I nietzscheani di sinistra – Jan Rehmann

(Odradek Edizioni, 2009 – euro 20,00 – pp. 235.)

di Andrea Comincini

I nietzscheani di sinistra

L’autore di questo scritto, Jan Rehmann, insegna Teoria sociale alla Union Theological Seminary di New York e Filosofia alla Libera Università di Berlino, e come la stragrande maggioranza degli studiosi seri è conosciuto in un circolo di specialisti del settore. I Nietzschiani di sinistra tuttavia si presta ad una lettura in grado di coinvolgere anche il grande pubblico, sia per lo stile preciso e sintetico, sia per l’importanza’sociale’ oltre che accademica, del contenuto del suo lavoro.
Il sottotitolo, “Deleuze, Foucault e il postmodernismo: una decostruzione”, sembrerebbe indicare un ambito di ricerca estraneo alle preoccupazioni quotidiane gravanti su ognuno di noi, ma non è così: la tendenza postmoderna a non focalizzare seriamente sui fattori determinanti la nostra esistenza non elimina la loro influenza ma anzi la rende ancora più invadente. Rehmann, partendo da una analisi certamente filosofica, richiama ad una interrogazione che interessa l’intera società nei suoi processi più profondi.
Stefano G. Azzarà, studioso serio e traduttore dell’edizione italiana, presenta il libro in una stimolante introduzione cogliendo in maniera puntuale proprio questo aspetto. L’uso fatto da Nietzsche in Italia, specialmente dopo il ’68, non può essere meramente risolto nelle mura di un dibattito universitario fra eruditi, perché ha creato delle ripercussioni nella società civile di cui a tutt’oggi si pagano gli effetti. Persino chi non ha letto Nietzsche, o l’ha fatto senza approfondire, ne ha subito il fascino indiscusso, trasformandolo in una icona politica del ribellismo di sinistra.
Ma la lettura di Nietzsche consente veramente la sua elevazione a simbolo della sinistra rivoluzionaria? Il fallimento, o per lo meno il forte ridimensionamento dei risultati ottenuti dal movimento sessantottino, spinge a chiedersi se questa debacle fosse già implicita anche e soprattutto nell’uso inappropriato del pensiero del filosofo tedesco.
Ciò che evidenzia Azzarà, e naturalmente Rehmann nell’intero suo studio, è indiscutibilmente l’aspetto reazionario di un pensiero postmoderno disinteressato alla analisi rigorosa e dialettica della società. “E’ possibile ricostruire una teoria filosofica e politica di sinistra a partire da Nietzsche?”
La risposta dell’autore evidenzia due aspetti fondamentali: il ribellismo di sinistra e il tentativo di andare oltre il marxismo per approdare ad una filosofia della differenza non produce nessuna liberazione, ma anzi crea un indistinto magma di forze tutte allo stesso livello, quindi solidali con il potere costituito; il confronto diretto delle opere di Nietzsche e dei migliori strumenti critici offerti dagli studiosi del pensiero nietzschiano (come Losurdo), dimostra che la sconfitta era prevedibile perché l’arbitrarietà dei pensatori francesi, così ambigua e sommaria, esprime una debolezza i cui effetti inevitabilmente vanno a minare le basi su cui fondare una teoria del cambiamento sociale.
Il pensiero di Nietzsche, sottoposto alla seria critica filologica, avvalora indiscutibilmente una volontà aristocratica il cui odio per il socialismo, le masse, la democrazia non trova eguali nella storia del pensiero reazionario.
Come possiamo notare, l’uso politico di Nietzsche, seppure a sinistra e tralasciando per un attimo la legittimità di una scorretta esegesi, conserva inevitabilmente i batteri dell’aristocratismo e veicola qualsiasi rivolta – seppur in buona fede – ad un epilogo dai tristi contorni.
Nel suo bel libro Rehmann offre al lettore la possibilità di interrogarsi su ciò che Nietzsche abbia realmente voluto dire, e sulla operazione di travisamento – voluta e cercata – compiuta da Deleuze e specialmente da Foucault.
Dentro “I nietzscheani di sinistra” – Jan Rehmann
(Odradek Edizioni, 2009 – euro 20,00 – pp. 235.)
di Andrea Comincini

“Rehmann mostra come questi discorsi [dei filosofi della Gauche] siano ben poco fondati in una lettura rigorosa dei testi nietzschiani e soprattutto, lungi dal costruire il presupposto per un rinnovamento della critica del dominio e della società capitalistica, siano del tutto solidali con l’offensiva ideologica neoliberale e le sue concrete pratiche di sottomissione politica e sociale”.
Siffatte parole esprimono perfettamente l’obiettivo dell’autore, ovvero smascherare l’aspetto conservatore e fondamentalmente disimpegnato della cultura postmoderna di ispirazione nietzschiana. Ma quali sono, secondo Rehmann, i capisaldi di un tale fraintendimento? Dove si annida il ‘misunderstanding’?
I concetti ‘pathos della distanza’ e di ‘differenza’ – ereditati da una rilettura della volontà di potenza e dalla distanza schiavo-padrone in Nietzsche - evidenziano palesemente questa confusione. Lungi da essere strumenti di liberazione ed emancipazione, essi si riducono a metafora di espressioni nietzschiane la cui valenza è contraria a qualsiasi obiettivo democratico.
La differenziazione si riduce ad una inutile presa d’atto dell’esistente, e nega il valore di ogni negazione determinata, dialettica, in un contesto emancipatorio dai connotati storici. Un altro grande torto che si compie infatti nell’ambito delle filosofie sottoposte qui a giudizio è la banalizzazione della storia e delle istanze in essa presenti.
D’altra parte, osserva ironicamente Rehmann, è da questi filosofi esplicitamente dichiarata la volontà di trasformare, manipolare, “usare” Nietzsche a seconda delle esigenze, che sembrano in definitiva rivolte alla distruzione della dialettica ed al superamento del marxismo.
La prima parte del libro è dedicata a Deleuze, ed è notevole non soltanto la padronanza degli argomenti dell’autore ma anche la perfetta disposizione stilistica dei contenuti, mentre la seconda, su Foucault, è più articolata ma ugualmente imponente per l’acutezza dell’analisi e delle prove a sostegno. Tale frammentarietà non è da considerarsi un difetto ma la conseguenza della intera analisi del pensiero foucaultiano, certamente complesso e flessibile.
I nietzschiani di sinistra propone in definitiva una analisi intelligente e pertinente di una tendenza filosofica la cui importanza va oltre il semplice ambito accademico perché, come su descritto, è arrivata a influenzare persino gli striscioni degli studenti universitari in rivolta. Rehmann ed il suo lavoro meritano una attenzione particolare per la vivacità della prosa, la pertinenza delle risposte ed infine va ringraziato per la cura dell’impianto bibliografico da cui si può partire per una ricerca autonoma delle fonti e degli argomenti citati.
La fine delle grandi narrazioni, il superamento della metafisica verso un futuro dalle magnifiche sorti proclamato con enfasi negli anni passati – osserva Rehmann – non ha lasciato altro che macerie: un fallimento dovuto alla mancanza di approfondimento, di attenzione filologica, di narcisismo intellettuale dal quale questo libro ed il suo autore sono indiscutibilmente emendati.