José Saramago, Le intermittenze della morte
(Einaudi, 2005 - euro 10,00 - pp. 206)
di Enrico Terrinoni
"Il giorno seguente non morì nessuno". Queste sei parole, allineate e scarne, oscuri presagi che indicano scenari incerti, dubbiosi, malfermi, aprono e chiudono l'ultimo romanzo del Nobel portoghese Saramago. Si tratta di un volume non recentissimo, uscito nel 2005. Così, quanto segue non sarà se non il tentativo di imprimere sul reticolato transitorio dell'universo telematico, solo una sfuggente impressione retrospettiva, una riflessione che guarda all'indietro, procedendo con le spalle al futuro.
D'alto canto, i due libri di Saramago pubblicati in seguito, Le piccole memorie, e Di questo mondo e dell'altro, sono anch'essi prove che rifiutano il normale e inesorabile scorrere progressivo del tempo. Il primo è una raccolta di memorie d'infanzia, mentre il secondo è un insieme di "cronache" risalenti a quasi quaranta anni fa. Simili esperimenti letterari costituiscono, se vogliamo, un ritorno, un ripiegamento verso se stessi e il passato. Ripropongono un camminare a ritroso improntato all'allontanamento dal futuro, da un domani che è forse anche traguardo ultimo, inaspettato, meta lontana da esorcizzare all'infinito.
Al contrario, Le intermittenze della morte affronta di petto, come si suol dire, il tema ineluttabile della fine, della chiusa, della battuta definitiva. Gioca col presente e con la realtà come la mente con la fantasia. In questo, rappresenta sottilmente un esempio di testualità da epitaffio, contemplazione inerme della fine, non tanto di un autore, quanto della letteratura stessa, della sua capacità di rapportarsi con la realtà, senza mai illudersi di rappresentarla.
La trama è, si direbbe, semplice, quasi scontata. In una nazione non meglio specificata, a partire da un capodanno temporalmente indeterminato, per qualche motivo, non si muore più. Il governo, l'opinione pubblica, i giornali, si trovano tutto ad un tratto a dover fare i conti con una simile situazione anomala, senza precedenti. Si prospetta, per un'intera popolazione, una vita all'insegna dell'immortalità, riproponendo, anche se in chiave forse meno ironica, il paradosso esistenziale degli Struldbrug Swiftiani, nel terzo libro dei Viaggi di Gulliver. Soluzioni a tale situazione, che ha dell'impossibile, apparentemente non ve ne sono; se non, come si scoprirà, quella di attraversare la frontiera dello stato, per accedere a territori in cui, fortunatamente, la morte ancora agisce in tranquillità.
Il contesto è tracciato con impeccabile precisione, nonostante l'estrema improbabilità della materia. Il filo della narrazione si regge non già su un'illusoria rispondenza di quanto raccontato con una qualche realtà di riferimento, uno sfondo triviale, esterno al testo ma necessario alla riuscita di un qualsivoglia resoconto dal sapore realistico. Realismo, nel libro, non ve n'è; ed è questa la sua forza, in un certo senso. L'autore spiega: "ho bisogno che il lettore accetti la mia proposta. Se lo fa, vi posso assicurare che tutto diventa implacabilmente logico". Si scorgono, a ben vedere, illuminanti affinità con la teoria della "suspension of disbelief" del poeta romantico inglese Coleridge, secondo cui un rapporto fruttuoso con un opera d'arte prevede l'abbandono totale, da parte del fruitore, alla logica interna della stessa. Accantonare pretese di distacco aiuta ad entrare nello spirito del testo, e a venirne coinvolti interamente.
In realtà, seppure a quella logica orchestrata magistralmente da dietro le quinte apparentemente non si sfugge, nel libro di Saramago, a mancare, rispetto alle sue prove maggiori, è il ricorso a un'umanità meravigliosa e normale, al compromesso tra fantastico e reale, che struttura i capolavori passati del portoghese intorno a profili indimenticabili. Le intermittenze della morte privilegia lo sguardo d'insieme, e pare dimenticare, nell'oblio livellante della vita perenne e degli scherzi della morte a cui la società, nel suo complesso, è idealmente condannata ad assistere, il bisogno di un respiro mortale, riconoscibile, individualizzante. Si tratta, forse, dell'unica, fondamentale mancanza di questa sottile prova letteraria dalle risonanze misteriosamente profetiche.