All’improvviso il minotauro – Marie Helene Poitras

(Yorick libri, 2008– euro 16,00 – pp. 156.)

di Andrea Comincini

All'improvviso il Minotauro

Romanzo d’esordio della scrittrice quebecchese, Sudain le minotaure ha subito suscitato giudizi entusiasti, ed è riuscito a ricevere molti premi, quali il prestigioso Prix Anne-Hèbert al Salone del libro di Parigi.
L’immediato successo oltreoceano, nonché naturalmente in patria, non è casuale, ma affonda le radici in un terreno molto fertile.
Negli ultimi anni la letteratura canadese, ed in particolare del Quebèc, ha visto affacciarsi alla ribalta giovanissimi scrittori di indubbio talento. I temi da loro trattati sono dei più vari, e arrivano a raccogliere le testimonianze persino dei popoli nativi, come avviene per la Mestokoscho e la sua poesia dedicata al popolo Innu, a cui appartiene. Più in generale, è possibile e auspicabile per il lettore europeo scoprire il fascino e l’energia di questi artisti per la loro insolita ed incredibilmente viva capacità di esplorare la vita e le intrinseche contraddizioni.
Il caso di M. E. Poitras è emblematico. Il suo libro infatti tratta di un argomento certamente presente nella letteratura mondiale, ma in un’ottica originale e fortemente alternativa: la violenza sulle donne, anche attraverso lo sguardo del carnefice. Con sorprendente delicatezza e consapevolezza narrativa, Poitras analizza le dinamiche dello stupro tenendo conto della sensibilità della vittima e dell’universo emotivo del suo violentatore. Tale dicotomia, che si trasforma infine in una duplicità testuale e stilistica, appare sin dalle prime righe sconcertante, ove si intende letteralmente ‘capace di scompigliare e rendere il mondo differente’.
La forza narrativa del testo informa lo stile e viceversa: difficilmente i libri d’esordio di qualsiasi autore riescono a catturare l’attenzione del lettore senza trascinar con sé mancanze o lacune dovute all’inesperienza.
La Poitras, al contrario, è padrona del discorso e della propria tecnica, e conduce per mano la fantasia ed i pensieri di chi si impegna nella lettura. La prima parte del romanzo, dedicata alla mentalità dello stupratore, scuote veramente e sinceramente per la grandezza con cui l’autrice descrive la psicologia malata di un uomo crudele ma contemporaneamente indifeso.
Non vi sono luoghi comuni o paternalismi nell’opera della canadese: se il maniaco è il mostro dentro un labirinto – psicologico, sociale, famigliare – la descrizione delle dinamiche intorno la sua persona, i paesaggi della giovinezza, la crude realtà dell’emigrazione nei paesi del Nord America, smaschera una trama oscura più generale, un mondo cupo in cui tutti quanti noi cadiamo nelle maglie del Minotauro, stavolta simbolo di una mancanza di unità interiore dentro ogni uomo.
Il carnefice descrive la sua iniziazione al sesso, i primi stupri, la cattura. Sembra un animale da preda braccato, ama solo la moglie e odia il genere femminile, con cui si sfoga, punendolo, dell’orrore dentro di sé.
La canadese descrive l’universo inumano del pazzo, e trasforma i paesaggi in oggetti carnali, palpabili, persino sensuali. E come persiste la dicotomia della scrittura, così emerge quella interiore, che scova anche nel Minotauro qualcosa di umano, esattamente come nel mito.

Dentro il labirinto - All’improvviso il minotauro

(Marie Elen Poitras Yorick libri, 2008– euro 16,00 – pp. 156.)

 

Accanto al mondo dei violentatori esiste quello dei violentati, delle vittime. Mentre il lettore è ancora avvolto dalla ferina bestialità del Minotauro, viene portato in un ambiente nuovo, anche dal punto di vista psicologico, quello di Ariane. È lei una delle creature a cui il mostro ha rivolto il suo sguardo. Il nome di lei richiama naturalmente l’Arianna di Teseo – ancora la mitologia penetra la realtà contemporanea e non la abbandona – ma il suo destino è differente. Giovane delicata e riflessiva, attenta osservatrice e profondamente autoironica, viene travolta nella sua stessa abitazione dall’onda disumana della violenza, con un esito differente dalla precedenti prede del cacciatore. La diversità del fatto accompagna l’anima del personaggio e ne forma il carattere. La scrittura abbandona le tinte forti della prima parte e dipinge cieli sfumati di viola, prati, paesaggi fiamminghi. Ariane è la giovinezza che salva il mondo, ma tale potere è sempre minacciato. La violenza che prova lascia i suoi segni soprattutto nell’anima. Un lento cammino di liberazione – la ricerca del filo che la conduca fuori dal labirinto – è la costante affannosa prospettiva di ogni mattino in seguito al risveglio.
Dopo un evento simile, tutto è differente: il mondo, le persone con i loro sguardi, le mani che ti stringono. La violenza dell’umanità straccia le vesti dell’Io e lascia l’identità nuda e indifesa.
Fortunatamente sulla scena appare un Teseo, un giovane delicato e gentile, nordico dai lineamenti femminei, che accoglie la vittima e ne accarezza le sofferenze.
Ariane ama viaggiare, ed in questo duplice tragitto, interiore ed esteriore, conquista giorno per giorno un pezzo di normalità. Anche in lei emerge la dicotomia sopra accennata, ma rispetto al carnefice prende la forma di una distanza dal mondo, di una barriera mentale che la rende differente e protetta, ma anche distante. Sarà la bestialità del mostro, la crudele entrata in scena del ‘principio di realtà’, a cambiare le carte in tavola, e a rendere il romanzo, nel suo complesso, veramente interessante e aperto a molteplici interpretazioni.
M. E. Poitras esordisce magistralmente sulla scena letteraria, senza cedere alla narrazione cruenta o sensazionalistica, ma affidandosi esclusivamente ad una scrittura sensibile e avvincente, delicata e forte. La capacità di descrivere l’animo umano, l’essenzialità della caratterizzazione psicologica, e la evocatività dei paesaggi e degli arredamenti urbani, fatti di acciaio fango e edifici aberranti – inversamente proporzionali alla descrizione di parchi, cieli azzurrini e riflessi dell’iride – fanno sperare in una carriera lunga e fortunata e priva di cedimenti.
L’unità narrativa corrisponde ad un cosciente possesso delle tecniche stilistiche in grado di emozionare il lettore o deprimerlo: è certamente una promessa per la letteratura quebecchese, e l’augurio che i suoi successivi romanzi siano all’altezza di “All’improvviso il Minotauro”, è anche l’auspicio per noi lettori di non perdere l’occasione di un viaggio attraverso una scrittura originale e persuasiva.