Eric-Emmanuel Schmitt - La Sognatrice di Ostenda

Edizioni e/o, 2008 – euro 16,50 – pp. 209

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

La sognatrice di Ostenda

Subito un’annotazione tecnica: un libro ben scritto abbisogna d’una traduzione perfetta che sia il giusto mezzo fra rigore ed arbitrio: il rigore della sintassi col suo precipuo ritmo da riprodurre e l’arbitrio che concede al traduttore una certa libertà nell’accostamento fonico delle parole da rendere in un differente sistema di segni linguistici. Se La sognatrice di Ostenda arriva al lettore italiano con la forza della sua prosa attraente pressoché intatta, ciò lo si deve all’ottimo lavoro d’orecchio e di vocabolario di Alberto Bracci Testasecca.
Cinque racconti di varia misura ma della medesima densità cromatica compongono l’indice di codesta nuova uscita di Schmitt. Nella prima storia, da cui il titolo all’intero volume, uno scrittore - figura ricorrente e autobiografica - giunge sul mare del Nord nelle Fiandre, a Ostenda, alla ricerca d’un’atmosfera discosta ed equorea che spazzi via gli ultimi frammenti d’un dolore amoroso. Ad affittargli un intero piano della propria villa ottocentesca è l’anziana Emma Van A. il cui “lungo e pallidissimo viso poggiava su un collo sottile; la pelle, più che rugosa, appariva logorata dagli anni; i capelli, un po’ bianchi e un po’ neri, non formavano un insieme grigio ma bicolore, a ciocche contrastanti. Per posa, o forse per l’età, teneva la testa inclinata da un lato, con l’orecchio vicino alla spalla sinistra e il mento sollevato verso la spalla destra: un modo di osservare obliquo che le conferiva un’aria attenta, in ascolto”. La donna, costretta su una sedia a rotelle, passa le giornate dinnanzi una finestra, lo sguardo all’opaco continuum cielo-mare, in compagnia di un libro della sua smisurata biblioteca di classici: una collezione di capolavori continuamente riletti. Benché lontani per generazioni e gusti letterari, poiché Emma non legge novità editoriali per non restarne delusa e nella sua libreria vive come in un museo ove si sente protetta, i due si trovano da subito in forte empatia. A dispetto della condizione di salute e dell’età avanzata, la personalità e il fascino della signorina Van A. divengono il centro dell’attenzione e della curiosità del protagonista completamente stregato dalla misteriosa donna, vetusta ma ancora sognante. Ma accanto al sogno sta appunto il mistero, quello d’un’esistenza che, a dire della cinica nipote di Emma si sarebbe consumata nel completo isolamento affettivo, senza un uomo, senza un amore che non fosse letterario, o inventato. Chi è allora la sognatrice di Ostenda? Una volta la bimba cresciuta col padre nell’Africa nera. Oggi una donna che coltiva con paziente meticolosità la propria solitudine: “Straripante di vita interiore, divideva se stessa tra le pagine di un romanzo aperto sulle ginocchia e l’afflusso di sogni che la sommergeva ogni volta che sollevava la testa verso la baia. […] Leggeva per non andare alla deriva da sola, leggeva non tanto per riempire un vuoto spirituale quanto per accompagnare una creatività troppo potente. Usava la letteratura come un salasso: per evitare la febbre…”. O forse no? E magari nasconde un segreto tanto intimo quanto tremendo nella memoria o solamente nell’immaginazione di un “amore totale”.
Se Emma Van A. pare abbandonare la realtà per rifugiarsi in un universo personale e chimerico, i personaggi dei quattro racconti restanti sono vittime della sottile linea che corre fra reale e realtà psichica, in un continuo ribaltamento di prospettive che, in ultima analisi, non concede il bene di una visione ultima o definitiva. Così il professor Plisson, docente di storia in “Cattive letture”, è famoso fra colleghi e studenti per il proprio rifiuto di leggere romanzi, considerati una perdita di tempo, un’attività inutile e dannosa. Nella letteratura, molto manganellianamente ma qui in senso dispregiativo, Plisson riconosce “il reame dell’arbitrario e del tutto è possibile” luogo ideale non adatto per le persone serie come lui che ha scelto il reale, il razionale, la tranquilla linearità degli studi storici. Ma in vacanza in una villa sperduta di campagna, in una notte di rumori inconsueti, una crisi di panico fa scattare l’interruttore: incuriosito dal romanzo della cugina riscopre il mondo degli infiniti possibili della letteratura, dell’irrealtà. Riconosce nel proprio percorso infantile gli spaventi orribili della solitudine, e rammenta la scelta che fece allora: seguire i sentieri della realtà, farne un elemento difensivo abbandonando conseguentemente la via del fantastico, dell’immaginario. Grazie a questa autocomprensione e all’accettazione del non reale, dell’irrealtà immaginata e fantastica del thriller, Maurice Plisson scopre, o meglio letteralmente svela, la realtà della condizione umana.
In “Delitto perfetto” è ancora la soggettività del percepire, la parzialità dell’angolatura al centro della scena: Gabrielle uccide l’adorato marito Gabriel gettandolo in un crepaccio. Con algida sicurezza affronta due anni di processo che la vedono come principale accusata. Ne esce vincitrice ma minata da orribili dubbi. Le ragioni che l’hanno spinta a quel gesto estremo le si rivelano infine come una concatenazione di allucinanti casualità e il presunto vile segreto del marito - una misteriosa scatola in soffitta, che rivela un tocco alla Poe - un dolce luogo della memoria di coppia. E la realtà diviene immagine deformata dalla psicologia d’una donna insicura.
Ne “La guarigione” la prospettiva stavolta è quella “a-visiva” di Karl, fascinoso fotografo di modelle divenuto cieco dopo un incidente d’auto. Grazie alla quotidiana galanteria e alle attenzioni che presta a Stéphanie, infermiera insicura e segretamente innamorata di lui, riesce, sebbene involontariamente, a maturare in lei un’autostima attraverso la quale le si svela che “il filtro sminuente con cui guardava se stessa la derivava da quella madre troppo narcisistica che si era autoproclamata canone di bellezza”. Ciò in un paradossale meccanismo di rovesciamento per cui il non vedente “mette a fuoco” le qualità, anche fisiche, che Stéphanie non riesce a individuare, a causa del velo autoprospettico impressole dalla madre.
Il testo si chiude con la signora Steinmets protagonista silenziosa e diafana di “La donna con il bouquet”, una vecchina che da quindici anni aspetta qualcuno al binario 3 dell’incolore stazione di Zurigo con un mazzo di fiori in mano. Un altro romanziere di successo se ne avvede e inizia a indagarne i motivi. Senza successo però. Fino al giorno dell’inspiegabile scomparsa della signora dalla banchina. La figura aspettata a lungo, raccontano i testimoni in stazione, era finalmente arrivata, un uomo alto, senza valigia e con un lungo cappotto scuro l’aveva riconosciuta e finalmente riabbracciata. Poi l’aveva portata via sotto braccio. Per sempre.
Finalmente una pubblicazione in cui sotto le molteplici fogge dei personaggi in campo la vera protagonista è la letteratura. E il discorso metaletterario di Schmitt attraversa più o meno i pensieri di tutti i protagonisti. Una letteratura che, wildianamente, sfida la vita: “La vita ci frantuma a colpi d’accetta, ci disperde, ci vaporizza, ci rifiuta la purezza del tratto. Nella storia della dama con il bouquet, la cosa singolare era che la vita riacquistava la sua forma, la vicenda di quella donna aveva la purezza della letteratura, la sobrietà dell’opera d’arte”. E ancora, come per le considerazioni del prof. Plisson, anche nelle battute finali de La sognatrice di Ostenda v’è una dichiarazione che potremmo dire di poetica: laddove lo scrittore dice a Emma di sentirsi legato a lei in modo particolare come un “fratello nella menzogna, un uomo che ha scelto, come lei, di favoleggiare. Oggi, in letteratura, si dà valore alla sincerità. Che scempiaggine! La sincerità è una qualità solo nei verbali di polizia o nelle testimonianze giurate, e anche in questo caso è un dovere più che una qualità. La costruzione, l’arte di interessare, il dono di raccontare, la facilità di rendere vicino ciò che è lontano, la capacità di evocare senza descrivere, l’attitudine a dare l’illusione del vero, tutto ciò non ha niente a che vedere con la sincerità e non le deve niente”.
Un opera fatta di particolari ove, l’una dopo l’altra, cose e persone si mescolano nella prosa di Schmitt confondendovi oggettualità e umanità. Un libro d’aggettivi, precisi e assieme suadenti, adescanti. Una scrittura sospirata, leggera, subitamente toccante. Un testo che rapisce il fiato dalle primissime pagine, emoziona e nel procedere conferma e moltiplica tali suggestioni, vincolato ad una scrittura densa sebbene mai indolente o appesantita. Un libro bellissimo.