Andrea Maria Schenkel - La Fattoria del Diavolo

Giunti, 2008 - euro 12, 50 - pp. 140

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

La fattoria del diavolo Fresco di stampa in Italia e caso editoriale tedesco del 2005 con più di settecentomila copie vendute, La fattoria del Diavolo è un romanzo breve che richiama alla vita letteraria una terribile strage commessa degli anni Venti a Tannöd, in Germania, qui tradotta dalla Schenkel nel post guerra anni Cinquanta.
Una casa rurale, isolata nelle campagne di Tannöd, è la scena di un assassinio raccapricciante: i Danner, la famiglia di agricoltori che la abita, viene trovata massacrata nel fienile adiacente alla costruzione. L'orribile accanimento sui cadaveri del vecchio Danner e della moglie, della figlia Barbara con i piccoli Marianne e Josef e della "serva" appena assunta, getta nello scompiglio la minuscola cittadina. I commenti e le deposizioni - dal maestro al sindaco, dalla compagna di banco di Marianne al postino e poi ancora il parroco e la perpetua, assieme ai vicini di casa dei Danner - sono raccolti da un indagatore senza nome. Questo volutamente sconnesso collage di voci contribuisce a frammentare la lettura e celare l'identità dell'assassino che si nasconde fra i testimoni.
Dell'efferato killer e del possibile movente non v'è però traccia, né gli intervistati riescono con le loro attestazioni a gettarvi una qualsivoglia luce diretta. In realtà dalle ammissioni e confidenze raccolte emerge, sebbene in latenza, una sorta di colpa collettiva: quella d'un macabro silenzio.
Il libro è costruito come fosse montato in sequenze filmiche e la vicenda viene articolata in duplice presa: da una parte i personaggi si mostrano al lettore grazie alle dichiarazioni rilasciate a proposito della strage o sulla singolare natura degli abitanti della fattoria. A codesti commenti in prima persona - segnalati dal nome dell'intervistato assieme al ruolo e all'età "Babette Kirchmeier, 86 anni, vedova di un impiegato statale" -, diciamo in soggettiva, s'alternano "riprese" più allargate della vicenda cui corrispondono capitoli privi d'intitolazione, ove una terza persona osserva dall'alto, oggettivamente, ciò che accade nella fattoria. Tale sguardo impersonale riesce meglio a "inquadrare", concretandola, la paura dei personaggi attraverso una misurata frammentazione della sintassi che, assieme all'uso del presente, pare simulare una prosa da sceneggiatura. Così vengono raccontati i primi, ed ultimi, momenti di Marie, la "nuova serva", nella propria camera: "La finestra non è chiusa bene, il vento entra dalle fessure. Marie nota una corrente d'aria. Si volta verso la porta. È leggermente aperta. Marie vuole chiuderla. In questo istante si accorge del fatto che la porta si sta aprendo lentamente sempre di più, cigola. Incredula e stupita osserva la fessura che continua ad aumentare. Marie è indecisa, non sa cosa fare. Rimane lì ferma immobile. Lo sguardo rivolto alla porta. Finché non cade a terra senza proferire parola, travolta dalla veemenza del colpo".
Cosa funziona e cosa funziona meno nella costruzione del libro: agisce sullo spirito del lettore l'incedere altalenante delle confessioni e del raccontare che sposta continuamente il punto di vista, provvedendo così a creare un poderoso effetto di spaesamento; la suspense scaturisce a getti, dalla descrizione dell'ambiente "cupo e vecchio" o dall'atmosfera oppressiva e disumana che si respira in casa Danner: "La casa, la fattoria, in un posto del genere non voglio starci neanche da morta, ho pensato. Ero sconvolta". I particolari macabri sono taciuti o velocemente riferiti senza calcare la mano nella direzione del raccapricciante che è raggiunto principalmente per mezzo dello spostamento del focus della telecamera all'interno dell'io - qui Johann Sterzer - che vive e racconta l'accaduto: "Eravamo lì e fissavamo il mucchio di paglia. Nessuno di noi, né Alois né io, si è mosso. Eravamo immobilizzati. Il cuore mi batteva così forte che credevo stesse per saltarmi fuori dal petto. Il terreno sotto i piedi non mi reggeva più da quanto molli erano diventate le ginocchia. […] tutto era così incomprensibile. Sono scene indescrivibili. Come Hauer ha spinto da una parte la paglia. Come li ha liberati, uno dopo l'altro dalla paglia. Il Danner, la piccola Marianne, la sua nonna e per ultima anche la Barbara. Erano tutti insanguinati, provavo un tale disgusto che non riuscivo neppure a guardarli bene. Tutto intorno a me era orrendo". O con le parole dell'altro testimone, Alois: "l'unica cosa che provavo ancora era questo ribrezzo, questo orrore. Chi ha fatto una cosa del genere non è un uomo. È un diavolo. Non può essere uno di qui, da noi non ci sono dei mostri così".
D'altra parte lo stesso procedere a singhiozzo, l'accavallarsi delle voci e dei punti di vista, in modo che a volte pare discorso non organizzato, tende un po' a confondere il lettore nella rincorsa al filo della vicenda e al colpevole.
Luci e ombre sull'edizione. Confezione accattivante per l'amante del genere, col pastello a rilievo sul rosso e nero. La nota critica riguarda la traduzione di Francesca Legittimo: benché perfettamente obbediente alle atmosfere che il testo prospetta e adeguata alla natura scarna della prosa e della cupa ambientazione rurale, subisce un indugio che non piace, laddove ad essere intervistata è la cuoca del parroco: "Se lu el dumanda a mi, se ie ciapà ul diavul. Propri inscì, ul diavul s'è ciapà tuta la famiglia. Ul sciur parroco ma crede no. Lu el dis che gu minga de parlà insci de cativeria. Ma l'è tuto veer, questa l'è la veridà e la se po dì".
Così si procede per tre pagine piene. Nella difficoltà di una lettura che si fa faticosa e, soprattutto, sempre con una sensazione che sta fra il ridicolo e il caricaturale. Percezione che l'uso del dialetto settentrionale (bergamasco? veneto?) per la resa di una parlata particolarmente marcata da inflessioni, o anche propriamente dialettale, naturalmente produce. Sulla stessa linea si attesta l'impiego "regionale" dell'articolo determinativo davanti al nome proprio: L'Amelie, il Danner, l'Hauer, ecc.
Nel complesso un libro di veloce fruizione e buon intrattenimento. Interessante per l'esperimento strutturale del duplice focus, ma di modesto impatto emotivo se non per brevi tratti e, logicamente, di scarso spessore letterario. Curiosità per la sorte editoriale che avrà qui da noi.