Lo sai, io sono sempre stato comunista, e per questo devo pagare con la vita».
Molte sono le confessioni riportate su pezzetti di carta simili a questa. Fogli sparsi, incisioni su muri, perfino su tozzi di pane, custodiscono come un tesoro le ultime parole dei condannati a morte.
Il libro è un documento inestimabile, un testo da rendere a mio avviso obbligatorio da leggere nelle scuole d’Italia, perché oltre a raccontare il dramma della guerra, può insegnare ai giovani i più alti valori che ogni uomo dovrebbe nutrire nel cuore. Sono pagine drammatiche, ma intrise di purezza. Così scrive in prefazione Enzo Enriques Agnoletti: “possano queste parole, questa purezza, restare in noi ogni volta che pensiamo a quel tempo, a quei fratelli le cui voci sono e saranno tanto più vive delle nostre. Ascoltiamole”
Ascoltiamole: l’invito non è solo per chi legge, ma per la comunità intera. È un appello all’azione, a conservare una memoria sempre più minacciata da revisionismi vari, che vorrebbero i morti caduti per liberare l’Italia uguali a quelli alleati del Nazismo e complici diretti della fine di tante persone.
Queste voci sono di operai, sarti, ingegneri, carabinieri, metalmeccanici, contadini, intellettuali. Non ci sono distinzioni di classe davanti al mostro nazifascista, e tutti sono chiamati a compiere il proprio dovere. “Il dovere”, infatti, riecheggia continuamente nelle pagine qui riportate, e ad esso si accompagna l’onestà. Spaventa la maniera in cui oggi tale devozione venga guardata con incredulità o addirittura con sospetto, ma resta lì, imperterrita, davanti ai nostri volti come uno specchio.
Achille Barilatti, di anni 22: “Mamma adorata, quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande […] Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste. Viva l’ITALIA LIBERA! Achille”; Ignazio Vian, di anni 27, scrive su un pezzo di pane “CORAGGIO MAMMA” prima di esser impiccato senza processo. Sul muro della cella, scritte col sangue, le seguenti parole “MEGLIO MORIRE CHE TRADIRE”.
Le voci raccolte sono tutte degne di esser riportate, e conseguentemente si rimanda direttamente al libro, dove una nota biografica introduce e spiega l’esistenza di questi eroi. Fra di essi, commuovono e colpiscono particolarmente le confessioni di giovani semi analfabeti, o privi di istruzione. Contrariamente alle lettere degli istruiti, si rimane toccati dalle sgrammaticate grida d’amore per la patria, dalla difesa dell’idea di onestà e giustizia a volte maldestramente espresse, ma per tal ragione ancora più vive e commoventi. In ogni persona, una grande serenità, tranquillità per aver assolto il proprio dovere.
L’Italia tutta, i suoi figli, dal più colto al meno scolarizzato, hanno mostrato che coraggio e onestà non dipendono dal grado di istruzione, ma appartengono al cuore delle anime nobili, a chi preferisce rinunciare al potere, al denaro per ideali di giustizia e libertà.
Un’Italia oggi lontana, ma per questo ancora più presente, ancor più da onorare e tramandare ai nostri figli. Un’Italia per cui vale ancora la pena lottare.
Posted: 10 Ottobre 2009
regia di Dominic Sena – USA 2009 – durata 1h38mm’
Antartide. Siamo nel continente più isolato della terra, 90 gradi di latitudine Sud, 0 gradi di longitudine Est. Sei milioni di miglia quadrate di ghiaccio, sei mesi di oscurità. Qui l’agente federale Carrie Stetko ha scelto di nascondersi dal suo passato, ma la situazione sta diventando sempre più pericolosa. Unica rappresentante della legge in questo territorio spietato, è stata incaricata di indagare su un cadavere rinvenuto nel ghiaccio. Il primo omicidio dell’Antartide, che la porterà a scoprire segreti a lungo sepolti sotto una coltre senza fine di ghiaccio. Purtroppo per lei, questo non è un caso di rapida soluzione. Anzi, si complica ancora di più quando punta l’attenzione sugli altri due membri della squadra, principali sospettati o prossime vittime del killer.
L’inverno si avvicina e Stetko si mette sulle tracce dell’assassino, prima che sia lui a trovarla.
Ma nel biancore dell’Antartico non riuscirà a vederlo fino a che non sarà forse troppo vicino. A tentare di proteggerla arriva l’investigatore dell’UN Robert Pryce, cattiva sorpresa per la giovane agente. Lei, infatti, non vuole un partner, le ricorda un trauma ancora non superato, i suoi segreti ora non potranno più esser mantenuti. Presa tra il freddo e il killer, alcuni frammenti della difficile storia iniziano ad emergere, mentre gli avvenimenti si fanno sempre più drammatici.
Costato 40 milioni di dollari, il film ne ha incassato appena 8 in 10 giorni di programmazione, ed è già fuori dalla top10. Trasposizione cinematografica di una celebre graphic novel con Kate Beckinsale protagonista, diretta da Dominic Sena, basata sull’omonima scritta da Greg Rucka e disegnata da Steve Lieber. (pubblicata nel 1998 dalla Oni Press, a cui ha fatto seguito un secondo volume nel 2000).
Incubo bianco
(regia di Dominic Sena – USA 2009 – durata 1h38mm’)
di Sonia Scorziello
Whiteout è un film semplice con pretese da thriller.
Se non fosse per lo straordinario paesaggio polare, tutto da vedere nella bella fotografia di Chris Soos, Incubo bianco sarebbe di una noia agghiacciante. Già, la storia è fin troppo prevedibile e ovvia. Neanche a fine primo tempo si intuisce che c’è una talpa da scovare (facile prevedere l’infiltrato), il che, per un thriller è tutto dire.
Per non parlare poi dell’inizio, quando la bella Kate Beckinsale sfila le sue curve dalla tuta per una sequenza completamente inutile. E che dire del seguito tra amputazioni e rovinose confessioni? Ma non sveliamo tutto e lasciamo al pubblico la curiosità di giudicare l’ultimo pseudo fiasco della Warner Bros.
Intanto però chiariamo che siamo alle prese con la storia dell’agente federale Carrie Stetko (Kate Beckinsale), intrecciata all’azione e al mistero. Lei, donna intelligente e forte, nasconde un pesante fardello dal passato che le complica vita e lavoro.
Viene dall’assolata Miami, proprio là è successo qualcosa che ha messo in dubbio il suo istinto e l’ha portata a domandarsi se poteva continuare quel lavoro. Così, ritiratasi in mezzo al nulla, ha la sventura e fortuna di imbattersi in un misterioso delitto.
Certo non mancano le azioni da super agente, lotte corpo a corpo col cattivo di turno, ma la suspense proprio non regge. Dalla sceneggiatura poco coinvolgente derivano i personaggi ancor meno caratterizzati. I dialoghi sono sterili, malgrado gli attori facciano del loro meglio per dare credibilità, i ruoli restano dei campioni stereotipati.
C’è da dire però che sulle ambientazioni il regista Dominic Sena centra in pieno l’obbiettivo. Voluti anche dai produttori, i paesaggi esterni di Manitoba, Canada, sono i veri protagonisti di Whiteout.
Si sente la forza dell’Antartico imporsi come personaggio onnipresente nella storia, bellissime le immagini del deserto bianco mai viste prima in un thriller. Così come le sequenze dell’Antartide, il biancore tanto forte da impedire la vista della linea dell’orizzonte. Molto dinamica la fotografia aerea della base o l’atterraggio in condizioni estreme del Twin Otter.
“Sono sempre stato un grande fan della striscia di Whiteout e amavo la sua ambientazione” ha rivelato il regista. “L'Antartide non è un luogo molto frequentato dagli artisti; è poco esplorato 'visivamente' e mi ha sempre affascinato. Certo è un ambiente decisamente brutale per farci un film; essendo un luogo isolato e praticamente disabitato è molto difficile da rappresentare sullo schermo. Inoltre non credo che ci siano molte storie che si possano adattare a quel tipo di paesaggio; forse La cosa è stato l'ultimo film ambientato tra i ghiacci polari. Questo è il motivo per il quale ho scelto di accettare la sfida. Girare lo stesso film a San Diego o a Los Angeles (a prescindere dal fatto che avrebbe tradito la trama originale) non sarebbe stato altrettanto interessante”.
Come una giusta cornice, anche la scenografia offre il suo apporto al quadro visivo. Curata nei minimi particolari, dal centro di ricerca pensato come una base spaziale, alla vecchia base di Vostok visibilmente più vecchia e in cattivo stato con il suo aspetto anni 60/70’.
L’idea di Incubo bianco è nata dalle ampie ricerche di Greg Rucka e Steve Lieber. Insieme hanno creato il romanzo grafico “Whiteout”, candidato agli Eisner Ward, da cui è tratto il film. Definendo il continente “un deserto senza sabbia”, Rucka, che è anche produttore esecutivo del film, dice: “L’Antartico ha una sua bellezza, è spettacolare, ma terrificante, non si può mai abbassare la guardia. Anche se c’è il sole, improvvisamente il vento arriva a 130 miglia all’ora. Non puoi affrontarlo senza precauzioni, dimenticando cosa c’è là fuori”.
E il regista fa il suo meglio per cogliere quel mondo imprevedibile, tanto da far capire come ritrovarsi nel whiteout è come perdersi nel buio.
Certo un bel salto per Sena da quel lontano 1993 e da quei videoclip girati per Janet Jackson. In sedici anni due film: Fuori in 60 secondi, Codice: Swordfish, pressocchè sconosciuti, ed ora l’ultima fatica. Peccato non sia un capolavoro, ma almeno ci lascia guardare e ammirare il meraviglioso spettacolo della natura.
Posted:10 Ottobre 2009
regia di Dario Piana – U.K. 2007 – durata 90’
Nominato il miglior lungometraggio dell’After Dark Horrorfest di quest’anno, Le morti di Ian Stone è una sorta di tripudio, a volte mancato, sensoriale e visivo, diretto dall’apprezzato regista pubblicitario italiano Dario Piana.
Sette settimane di lavorazione iniziate il 2 luglio del 2006, tra i dintorni di Londra e poi sull’Isola di Man, per dipanare una storia che soprattutto all’inizio risulta un po’ostica.
Una notte il giovane Ian Stone (Mike Vogel) incontra una misteriosa creatura che lo uccide spingendolo sotto ad un treno senza nessuna ragione. Ian si risveglia ritrovandosi in un’altra vita. E’ un’altra persona, ha un lavoro differente e non ricorda nulla, o quasi, della vita precedente finchè non viene ucciso ancora dalle stesse creature, e così via. Ogni giorno muore per ritrovarsi in una vita peggiore di quella passata. Si può morire, risvegliarsi, rimorire e ancora risvegliarsi in un eterno girone di morte-vita? Certo non nella vita reale, ma se osserviamo il film come una semplice ma giusta metafora, allora diventa possibile. Rischiamo di morire ogni giorno se non siamo capaci di vincere le nostre paure. Moriamo lentamente se non abbiamo forza di scegliere e di vivere ogni giorno come fosse l’ultimo. Ed ecco le spaventose creature, “i Mietitori”, capelli lunghi e fluttuanti a renderli vivi, ma soprannaturali e terribili per le loro mani, e non solo. Si fanno strada nelle lugubri scene del film, e altro non sono che le paure, le debolezze cresciute giorno dopo giorno fino a diventare mostruose dentro di noi. Vivere e amare, questa è la soluzione offerta dal film per salvarci da una “non vita” terribile. Certo il tema è introspettivo, originale, mai visto sul grande schermo interpretato con immagini così fantastiche, peccato però il più delle volte sembra di essere proprio in un fumetto dark.
Le sembianze dei mostri ricordano quelli di Harry Potter, infatti siamo più nel genere fantasy a tinte fosche, che in un horror vero e proprio.
La struttura narrativa rimanda a Ricomincio da capo di Harold Ramis, ma offre allo spettatore una trama diversa, sufficientemente singolare e in grado di staccarsi dall’onda dei remake.
Dispiace tuttavia vedere che alla terza “vita” la sceneggiatura comincia a diventare meccanica e ripetitiva. Difficile spaventarsi o sorprendersi per un finale a sorpresa (che sorpresa non è). Fortuna che il film capitalizza sulla notevole esperienza maturata da Piana in campo pubblicitario e cerca di limitare i danni di una sceneggiatura (Brendan Hood) a volte troppo circolare e reiterata. Buono invece il ritmo imposto dalla regia, discreta e aderente la prova di Mike Vogel. Interpreta un ragazzo qualunque, non un supereroe: “Ian è una persona credibile, normale, ordinario reale – sottolinea Dario Piana - al punto che quando lo vediamo per la prima volta all’interno di un incubo, ci preoccupiamo per lui. E’ necessario che il pubblico lo ami e si dispiaccia per lui. Non mi reputo un regista di film dell’orrore o raccapriccianti, ma sono semplicemente un regista. Nella mia lunga carriera di regista pubblicitario, ha fatto tante cose buffe, tante cose visive e tante commedie. Vengo dal mondo dei fumetti e quindi c’è sempre un’ispirazione comica nel mio lavoro. Mi piace la fantasia e un film dell’orrore è un’opportunità fantastica per esplorarla a patto di usare dei veri personaggi e di non ricorrere a degli stereotipi. Mi piace questo film perché è basato sui personaggi. Mi è piaciuta subito la storia perché è ambientata nel mondo normale anche se ad un certo punto si trasforma in un incubo. Tutto diventa più scuro, più cupo ma è sempre il nostro mondo”.
Girato con “soli” 11 milioni di dollari, Le morti di Ian Stone offre un bel repertorio di trucchi, protesi e costumi. Senza naturalmente dimenticare l’ottimo montaggio in chiaro scuro della fotografia di Stefano Moncaldo. E ancora, gli effetti speciali di Stan Winston, anche produttore, risollevano le sorti di una pellicola che avrebbe potuto rendere molto di più.
Nelle sale italiane il prossimo 18 luglio, staremo a vedere se a colpi di sequenze spericolate e varie trasformazioni, il film riuscirà ad essere un successo commerciale estivo.
Posted: 10 Ottobre 2009
Soho Crime 2009 – euro 16.97 – pp. 336
Romanzo imponente, d’ambiente e d’argomento nordirlandese, ma di più ampio respiro. Complessa la trama, articolata su piani narrativi paralleli e fitta di accadimenti tutti necessari allo svolgimento del thriller.
Maggio 2007. Gerry Fegan, 45 anni, ex killer paramilitare repubblicano, a Belfast ovest è leggenda. Dopo 12 anni nella prigione di Maze, passa i pomeriggi a bere nel pub di Tom. È strano, sta sempre per conto suo. Alcuni dicono che parli da solo. Ha però il rispetto dell’intera comunità cattolica e il timore da parte dei protestanti. È un eroe. Con un segreto inconfessabile: lo accompagnano ovunque - dal pub agli inebriati rientri domestici - un gruppo di ombre; fantasmi che affollano le stanze che abita, svegliandolo di notte con urla e pianti strazianti. L’unico parziale palliativo all’angoscia è, appunto, il bere smodato. I dodici sono infatti onnipresenti e si confondono ai contorni della vita reale, divenendo presenze quasi familiari per Fegan. “The twelve companions”, “the shadows” o “the followers” sono: cinque soldati - tre dell’esercito britannico e due dell’Ulster Defence Regiment (UDR) -, un poliziotto del Royal Ulster Constabulary (RUC), due Lealisti dell’Ulster Freedom Fighters (UFF) e quattro civili nel posto sbagliato al momento sbagliato (un ragazzo, un macellaio e una madre col bambino in braccio). Da sette anni, da quando è uscito di carcere, lo seguono senza sosta. Fegan passa perciò le giornate al pub, inerte, in balia delle ombre, dell’alcol e della gente che gli parla dietro. Finché una sera lo raggiunge Michael McKenna - ex commilitone e ora, con il processo di pace in corso, con una poltrona a Stormont, nella Northern Ireland Assembly - per parlargli a quattr’occhi. Giunti a casa Michael lo rimprovera: lui è Gerry Fegan, eroe repubblicano e modello per i giovani ed ha passato 12 anni in prigione per la causa e perciò non deve sentirsi un criminale e lasciarsi andare al bere. La gente dice di averlo sentito parlare fra sé e sé. Allora Gerry gli svela l’arcano: parla con la gente che ha ucciso. Quella mattina ha incontrato la madre del ragazzo che, anni prima, McKenna aveva ingiustificatamente trucidato a martellate. A lei Fegan ha rivelato l’ubicazione del cadavere del figlio, nella speranza che il suo fantasma lo lasciasse. Ma niente. In quello stesso momento però Fegan nota un movimento fra “i dodici”: proprio “il ragazzo” si avvicina a McKenna formando una pistola con le dita, puntandola alla testa del politico e mimando un colpo. Dopodichè indica il piano di sopra, dove Gerry lo segue: dal fondo di una vecchia scatola Fegan prende una Walther P99 e finalmente comprende. Conduce McKenna al porto e lo fa fuori, assicurandosi di non lasciar tracce. Meno uno: restano undici “followers”.
Principia così l’escalation di vendetta di Fegan. Una vendetta che compie non per proprio desiderio o volontà, ma per conto dei “followers”. Uno dopo l’altro, le ombre puntano simbolicamente le dita alla testa di torturatori, poliziotti corrotti, addirittura un uomo di chiesa, di politici e dell’alter ego di Fegan, Davy Campbell: le morti inattese dei primi due ex IRA scuotono i piani più alti dell’ambiente politico, sino ad arrivare all’orecchio del Ministro di Stato del Nord Irlanda: la morte violenta di McKenna minaccia il fresco equilibrio del processo di pace che sostiene le poltrone a Stormont. Sul versante politico locale si muove invece Paul McGinty che mira proprio a un posto al Parlamento di Belfast. Ad entrambi i livelli si decide di far seguire, e poi uccidere, Fegan. I due gruppi di mandanti si affidano al killer scozzese Davy Campbell - ex Black Watch - al servizio della parte inglese e che fa il doppio gioco con McGinty.
Al funerale di Michael McKenna, Gerry Fegan incontra Marie, nipote del defunto e isolata dalla comunità cattolica per uno scandalo sessuale con un poliziotto della RUC (Royal Ulster Constabulary) Con lei inizia una piccola storia sentimentale.
Tra le vittime della vendetta di Fegan c’è Vincie Caffola al cui funerale McGinty, per cavalcare l’onda di consenso popolare, dà la colpa ai poliziotti inglesi. Durante il rito le ombre dei tre civili uccisi (il macellaio e la donna col bimbo in braccio) puntano le dita contro lo stesso McGinty e “i tre soldati britannici”, impensabilmente, fanno lo stesso nei confronti di Father Coulter che pronuncia l’elogio funebre (si scoprirà esser reo di non aver impedito la loro uccisione per paura). Quella stessa sera Fegan accompagna Father Coulter a casa ma non lo uccide, confessandogli invece ansie e segreti.
The Ghosts of Belfast – Stuart Neville
Soho Crime 2009 – 16.97 – pp. 336
di Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai
La seconda parte si apre con McGinty che dà a Campbell il compito di andare, assieme a Coyle, a spaventare Marie: deve farlo per non passare da debole fra la gente che deve sostenere la sua scalata a Stormont; ma Fegan li aspetta. Ne segue una breve lotta interrotta dall’arrivo della polizia che porta Gerry al City Hospital ove un poliziotto (informatore di McGinty) lo interroga e lo picchia a sangue. Dietro lo sbirro si muove però l’ombra del “RUC”, le dita puntate.
Campbell, che ha una sorta di timore-ammirazione nei confronti di Fegan, tenta di ucciderlo ma non vi riesce ed è costretto a rivelargli che McGinty è il mandatario e che Father Coulter ha raccontato le sue confessioni. Campbell riesce a scappare e Fegan si reca a casa del prete e gli pianta il coltello nel cuore. Restano sei “followers”.
Marie, Gerry e Ellen scappano a Cushendum, sul mare del nord. Il luogo è incantevole e la pace “familiare” che vive con la donna e la bambina, scatena in Fegan il desiderio di normalità. Ma pure lassù le ombre non lo abbandonano: anche il RUC vuole la sua vendetta sul poliziotto corrotto. Allora Fegan torna a Belfast e lo uccide nella macchina di McGinty. Meno cinque.
I media danno la notizia della morte del sacerdote e della scomparsa di madre e figlia così il padrone della locanda li denuncia e Coyle e Campbell rapiscono le due per portarle nella tana di Bull O’Kane (vecchio terribile addestratore dei giovani soldati dell’IRA ora organizzatore di combattimenti di cani e produzione illegale di combustibili agricoli). Lì c’è anche Paul McGinty che, informato del ritrovamento nella sua macchina del poliziotto morto e dei conseguenti problemi politici che ne seguiranno, vuol porre riparo consegnando Fegan ai poliziotti e ai media. Ma O’Kane non è d’accordo: vuole uccidere Fegan il traditore, e farne un esempio. Due mondi, due sistemi a confronto, il vecchio terrore e la nuova diplomazia. Campbell viene scoperto nel suo doppio gioco e legato e massacrato di botte fin quasi alla morte.
Fegan riceve la telefonata da Marie: sono prigioniere. Arriva alla fattoria dove dopo molti colpi di scena, sparatorie e colluttazioni, uccide Campbell, liberando così gli “UFF” e, alla fine anche McGinty (colpevole, anni prima, di aver organizzato l’attentato alla macelleria di Shankill road. Gerry lo soffoca e profisce la frase che la madre del primo ragazzo gli aveva detto (che è anche il fulcro simbolico del libro): “Tutti prima o poi pagano”. Il macellaio e il bimbo sono scomparsi ma, incomprensibilmente, resta la donna che gli si avvicina, le braccia alzate, la mano a formare una pistola alla tempia di lui. Fegan estrae la pistola e se la punta alla fronte. A fermarlo ci penserà Ellen e la donna-ombra con la parola “misericordia” sulle labbra, scomparirà. Il libro si chiude al porto di Dundalk dove Gerry e Marie si separano e lui nella sottile pioggia gelida se ne va senza alcuna ombra che non sia la sua.
In patria il romanzo è stato accolto come prima mirabolante fatica e gode già di ampissima pubblicità da parte di scrittori importanti come Ellroy e Connolly. Più semplicemente mi pare che la vicenda si presti a una lettura a più livelli: sullo sfondo delle vicissitudini storico-politiche del peace process che vede la questione nordirlandese spostarsi dagli atti di guerriglia e terrorismo sul tavolo del parlamento misto di Stormont, sta la vicenda intima del protagonista e dei comprimari attorno ai quali il mondo sta cambiando, lasciandoli un po’ come pezzi da museo. Su codesta duplice base, inevitabilmente rievocatrice della più sanguinosa storia recente, si inserisce la vena più thriller e macabra del romanzo: violenza e terrore si intrecciano e incontrano la realtà e la memoria, ma toccano al contempo la regione delle anime morte. C’è forse un po’ di “Sesto Senso”, ma il libro regge dalla prima all’ultima pagina con costante intensità.
Il romanzo gira attorno all’idea di peccato e pena. Fegan, uccidendo i mandatari delle sue vittime, al contempo si libera dei propri fantasmi e del mondo che fu: ognuna delle persone ammazzate non vuole giustizia diretta, su di lui, terribile quanto mero esecutore, piuttosto ne cerca i mandatari, i collaboratori o i silenti che non hanno impedito l’ingiustizia. Un atto forte d’accusa al vecchio sistema. Ormai non c’è più posto per gente dalle maniere forti: sembra questa la sentenza di Neville. C’è perciò spazio per la “mercy”: l’ultima anima esercita su Fegan una misericordia libera, rompendo così la necessaria catena di vendetta e regalandogli la speranza di una vita normale, un po’ come l’Irlanda, finalmente affrancata dalla violenza del terrorismo. Non è il solito libro sulle vicende legate alla questione irlandese. È piuttosto un bel triller, a forti tinte nere e con un set politico moderno (post conflitto e analitico delle più recenti vicende). Belle le atmosfere: dai pub chiassosi alle silenziose strade di Belfast. Dialoghi serrati e sempre d’effetto. Ma l’accento va sulle caratterizzazioni dei protagonisti, Fegan e Campbell. Il linguaggio crudo, brutale e spesso volgarmente irlandese è pienamente in linea con setting e personaggi.
Posted: 10 Ottobre 2009
Ist. Editoriali e poligrafici, 1997 – Euro 120,00 – pp. 596
“Le ricerche sulla letteratura classica hanno da tempo abbandonato il "paese della bellezza pura": nessun poeta o prosatore greco viene più letto sub specie aeternitatis, né estraniato dal contesto socio-politico della città in cui visse e dell'uditorio per il quale compose. Nel campo della storia della filosofia antica, e soprattutto della più antica da Talete al giovane Empedocle), il passo è stato fatto a metà, e non da tutti, gli studiosi più illuminati sono arrivati a mettere i presocratici arcaici in rapporto con la polis in generale, ma molto raramente con le singole poleis nelle quali quei sapienti non solo vissero, ma (come attestano fonti indiscusse) ebbero posizioni politiche di primissimo piano; e quasi mai si sono domandati in qual misura l'uditorio cittadino (così determinante in età pre-letteraria) condizionasse i contenuti del loro discorso”.
Da queste premesse è possibile comprendere il lungo lavoro filosofico, filologico e storico-critico che ha accompagnato una delle più importanti opere di Antonio Capizzi intorno alla filosofia greca.
Cimentarsi nella riscrittura della storia del pensiero delle origini infatti non richiede soltanto una vastissima conoscenza dell’argomento, un possesso delle fonti ineguagliabile ed una lucidità sistematica di primo livello, ma anche il coraggio di scontrarsi con il mondo accademico ufficiale e le sue verità assolute.
Nella Repubblica cosmica egli analizza tutta la nascita della filosofia, stabilendo in maniera chiara e definitiva l’inconsistenza di una tradizione – quella da Aristotele giunta fino ai tempi moderni – che ha tramandato le dottrine senza collocarle nell’esatto contesto storico, ma abbandonandole ad astrattismi, paradigmi concettuali vuoti, astrazioni di vario genere, manipolazioni intenzionali. Il danno arrecato, osserva Capizzi, non viene subito dalla cultura in sé medesima, ma si allarga alla formazione stessa delle coscienze, al modus vivendi delle persone. Studenti e giovani educati a non cogliere le differenze ma a perdersi in formule metafisiche, non perpetrano solamente degli errori metodologici, ma condannano le proprie menti a smarrire il contatto con la storia e le sue verità.
In questo lavoro invece il lettore potrà finalmente respirare un’aria nuova, e conoscere come e perché è nata la filosofia.
Attraverso la Repubblica cosmica
(Città del Sole edizioni, 2004 – Euro 9,00 – pp.126)
di Andrea Comincini
Le biografie della maggioranza dei filosofi classici – da Talete a Eaclito, da Parmenide a Platone – hanno nel corso degli anni subito una trasmutazione ad opera di curatori anche di fama internazionale. Questi uomini vengono sempre più descritti come anime nobili lontane dalle umane cose, intenti ad occuparsi dello Spirito, senza dar peso alle banalità quotidiane. Spesso, ad esempio nel caso di Platone, si insinua l’idea che tutto il suo pensiero sia un viaggio poetico verso il cristianesimo alle porte qualche secolo dopo.
Oltre naturalmente a trasformare tali pensatori in personaggi caricaturali, l’operazione condotta è deprecabile per due motivi fondamentali: il primo perché si tradisce la dimensione politico-geografica dove le loro energie si sono spese. Molti di essi infatti parteciparono attivamente con cariche pubbliche alle vicende cittadine; secondariamente, si tenta di imporre l’idea per cui la filosofia e i suoi principali protagonisti siano vissuti dentro torri d’avorio, a speculare su problemi privi di peso nel mondo degli uomini reali.
Ne La Repubblica cosmica, grazie all’intenso lavoro di Capizzi, il lettore potrà finalmente comprendere non soltanto l’indissolubile legame fra filosofia e politica della poleis, ma anche la normalissima umanità di chi si dedicò a scrivere o parlare di filosofia. Il tratto caratteristico di questi uomini, infatti, è la loro totale dedizioni ai problemi politici intorno a loro, alle vicende dello Stato in cui vivevano, alle sue debolezze, alle guerre tribali.
La filo-sofia nasce in un contesto storico per affrontare problemi autentici. È in tal quadro che si sviluppano le idee di Platone, Parmenide, Aristotele, Leucippo, Isocrate ecc.: fuori da tale cornice non c’è conoscenza veritiera, ma speculazione.
Il discepolo di Socrate, osserva Capizzi, cambiò spesso opinione e gusti, a seconda di chi sosteneva, o voleva sostenesse le proprie idee; Aristotele impose il suo modello ai presocratici, eludendo il tema della storicità del loro pensiero, per creare una tradizione a conferma di quanto favoriva concettualmente.
Nel libro è possibile rintracciare l’esito di una effettiva ‘guerra’ di posizioni, ma anche le verità storiche da cui i ragionamenti proposti hanno fondato le loro radici. Il risultato è un’opera corale, di vastissimo respiro, dove la storia delle idee viene compresa nella genesi ma anche nel successivo sviluppo. Capizzi non dimentica infatti che la nozione a noi insegnata oggi di questa disciplina è l’esito di una vittoria di una fazione su un’altra. Il lettore potrà scoprire leggendo il testo l’intrigante sviluppo delle vicende; a me non resta che raccomandare nuovamente un interessantissimo lavoro, a cui nessuno studioso o amante della filosofia dovrebbe rinunciare.