Jack Ritchie, È ricca, la sposo e l'ammazzo
(Marcos y Marcos, 2001 - euro 9.30 - pp. 211)
di Mirko Zilahy De Gyurgyokai
Nato a Milwaukee nel febbraio 1922 Jack Ritchie partecipa alla Seconda Guerra Mondiale sulle isole Kwajalein, nel Pacifico. Lì, per ammazzare la noia delle lunghissime giornate militari si appassiona alla letteratura gialla e del mistero. Nel 1952 inizia il connubio con l'agente letterario Larry Sternig grazie al quale, dall'anno successivo, inizia a pubblicare racconti sul New York Daily News. Di qui innanzi, con il picco degli anni Cinquanta, una carriera fittissima di pubblicazioni su giornali e periodici - tra cui The Philadelphia Inquirer e Smashing Detective Stories - mentre nei Sessanta e Settanta collabora col celeberrimo Alfred Hitchcock Mystery Magazine scrivendo più di 120 racconti, alcuni dei quali ripresi dal maestro del brivido per la propria serie televisiva.
In Italia, a prendersi la briga di pubblicare gran parte di quei mini capolavori di genere è la collana "Le Foglie" di Marcos y Marcos, ove sono ospitate anche La vittima dell'anno, Un uomo al guinzaglio, Le tasse, la morte e tutto il resto, Approssimativamente tuo, Un metro quadrato di Texas e Il caro prezzo della privacy. Nella presente raccolta, originalmente datata 1971 e composta da 12 racconti di diversa misura, si sfrutta sapientemente, a mo' d'eco adescante, il titolo italiano del celebre film con Walter Matthau e Elanie May, "È ricca, la sposo e l'ammazzo", ispirato al qui presente "Una nuova foglia".
L'ambientazione sempre americana dei racconti è però assai varia. Metropolitana per le banlieue newyorkesi, ma più spesso d'interno per gli eleganti cottage delle cittadine del Wisconsin o d'altre periferie rurali; a volte carceraria. Ritchie rimesta le torbide acque della vita di coppia, coniugale e non: spuntano mariti intenti a affrancarsi dall'affetto muliebre in maniera non sempre "conveniente", si narra di tradimenti, di ricatti, di criminali di varia risma, detective, persone comuni riprese in situazioni illecite e criminose. Ma la peculiarità, e la forza, delle trame di Ritchie sta nei repentini cambi di campo: in un attimo, di frequente nel finale, la scrittura propone una svelta variazione di prospettiva, o un'apertura del focus fin lì circoscritto al minimo, cui segue la scoperta di una realtà del tutto diversa da quella presagita dal lettore.
L'asciutta eleganza della prosa è particolarmente adatta al genere noir, ma non per questo letterariamente meno portante. Ciò perché il materiale psicologico di cui si alimenta la riflessione dei personaggi in azione è semplice ma di profonda introspezione: il punto di vista di malviventi d'ogni sorta è spesso d'una intimità lancinante. L'esempio più calzante è forse quello delle storie di carcere: per sopportare un'esistenza in cella, esclusi dal mondo di fuori, bisogna sapersi creare un altro mondo, certamente interiore, ma soprattutto un universo rituale che faccia sentire normali, partecipi di una qualche realtà. Il prezzo di questa illusione è enorme e non sempre è possibile tornare alla vita prima della galera.
Su questi binari muove "Piano 19", racconto ove la dimensione narrativa si fa steinbeckiana, nel raccontare un destino che tiene i protagonisti sempre a un passo della felicità, senza mai permettergli di raggiungerla. Sullo sfondo di un istituto penitenziario, la vicenda di due docili detenuti Fred e Hector - il primo entrato nei favori del direttore e divenuto inserviente, l'altro d'animo semplice - che negli anni hanno studiato 18 piani d'evasione, articolatissimi e pressoché irrealizzabili. In realtà il loro pare più il diligente fantasticare su progetti di fuga virtuali, quasi un training atto a non perdere contatto con ciò che dovrebbe essere il naturale desiderio di libertà.
Big Duke, condannato a centonovantanove anni e ripescato dopo una classica evasione con fune, necessita del favore di Fred per essere assegnato al laboratorio legname. Gli rivela perciò di esser scappato in altro modo: il rampino al muro era l'esca per le guardie, la vera via di fuga un tunnel dalla falegnameria. Big Duke offre a Fred e Hector di andarsene assieme. I due accettano. Una volta fuori, giunti sull'argine di un canale e indossati abiti borghesi, Big Duke scompare veloce nella boscaia. Hector, abbottonando l'impermeabile, sotto la pioggia scrosciante, si rivolge a Fred, qui voce narrante: "Piove". "Ma certo che piove" dissi. "Lo vedo anch'io". "Volevo dire che fa freddo". "Sì, piove e fa freddo" sbottai. "Mettiti l'impermeabile e il cappello e piantala di brontolare". Fece come gli avevo detto. "Non mi aspettavo che era così". "Così come?". "La pioggia e il freddo" disse Hector. "E il vento. Un vento terribile". Ero pronto ad andare. "Va bene Hector, muoviamoci". Feci una dozzina di passi prima di rendermi conto che non mi stava seguendo. Mi voltai. Hector era lì dove lo avevo lasciato. Aveva il cappello in testa ma stringeva ancora in mano il suo berretto da carcerato. Tornai da lui e cercai di prendergli il berretto, ma lui ci si era aggrappato. Guardava fisso davanti a sé, gli occhi spalancati. "Hector!" gridai. "Che cosa ti succede?". Mosse le labbra. "Stasera ci saranno le patate dolci per cena, Fred. Mi sono sempre piaciute le patate dolci. Non le mangio spesso". Ci fu un'improvvisa raffica di vento e io mi voltai per affrontarla. Davanti a me un fitto sipario di pioggia gelida nascondeva il mondo che avevo lasciato ventiquattro anni prima. Com'era adesso la realtà? Scossi la spalla di Hector. "Non c'è niente di cui aver paura là fuori. Niente leoni. Niente tigri. Solo gente. Che cosa ti può fare la gente?" Lui mi guardò. "Qualunque cosa" disse. "Qualunque cosa". Rientrati di corsa in prigione i due recuperano l'unica realtà disposta ad accoglierli e rassicurarli. In branda Hector domanda preoccupato: "Noi non finiremo nei guai, vero?". "No. Farò in modo di coprirci. Ho un po' di influenza qui dentro". "Forse ne hai un bel po', Fred" disse Hector. "Tu sei un uomo molto importante. Puoi sistemare tutto, Fred". Sorrisi lievemente. Sì, lì dentro ero un uomo molto importante. Là fuori non sarei stato niente. [...] Mi slacciai le scarpe e mi rilassai. Era bello essere di nuovo a casa".
Attraversa, di tanto in tanto, le pagine di questa silloge il senso d'una qualche giustizia, ma sempre sui generis e assolutamente privata. Gli episodi sono estremamente coerenti a tale disegno d'insieme. Spicca tuttavia una gemma, "Dedicato a tutti i villani", straordinario racconto sulle "cose che la gente fa nel tempo che le resta, quando sa quanto le resta da vivere". Il protagonista della vicenda narrata in prima persona, tale Signor Turner, dopo aver vissuto una vita insignificante scopre di avere quattro mesi di vita e si trova di fronte alla fatidica quaestio "cosa può fare un uomo dei quattro mesi che gli restano di una vita insipida?". Vagando immerso tra questi pensieri, raggiunge un luna park sul lungolago, descritto con schietta precisione, eppure non senza fascino: "Era il mondo della magia sgangherata, dove l'oro è fasullo, dove il direttore di pista, con il cappello a cilindro, è tanto un vero signore quanto sono autentiche le medaglie che ha sul petto, e dove le cavallerizze hanno la faccia dura e gli occhi meschini. E il regno degli ambulanti dalle voci roche e dei ciarlatani". Raggiunto il tendone del circo, assiste alla scena che darà finalmente un senso alla restante parte della sua esistenza. Un bigliettaio, dall'alto del suo sedile ritira annoiato i biglietti. Un uomo "dall'espressione gentile" con due bimbe per mano gli presenta dei coupon omaggio. Lui controlla una lista e, indurito lo sguardo, strappa i buoni e li getta in terra per urlare con perfido ghigno che non valgono nulla. L'uomo sotto di lui arrossisce di vergogna davanti alle bimbe che lo guardarono perplesse. L'uomo immobile e pallido dalla rabbia è sul punto di dire qualcosa, ma non lo fa, Chiudendo gli occhi per controllare quella rabbia, poi fa cenno alle bambine di tornare a casa. A questo punto Turner si avvicina all'uomo dei biglietti e di qui in poi si riporta una cospicua porzione del brano, che se da una parte forse impoverisce il presente contributo, dall'altra avrà di certo il merito di rendere pienamente la forza della prosa e la severità e l'asprezza dei motivi della letteratura di Ritchie.
"Perché lo ha fatto?". Lui guardò giù. "E a lei cosa gliene importa?". "Forse moltissimo". Lui mi esaminò irritato. "Perché non aveva lasciato fuori i manifesti" [...]. "Lei ha commesso una delle più crudeli azioni umane [...] Lei ha umiliato un uomo davanti alle sue figlie. Gli ha inflitto una cicatrice che resterà davanti a lui e a loro finchè vivono. Porterà le bambine a casa e la loro strada sarà molto, molto lunga. E che cosa potrà dire a loro?". "È un poliziotto lei?". "Non sono un poliziotto. I bambini di quella età vedono il padre come l'uomo migliore del mondo: il più gentile, il più coraggioso. E adesso ricorderanno che un uomo è stato cattivo con loro padre - e lui non è stato capace di farci niente" [...]. "Si aspettava che comprasse i biglietti dopo quella umiliazione? Lei ha lasciato quell'uomo privo di qualsiasi via d'uscita. Non poteva comprare i biglietti e non poteva fare una sacrosanta scenata, dato che aveva le bambine con sé. Non poteva fare niente. Proprio niente tranne che ritirarsi con due bambine che volevano vedere il vostro miserabile circo e invece non possono". Guardai in basso, ai piedi del suo pulpito. C'erano i frammenti di molti altri sogni - i resti di altri uomini che avevano commesso il crimine di non aver lasciato esposti i loro manifesti abbastanza a lungo. "Avrebbe almeno potuto dire, 'Mi dispiace, signore, ma i suoi omaggi non sono validi'. E Poi avrebbe potuto tranquillamente e cortesemente spiegare perché". "Non mi pagano per essere cortese". Mostrò i denti gialli. "E poi, amico, a me piace strappare i biglietti omaggio. Mi fa sentire bene". Ed eccolo lì. Un piccolo uomo cui era stato dato un piccolo potere, e lo usava come un Cesare. Si alzò a metà. "E adesso vada al diavolo, signore, prima che venga giù e la faccia correre per tutto il luna park". Sì. Era un uomo crudele, un animale a due dimensioni senza sentimenti e sensibilità, destinato a far danni per tutta la sua esistenza. Era una creatura da eliminare dalla faccia della terra. Se solo avessi avuto il potere di... Guardai su ancora per un istante a quella faccia perversa, poi girai sui tacchi e me ne andai. Alla fine del ponte presi un autobus e andai al negozio di caccia e pesca della Trentasettesima. Acquistai una pistola a tamburo calibro 32 e una scatola di cartucce. Perché non assassiniamo? È perché non sentiamo una giustificazione morale per un atto così definitivo? O è piuttosto perché abbiamo paura delle conseguenze se veniamo scoperti - il prezzo che pagheremo noi, le nostre famiglie, i nostri figli? E così subiamo i torti con mitezza, li sopportiamo perché eliminarli potrebbe causarci più doloro ancora di quello che già proviamo. Ma io non avevo famiglia né amici intimi. E avevo quattro mesi da vivere".
"Una parola brusca può essere perdonata. Ma tutta una vita di crudele villania no, quest'uomo meritava di morire".