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La Recensione - Redazione

Un giorno perfetto

Posted: 30 settembre 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Ferzan Ozpetek – Italia 2008 – durata 102’

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Un giorno perfetto

Tratto dall’omonimo romanzo di Melania G. Mazzucco, Un giorno perfetto è tutto concentrato nel breve volgere di ventiquattro ore: quelle che precedono un dramma e mettono a confronto un gruppo di persone dalla varia estrazione sociale e culturale.
Si presentano, quasi in passerella, i personaggi della storia: l’onorevole Elio Fioravanti (Valerio Binasco) chiamato a tenere una serie di comizi elettorali. Sua moglie Maja (Nicole Grimaudo) che scopre di essere incinta, suo figlio Aris (Federico Costantini), avuto da una precedente relazione, promosso ad un esame universitario senza meritarlo. C’è poi Antonio (Valerio Mastandrea), agente di scorta dell’onorevole con la moglie Emma (Isabella Ferrari) che ha perso il suo lavoro in un call-center e i loro figli.
Personaggi che non hanno molto in comune, ma i cui destini si incrociano in maniera drammatica.
Per un film che è quasi la foto di gruppo di una nazione, troppo è il mélo, esagerate le situazioni. Certo Ozpetek è regista di grande talento e con questo film ha voluto virare nel genere drammatico. Non più ritratto di un quotidiano consolatorio e rassicurante, basti pensare ai film Fate ignoranti, Saturno contro, porte aperte, invece, ai drammi quotidiani vissuti in una giornata che perfetta non è di certo.
Sicuramente, non fedeli al racconto della Mazzucco sono state le molte sequenze decise insieme allo sceneggiatore Sandro Petraglia.
“Il libro è molto duro e violento. Ho ammorbidito alcuni aspetti- dice Ozpetek - cambiato qualcosa, incluso il sesso di un personaggio, perché il film non risultasse insopportabile, insostenibile. Ma la violenza che c’è nel film fa parte dell’uomo, anche se mentre giravamo non ci siamo accorti di quanta ce ne fosse. Confesso che sulle prime mi è preso il panico, non mi ero mai misurato con qualcosa che non partisse da me e poi, dopo 25 anni, era la prima volta che mi trovavo a lavorare con uno sceneggiatore che non fosse Gianni Romoli”.
Ma non tutto funziona come dovrebbe. Se la storia di Emma e Antonio convince e coinvolge, per la buona prova della Ferrari e di Mastandrea, ed anche per la partecipazione emotiva, lo stesso non si può dire degli altri personaggi e delle altre situazioni, dove si respira un’aria mediocre e fittizia. Pessima prova per Nicole Grimaudo, sempre gelida intrappolata in una parte non sua, assolutamente anonima. Così Federico Costantini, ancora troppo immatura la verve necessaria per essere attore. Belle meteore sono invece Stefania Sandrelli e Angela Finocchiaro.
Nota di demerito anche per la fotografia (Fabio Zamarion) a parte dei sapienti scorci romani e tagli originali della vita urbana, non c’è altro che primi piani sofferenti e qualche campo lungo.
Alla fine, per noi spettatori, resta la sensazione di un film sospeso, anzi di tanti film in sospeso, storie solo abbozzate. Disperazione, spaccati di cronaca nera, messi in scena dalla maestria del regista, che tuttavia non riesce a dare spessore alla pellicola, il vissuto non emerge.

The dark knight – Il cavaliere oscuro

Posted: 30 settembre 2008

Recensione di Andrea Comincini

Regia di Christopher – USA 2008 – 150 min.

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Il cavaliere oscuro

Conclusasi la stagione estiva dei grandi film, è opportuno soffermarsi ancora una volta su quello che è stato l’evento indiscusso della stagione: the Dark knight – Il cavaliere oscuro – ha sbancato imprevedibilmente le biglietterie di mezzo mondo.
La saga dell’uomo pipistrello è tornata sugli schermi con un nuovo episodio diretto da C. Nolan, regista attento e ispirato già acclamato al Sundance Festival del 2000 per Memento, e autore di bei film come Insomnia e the Prestige. Il direttore londinese racconta ancora una volta le vicende del miliardario Bruce Wayne, già narrate in Batman begins nel 2005, grazie a cui il cavaliere oscuro ha riconquistato i botteghini americani, dopo una serie di pellicole mediocri e noiose.
Caratteristica del regista infatti è la cura meticolosa della sceneggiatura, senza concedere all’opera nessuna banalità, ed il risultato è un prodotto gradito al pubblico ed alla critica.
Il ‘Cavaliere oscuro’ riprende la trama del primo film, e descrive una società lacerata dal male e dalla paura. Criminali di ogni tipo trasformano Gotham City in un campo di battaglia dove vita e morte si fondono in uno spasmo collettivo. Anarchia e disordine, ma soprattutto impotenza da parte delle forze dell’ordine.
La storia di Batman è nota, e la trama è rivissuta fedelmente. L’eroe mascherato vendica la morte dei genitori scagliandosi contro i cattivi, in una infinita nemesi che assorbe ogni cosa ed ogni affetto.
A differenza di Superman, Batman non è un personaggio solare, completamente positivo. In lui bene e male si intrecciano, ed i confini tra giusto ed ingiusto sono alquanto sfocati.
I primi film diretti a fine anni ’80 da Tim Burton, regista noir amante del gotico, riprendevano perfettamente questa dicotomia, e la trasmettevano ai personaggi – perfettamente interpretati da Michael Keaton (Batman) e Jack Nicholson (Joker). Difficile quindi immaginare un prodotto capace di superare queste prove eccellenti, ma Nolan è riuscito nell’intento.
Il cavaliere oscuro è un bellissimo film, sia per la trama, sia per l’interpretazione dei protagonisti. Ciò che appare subito evidente è la dimensione psicotica del protagonista, il miliardario Bruce Wayne, diviso tra voglia di vendetta e senso di giustizia.
“Con Batman volevo offrire un esempio, e guarda invece cosa è successo”: così confida Wayne all’amico e mentore, il maggiordomo Alfred, un Michael Caine in gran forma, davanti a imitatori esaltati, criminali impazziti, devastazione e sfida dei malavitosi alla sua battaglia per la giustizia.
La figura del paladino non ricalca il tipico modello dell’eroe americano trionfatore, ma parla di un uomo scisso – perfino debole, sebbene risoluto – e non appare mai agli occhi dello spettatore di vedere un film tratto da un fumetto. Batman è reale, come reali sono le nostre ansie e le nostre paure.
Per tali motivi si assiste ad un ottimo poliziesco, e non al filmone da blockbuster con coca e pop corn inclusi.
L’inquietudine è palpabile, grazie anche alla regia ed alle sue scelte: le scene, i destini dei protagonisti, vengono descritti tramite la fortunata tecnica dei telefilm, la multi sequenzialità, così da ottenere sempre attesa e suspense.
I personaggi e le loro storie raccontano tutte esistenze in bilico: sia il procuratore Harvey Dent, sia la popolazione presa in ostaggio, devono in ogni istante confrontarsi con la loro maschera sociale, spesso scoprendo un lato oscuro di cui non si sapeva l’esistenza. Appare così evidente che il confine tra giusto e sbagliato pesa in ogni istante nelle mani del singolo, ed al pari di una tragedia greca spesso –come ha sottolineato nel suo articolo la collega Sonia Scorziello - la soluzione migliore risulta poi un tragico gioco del destino.
Sarebbe facile chiosare il tutto con una scontata indifferenza al genere stesso, ed alle sue regole commerciali, ma il film è veramente appassionante e mai banale.
A sostegno di quanto detto, basti pensare che lo spettatore non si immedesima completamente nel ruolo dell’eroe: questa scelta del regista crea un voluto effetto di estraneazione per esortare la coscienza critica dei testimoni, e per un film hollywoodiano è alquanto raro.
Inoltre, giganteggia su tutti il cattivo di turno, il Joker, magistralmente interpretato dallo sfortunato Heath Ledger, defunto in circostanze misteriose pochi mesi fa. L’attore australiano compie una impresa incredibile, ovvero far dimenticare l’interpretazione di Jack Nicholson, a suo tempo eccezionale.
Il Joker di Ledger è un uomo crudele e visionario, mostruosamente inquietante perché non rappresenta la malvagità fuori di noi, bensì quella che ci portiamo dentro. Una inconfessabile tensione ci assale nell’assistere alle imprese di questo buffo psicopatico, persino simpatico e coerente con se stesso. Egli infatti non insegue il denaro o il potere, ma vuole solo portare dentro il caos il suo tocco d’artista. Quando racconta delle cicatrici che porta in volto dà sempre una versione differente, ed il trucco è sfatto, come il suo umore, dissolto in mille pensieri nevrotici ed omicidi.
La lotta fra Batman, Joker, il procuratore Dent e la polizia non è scontro fra bene e male, ma tra chi sta per cedere all’oscurità, chi vi è già caduto, chi vi cadrà. Parteggiare per i paladini del Giusto è ovvio, ma a volte sembra necessario concentrarsi per individuarne i nomi.
La macchina pubblicitaria americana non ha badato a spese per il lancio della pellicola, e i vari incidenti sul set, l’arresto del talentuoso Christian Bale, la morte di Ledger, l’incidente stradale di Freeman hanno contribuito ha creare quell’alone di mistero, di film maledetto, grazie al quale la pellicola ha battuto ogni record d’incasso dei mesi estivi.
Un successo meritato, sia per la qualità della storia, sia per aver riportato lo spettatore nell’affascinante città di Gotham, dove bene e male si fronteggiano nell’oscurità e rimandano continuamente la sfida finale.

John Burnside - Glister

Posted: 30 settembre 2008

Recensione di Mirko Zilahi De’ Gyurgyokai

Jonathan Cape, 2008 - £ 15.99 - pp. 272

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Glister

Libro insolito, Glister è un romanzo complesso: trama da mistery novel, atmosfere thriller e componente psicologico-filosofica marcata. Organizzato in capitoli intitolati, il libro esordisce con una sorta di mini sezione introduttiva, “Life is Bigger”, ove una voce narrante descrive i rumori del mare, lo sciabordio e lo stridio dei gabbiani che percepisce e che una volta, nella vita che ricorda precedente al passaggio attraverso il Glister, avrebbe a mala pena notato. Nessu’altra sensazione se non quella di una vasta luce in cui, volontariamente, si era immerso. Da tale posizione favorevole, ciò che alcuni chiamano Paradiso, Inferno, Tir Na Nog o Dreamtime, ci avverte che il prima e il dopo non esistono, che non v’è tempo, che ogni cosa muta in qualcos’altro.
Il nome della voce è Leonard e inizia a narrare la storia partendo da Morrison, il solo poliziotto di Innertown, centro postindustriale, desolato, avvolto da una vegetazione fitta e malata, luogo oscuro e tossico. La città è cresciuta attorno all’impianto chimico e ora che l’azienda di George Lister ha chiuso i battenti, Innertown s’è trasformata nell’ombra di se stessa. Laddove s’aggiravano operai e gente comune ora stanno strane forme di vita. L’avvelenamento che è seguito alla dismissione degli impianti ha toccato l’intera area della vecchia città. La terra attorno all’impianto, l’aria e l’acqua, tutto è malato. Anche le case, gli edifici sembrano esserne infettati. La gente s’ammala: “it is a living hell, strange illnesses, aggressive cancers and rumours of mutant animals are just the beginning for those unfortunate enough to be close to the plant”, e chi scampa alla malattia vera e propria resta comunque mentalmente segnato. L’intera Innertown ha perso qualunque disposizione alla vita attiva. Una sorta di paralisi avvolge l’intera popolazione. L’ex complesso chimico è soggetto e oggetto della vicenda narrata, vero protagonista della storia. Tutti ne parlano, e i “kids” vi si aggirano furtivamente nottetempo. Tra di loro Leonard, la suddetta voce narrante, è un ragazzo diverso, problematico, sui generis. Legge moltissimo Proust, Conrad, Dickens, ma anche Hemingway, Fitzgerald, Grossmith e anche perciò ha sensibilità e coscienza particolarmente acute. Con la banda di amici sembra vivere uno stato di disperata confusione: tutti insieme sono liberi dagli adulti, ormai fisicamente e mentalmente paralizzati. Fra questi il papà di Leonard di cui s’ignora ma s’indovina il male (cancro) certamente contratto in fabbrica: non parla, è totalmente isolato dalla realtà esterna, passa le proprie giornate davanti alla tv o alla radio, senza prestare realmente attenzione né all’una né all’altra. In un certo senso pare già morto. La moglie, Laura, ancora giovane e bella se ne è andata di casa, abbandonandolo assieme a Leonard.
A sconvolgere la cittadina, di per sé già tormentata, accade qualcosa di orribile. Una volta l’anno un ragazzo sparisce senza lasciar traccia. Il poliziotto della città, John Morrison, sa qualcosa, ma la linea ufficiale vuole che i ragazzi siano semplicemente scappati da Innertown. D’altronde lui è coscientemente uomo da poco, senza qualità, tanto che la stessa moglie, Alice, anche lei è malata - alcolizzata e pasticcomane – lo disprezza. Il romanzo si apre dunque su codesto mistero, su Morrison che lavora al suo giardino, una sorta di luogo sacro che da sette anni cura e mantiene gelosamente segreto: da quando ha ritrovato il cadavere di un ragazzo, Mark Wilkinson, appeso a testa in giù a un albero, lucido e pulito, avvolto in fili di lamé e tessuti come gli addobbi d’un albero di Natale. La faccia del ragazzo con un’espressione stranamente calma, le mani legate con una corda bianca setosa, il corpo quasi totalmente nudo, pieno di escoriazioni e lividi, ma senza segni di tortura. Su tutto spicca lo sguardo che il cadavere mantiene: come se avesse riconosciuto qualcuno o qualcosa. Una morte che appare immediatamente come qualcosa di sacrificale e Morrison, ricordando alcune simili forme di sacrificio azteche, comprende che si tratta in effetti di un’uccisione rituale, con un significato preciso per il killer. Ma, spaventato dalle possibili conseguenze di quella scoperta, nel panico, si rivolge a Brian Smith: cinico padrone della città, fondatore della Homeland Peninsula Company attività quantomeno losca che gli consente enormi guadagni e potere: ha in mano tutto il paese e può vantare “collaboratori” anche tra politici. È lui, infatti, che fa ottenere a Morrison il posto da poliziotto in cambio del quale riceve una fedeltà che comporta il silenzio. Ed è sempre lui che, attraverso Jenner, losco “factotum” provvede a ripulire la scena di questo primo delitto. L’universo contorto e malato di Innertown annovera personaggi minimi e tragici come Andrew, un tipo molto timido, che per lungo tempo ha accudito il padre malato e sta sempre da solo. È un uomo solitario che sbircia dalle finestre la gente, i ragazzi che vagano nel sottobosco dell’impianto chimico. Andrew è una creatura semplice che ha speso gli ultimi anni leggendo le riviste al padre ormai terminale. A causa dell’ossessiva cura per il genitore egli ha gradualmente perso ogni contatto con il mondo esterno e non è più in grado di discernere la realtà dall’irrealtà. E per colpa di tali stranezze diviene involontariamente capro espiatorio della vicenda delle scomparse e dà il via all’aggressione della banda dei ragazzi che si conclude nella maniera peggiore.
Leonard ha poi due amici: il bibliotecario della città, John, e il Moth man. Quest’ultimo è una figura misteriosa, ufficialmente è un ecologista in loco per studiare gli effetti dell’inquinamento post dismissione dell’impianto chimico sugli insetti del luogo. In realtà è figlio di un ingegnere che ha progettato tutto l’impianto (e non solo) assieme alle compagnie di Brian Smith e George Lister. Leonard si trova perfettamente a suo agio con lui durante le passeggiate e le conversazioni nelle foreste dell’impianto.
Intanto durante una crisi particolarmente forte Alice, la moglie di Morrison, si ritrova improvvisamente colpita da uno sconosciuto e svenendo, sente la voce del marito allontanarsi urlando. John Morrison si sveglia nudo in un’ampia stanza dell’ex impianto chimico. È legato a una sedia, senza che i piedi possano toccare per terra. Fa freddo. C’è una luce fortissima dall’alto. Ha delle ferite sulle braccia e sui polsi, sui gomiti, sulle gambe, sulle caviglie. È bloccato come un insetto. Pensa che sia stato Jenner (il factotum di Brian Smith) per qualche ritorsione, ma non è così. Ha paura perché comprende che l’artefice è qualcuno che ama la meticolosità di ciò che ha fatto, non un semplice esecutore. E all’improvviso gli si presenta un uomo che non conosce e che il lettore sa essere il Moth Man. Morrison tenta di mettere le mani avanti negando di esser responsabile degli assassinii, ma il Moth man inizia a bendarlo con garze bagnate nel gesso come, dice, si usava fare ai malati di tubercolosi per prevenirne deformità ossee. Viene in tal guisa avvolto assieme alla sedia, una sorta di mummia vivente, lasciando occhi e bocca scoperti. Il Moth man, l’”angelo necessario”, l’”angelo della morte”, gli offre così, nel mezzo di una serie di citazioni bibliche sul peccato, il tempo per pentirsi. Morrison viene abbandonato lì ad impazzire prima dell’orribile morte che lo aspetta. E l’ultima cosa che vede è il Moth man, con un ragazzo fino a quel momento nascosto (Leonard), camminare in una luce brillante, in un fuoco, e scomparire in quella luminosità, nel Glister: una specie di portale progettato dal padre di Moth man ai tempi in cui la fabbrica funzionava, e da lui finito. Non si sa realmente cosa sia, si capisce che è un passaggio, che forse si affaccia su un altro mondo, su un altro tempo. Ma non lo sa veramente neanche Leonard.
Un’intelligente metafora della paralisi del mondo neo-capitalista, industrializzato, dell’umanità distante dalle cose vere, dell’insensibilità alle vicende terribili ma lontane da noi. Ma soprattutto un romanzo dai forti contenuti, costruito e scritto con cura. Un’abilità linguistica che consente a Burnside di giocare con l’ambiguità dell’inglese sia a livello puramente nominale (Glister, G.Lister, to glister), sia di creare atmosfere in cui alla paralisi ambientale (piante e animali deformi) e fisica, effetto dell’avvelenamento chimico, corrisponde una mostruosa stasi interiore, conseguenza dell’inerzia condannata dal Moth man. E in tal senso la città d’ombre che ospita codesta vicenda non poteva che chiamarsi Innertown.

Shanghai Baby

Posted: 20 settembre 2008

Recensione di Sonia Scorziello

regia di Berengar Pfahl – Cina/Germania 2008 – durata 96’

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Shangai Baby

Nella piovosa Berlino, Coco (Bai Ling), una giovane scrittrice assetata di vita, è in cerca del capitolo conclusivo del suo romanzo.
Ambientato all’inizio del XXI secolo nella scintillante Shanghai, è destinato però ad interrompersi sempre, per poi ricominciare seguendo percorsi imprevedibili.
Come la vita della protagonista, si divide tra lunghe notti nei locali cittadini, arte, sesso e letteratura, così il suo romanzo, così la sua Shanghai.
Il film, tratto dall’omonimo bestseller di Zhou Wei Hui, non è all’altezza del libro.
Tra le pagine della scrittrice si colgono tutte le pieghe di un animo inquieto. Altamente introspettivo, ci guida alla ricerca di nuove emozioni, lontane dalla banale quotidianità.
E’ difficile ritrovare questa atmosfera sul grande schermo, dove una fotografia piatta, scura lascia solo intravedere “la spiritualità” della storia. In primo piano, invece, è sempre il corpo nudo della giovane attrice, nonché produttore esecutivo, Bai Ling.
Il film, più che narrare la sofferenza di una donna in cerca di se stessa, sembrerebbe pubblicizzarne le doti fisiche e a volte recitative.
Non emerge affatto quella dicotomia così pressante di Coco, la stessa poi di Shanghai e ancora dell’Oriente e dell’Occidente.
L’amore per la tradizione, la trascendenza orientale si contrappone al materialismo imperante, al godimento facile del nostro mondo. La città cinese è divisa tra il vecchio e il nuovo, gli anziani ne considerano gli abitanti “anime perse”. La contaminazione/globalizzazione porta alla morte dell’idealismo, dell’amore spirituale.
Sullo sfondo, si staglia la magica città cinese, misteriosa e sfavillante di luci, variopinta e chiassosa, invasa da giovani. Essi, come Coco, hanno una mentalità libera e idee all’avanguardia, frequentano le discoteche e si stordiscono di musica tecno, vivono come se non esistesse un domani.
Shanghai Baby poteva essere molto più di un emozionante racconto dei rapporti tra i sessi.
Aveva tutte le potenzialità per un appassionato appello alle donne della Cina moderna ad avere una nuova concezione di sé. Ed anche far riflettere sulla civiltà orientale e sulla paura di una società globale nel XXI secolo.
Temi solo accennati. Resta un vorticoso turbinio di personaggi e situazioni, dove aleggia sovrano un senso di decadente fatalità. Minimamente abbozzato è anche il percorso introspettivo della giovane scrittrice. Il viaggio, lungo e doloroso, per riappropriarsi di se stessa e trovare il suo posto tra le tradizioni dell’estremo oriente e i valori moderni, è lasciato cadere nel vuoto della pellicola.
Così come la libertà raggiungibile soltanto essendo fedeli a se stessi. Il dolore non eliminato, ma rotto da Coco, insieme al circolo vizioso della sua deriva senza meta, la porta a riprendere il controllo di una vita piena di ostacoli ma anche di promesse. Tuttavia questa è un’altra storia, la si comprende solo leggendo il libro.
Certo un film non deve essere necessariamente fedele al romanzo a cui si ispira, così il regista Berengar Pfahl “Quando ho letto il romanzo per la prima volta, avevo già nella mente le immagini in proporzioni cinematografiche. Shanghai Baby è una storia che va raccontata sul grande schermo. Naturalmente un film e un libro non possono mai essere identici. Il film segue le proprie regole e si è allontanato dal romanzo durante il processo di scrittura della sceneggiatura. È diventato a tutti gli effetti un’opera d’arte indipendente”.
Peccato però, privare lo spettatore dell’emozioni mentali capace di sprigionare la storia dell’anima ferita di una donna. Peccato invece, offrire al pubblico incontri sessuali simili a lotte, dialoghi doppiati con voci poco appropriate e immagini a volte irritanti.

Slavoj Žiž - La violenza invisibile

Posted: 20 settembre 2008

Recensione di Andrea Comincini

Rizzoli, 2007 – euro 12,00 – pp. 237

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La violenza invisibile

Un mondo dominato dal fondamentalismo, dal terrorismo e dagli scontri di civiltà sembra mostrare in tutta la sua crudezza ogni possibile forma di violenza. La stampa propone continuamente episodi di razzismo, attentati suicidi, lapidazioni e quant’altro, a dimostrazione che l’esperienza quotidiana è dominata da atti efferati di frange deviate, da persone contrarie ad un pacifico vivere civile.
È questa quindi la violenza o siamo di fronte all’aspetto suo più triviale, secondario e subordinato?
A tali quesiti tenta di dare una risposta Slavoj Žižek, sociologo di Lubjana e filosofo tra i pochi oggi capaci di infrangere la barriera di imperante vacuità a cui il pensiero occidentale sembra diligentemente votato.
Sloveno di origine e anglosassone per formazione e humour stilistico, Zizek sfida apertamente personaggi e figure dai media osannate per il loro filantropismo basando la propria analisi su serie e profonde argomentazioni filosofiche. Nucleo centrale della sua riflessione è dimostrare al lettore che oltre ad una violenza soggettiva, accidentale e volgare, ne esiste una sistematica, essenziale e globalizzata: quella del capitale e delle politiche ad esso collegate. La stampa internazionale scambia volutamente l’effetto con la causa, e deforma gli eventi. Mentre il capitalismo produce violenza efferata, crimini contro l’umanità, delitti atroci e genocidi, l’informazione di regime – compresi docenti universitari e intellettuali prezzolati – considera queste aberrazioni quali “effetti imprevedibili” e fortuiti dovuti alla follia di singoli, e non risultati intrinseci alla logica del capitalismo stesso.
Ipocriti e servili, noi occidentali dallo stomaco delicato ci indigniamo: bisogna fare qualcosa, bisogna farla ora. Le parole d’ordine della comunità internazionale reclamano l’attenzione di tutti, ma soprattutto fondi, concerti, happening e la bontà dei grandi magnati, gli unici capaci di investire milioni di dollari per l’umanità in crisi.
Zizek, con profonda e impareggiabile ironia, bolla tali bizzarre creature con il termine di “comunisti liberali”: Soros, Gates, Bono e quant’altri investono i propri risparmi per sollevare dalla povertà migliaia di persone. Il paradosso tragico è che gli oppressi vivono in tale situazione per la feroce voracità del capitalismo, di cui i suddetti sono principi e signori. Se sono in grado di dare ora, è perché hanno tolto prima…
Dal punto di vista filosofico l’argomentazione si fa ancor più stringente e interessante allorquando lo sloveno evidenzia il nucleo centrale di questo atteggiamento pseudo umanitario. Il capitale, ormai incapace di scagionarsi, trova nella pratica caritativa una giustificazione morale agli occhi del consumatore: l’accumulazione di denaro è positiva perché soltanto in questo modo è possibile distribuire ai poveri bambini africani coperte, cibo e medicinali (in futuro playstation e cellulari). Pochi purtroppo si domandano se la loro penuria venga causata dai cari benefattori. Il cittadino medio guarda con ammirazione i carnefici, credendoli paladini del giusto e della morale, e così il capitale postpone la sua crisi, oramai evidente e incalzante. I filantropi elargitori di milioni di dollari per la lotta all’Aids o alle malattie hanno rovinato la vita di migliaia di persone con le loro speculazioni finanziarie, creando i presupposti della miseria in cui le persone da loro aiutate vivono. La vera violenza quindi, oltre le bombe e il terrorismo – accidentali e circoscritte – è quella sistematica del capitalismo, grazie al quale nella società globale anche l’occidente suo creatore si trova ormai vittima di sé.
Altro tema essenziale, il linguaggio. L’abuso mondiale dell’uomo sull’uomo nasce evidentemente – e primariamente – nel vocabolario.
Zizek, con una argomentare raffinato e sottile, evidenzia in maniera lampante la radice aggressiva insita nel linguaggio. Parafrasando Heidegger, ma rielaborando il suo pensiero, egli condivide l’affermazione per cui la casa dell’uomo è il Linguaggio. Privando tale pensiero di ogni connotato metafisico, lo studioso mostra chiaramente al lettore che le barriere tra persone, popoli e razze, sono all’origine sempre di natura “grammaticale”: “Questo cambiamento nella nostra sensibilità posa sul linguaggio: il linguaggio è il cardine del cambiamento nel nostro universo simbolico. C’è una violenza fondamentale nella capacità “sostanziante” del linguaggio: il nostro mondo subisce una parziale torsione, perde la sua equilibrata innocenza, un colore parziale conferisce la tonalità al tutto”.
Il prossimo, l’altro, viene continuamente reificato, demandato, trasformato in un estraneo: grazie ai codici del potere l’uomo riesce a uccidere, perché vede nel vicino di casa lo straniero e non il simile. Zizek afferma più volte l’estrema difficoltà ad essere cattivi: ciò avviene dopo aver privato l’individuo della sua umanità, e questo accade grazie al potere sostanziante di cui sopra. Lungi quindi dal credere nel potere benefico del linguaggio religioso, egli intravede nella sua stessa essenza una terminologia oppressiva e dominante: il vecchio motto per cui ‘se Dio non c’è allora tutto è lecito’ andrebbe cambiato in ‘proprio perché Dio c’è allora tutto è lecito’. Il fondamentalismo non si basa sulla assoluzione conferita da Dio ai suoi eletti, nonostante gli atroci atti commessi? “Se quella che sembra una forza moderatrice, che ci costringe a moderare la nostra violenza, ne fosse la segreta istigatrice?” Le persone, educate al consumismo ed agli idoli della tv commerciale si affidano al capitale ed alla religione per sanare le ferite del pianeta con la stessa prospettiva di avere successo di un ebreo che chieda ad un nazista di salvarlo dall’Olocausto.
Libro intelligente, acuto, raffinato e dallo stile conciso e leggero, capace di catturare il lettore dalla prima fino all’ultima pagina, mostra un unico difetto, ovvero la resa in italiano del titolo originale. Violence in inglese, La violenza invisibile in italiano. L’aggettivo si rivolge direttamente agli aspetti nefasti del capitalismo, ai suoi occultamenti, ma appare in qualche modo superfluo e limitativo del nome a cui si riferisce.
Nella solitudine del sostantivo risplende il volto torvo della nostra società. Di invisibile non c’è nulla agli occhi di coloro desiderosi di capire. Anche le persone più impegnate e combattive, dedite a cambiare la vita quotidiana, devono superare l’ostacolo intellettuale di matrice borghese che li spinge ad agire, comunque.
Fare nulla – sostiene Zizek – è l’atto politico migliore possibile. Il sistema infatti si nutre di questi tentativi di auto miglioramento, e così facendo prolunga la sua agonia.
L’astensione dal voto dimostra ai governanti la vacuità delle politiche attuali. Quest’atto è ‘divinamente violento’, ovvero si presenta come un evento catartico, la cui energia insopprimibile e travolgente redime la vita dalle sue prigioni quotidiane. Alla “violenza divina” di benjaminiana memoria viene dedicato uno dei capitoli più intensi e coinvolgenti, perché affronta direttamente la possibilità di una violenza che non sia crudele, ma addirittura salvifica.
Il lettore non resterà deluso dall’approfondire le suddette tematiche tramite lettura diretta di un’opera di grande profilo; potrà così apprezzare l’ironia sferzante del filosofo sloveno, il cui consiglio ultimo per chi vuole agire, si riassume nella sua ultima dichiarazione: “Talvolta, non fare nulla è la cosa più violenta da fare”. Oltre l’ironia, la visione di un impegno finalmente rigenerante.

Melissa Marr – Wicked Lovely

Posted: 14 settembre 2008

Recensione di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Fazi, 2008 – euro 18,50 – pp. 333

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Wicked Lovely

Se a distanza di pochi mesi da codesta prima pubblicazione è già stata annunciata, a breve, l’uscita del secondo capitolo delle vicende fantastiche di Aislinn, Seth e Keenan, ciò sta a testimoniare la bontà del prodotto che la Fazi è andata a scovare negli states.
Aislinn vive con la nonna ad Huntsdale, un’immaginaria cittadina della provincia americana. Conduce una vita normalissima se si eccettua un dono: possiede una seconda vista che le consente di scorgere un mondo ulteriore, abitato da esseri mitologici, creature e fate resuscitate, in primis, dalla tradizione celtica d’ogni latitudine e d’ogni provenienza letteraria, da Lady Wilde a Yeats. Quest’ultime, maligne e viziose, si muovono in compagini per far ingiurie e villanie agli umani. Aislinn riesce però ad evitarne i tiri mancini fingendo di non accorgersi della loro ingombrante presenza. Come le consiglia la nonna, Aislinn evita accortamente di guardare le fate e di rivolgere loro la parola, insomma di attirare in alcun modo la loro attenzione. Finché alcune creature incantate iniziano ad infastidirla costringendola a rivelare il proprio segreto a Seth. Giovane problematico col piercing e i capelli sul blu, dorme in un vagone abbandonato. Aislinn evidentemente è attratta, e ricambiata. Ma il sentimento che i due iniziano a ricambiarsi è sconvolto da Keenan, Re dell’Estate, che spera Aislinn sia, alla fine di una lunghissima ricerca, la predestinata a divenire sua compagna. Man mano l’insistenza di Keenan diventa incontenibile e resistervi impossibile: impossibile sottovalutare l’incredibile legame chimico che la investe senza posa. Ma Seth non si dà pace e Aislinn è irresoluta. Da una parte un sentimento terreno e mortale, dall’altra un’attrazione che vivrebbe in eterno, e la prospettiva di una vita “ulteriore”.
Una contaminazione di generi e una mescolanza di toni che sono sicuramente la forza di questo agile bestseller americano: meraviglia difatti la coesione delle due vicende che corrono in parallelo, quella meramente umana e quella mistico-pagana che Aislinn, vera e propria porta narrativa fra i due mondi, svela al lettore. Gli ambienti quotidiani della provincia statunitense e le sue atmosfere tediose e monotone che della routine scuola-casa-amici si nutrono, sono inizialmente tanto reali quanto normali. Lentamente ma inesorabilmente il dono della seconda vista di Aislinn spalanca la soglia del magico mondo, mescolando e confondendo infine, l’uno nell’altro, i due universi incompatibili.
Un nugolo di personaggi bizzarri e mostruosi anima la battaglia che vede opposte la Corte dell’Invero e quella dell’Estate, uno scontro che chiama in causa la giovane mortale Aislinn. La magia della narrazione vive per l’appunto di questa calibrata mixture di reale (quotidiano e sensuale) e irreale in una costante sovrapposizione che convince ed affascina fino in fondo. E con la conclusione, appunto, che trasforma Aislinn nella Regina dell’Estate, compagna del Re Keenan, senza che ciò significhi rinnegare l’amore che la lega a Seth, si aprono futuri nuovi scenari.

La terra degli uomini rossi

Posted: 14 settembre 2008

Recensione di Sonia Scorziello

Regia di Marco Bechis – Italia/Brasile 2007 – durata 108’

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La terra degli uomini rossi

Si va al cinema a vedere l’ultimo film di Bechis, solo se si vuole tentare di rivivere l’esperienza degli Indios, altrimenti è meglio optare per un’altra pellicola. La terra degli uomini rossi non è un film spettacolare, non risponde alle logiche del mercato cinematografico, né tanto meno al botteghino. E’ invece un film che racconta, parla con immagini potenti e belle, evocative, a volte quasi perfette.
Narra di un popolo, i Guarani-Kaiowa, costretti in riserve, ai confini delle proprietà dei fazendeiros, senza altra prospettiva se non quella di andare a lavorare in condizioni di semi schiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero, moltissimi giovani “si perdono”, si suicidano. Stanchi di essere schiavi nel loro paese, desiderosi di riscattare la propria terra iniziano la rivolta contro gli intrusi occidentali. Due mondi antitetici si fronteggiano. Si fanno una guerra prima metaforica e poi reale. Ma non finiscono mai di studiarsi. A provare la “curiosità dell’altro” sono soprattutto i giovani. Tuttavia sulla Terra c’è posto per un solo mondo, per una sola logica, l’altra è destinata a soccombere.
Il film è dedicato a Enrique Ahriman, attore argentino e amico di Bechis che così, nelle note di regia, racconta la genesi della pellicola: “mi interessava il ‘problema dell’altro’. Lui (Ahriman) mi suggerì di leggere Yanoama la storia-intervista a Helena Valero, una donna sequestrata dagli indigeni per trent’anni, una specie di Tarzan al femminile”.
Dunque, l’opera nata dall’interesse, documentato, per gli indios del Mato Grosso del sud (Brasile) dove è ambientata, non ha velleità documentaristiche né si perde nel facile folclore. Bensì ha l’ampio respiro della verità, il coraggio della denuncia ad alta voce dei nativi indigeni. Già, perché il regista nonché produttore di se stesso, dopo aver creato i contatti con una tribù di indios, li ha “addestrati” alla recitazione. Li ha messi davanti alla macchina da presa e ha consegnato loro l’intero film. Capovolte le regole del cinema. Qui è tutto il contrario, si racconta la storia dai protagonisti, veri indios, mentre tra i ruoli secondari troviamo attori come i bravi Claudio Santamaria e Chiara Caselli.
Sicuramente è stata sempre costante la sua attenzione all’America Latina, come testimoniano i film precedenti, da Garage Olimpo a Hijos-Figli. “Lì si parlava di desaparecidos, qui di sopravvissuti – dichiara durante la conferenza stampa - questi indios sono quel che resta di uno dei più grandi genocidi della storia. Perché l'eterno conflitto tra bianchi e indigeni ha sempre come oggetto la terra. La conquista prosegue. Sostenuti dal governo, i fazendeiros hanno operato una deforestazione selvaggia, la stessa che mette in pericolo il pianeta. La legge dice che il 20% delle foreste doveva essere conservate, ma ne è rimasto solo il 2%. Basterebbe riprendere quel 20% che non dovevano disboscare, 700 mila ettari, e restituirli ai Kaiowa per assicurare la loro sopravvivenza».
Terzo e applauditissimo (15 minuti di battimani a fine proiezione) film italiano in concorso al Festival di Venezia, certo non farà record d’incassi ma ci regalerà la volontà di pensare al “diverso”. Così come sottolinea il regista “Non è facile accettare l’altro, l’altro ci fa paura: i clandestini, gli emarginati, i rom. Prima o poi vorrei fare un film sull’ Italia. Un Paese che sta andando alla deriva da ogni punto di vista, compreso quello culturale. Quello che servirebbe è proprio la curiosità. Gli “altri”, ce l'hanno nei nostri confronti. Sono qui, ci osservano, sperano in noi. Sono convinto che gli indios abbiano idee più chiare delle nostre su come vivere in questo mondo. Se noi bianchi non avremo curiosità e attenzione nei loro confronti, non ci sarà futuro. Né per loro né per noi».
Lo smarrimento dell’identità culturale, l’omologazione imperante, la perdita delle proprie radici porta alla distruzione, ecco l’alto messaggio del film. Il lavoro di Bechis, commuove e fa riflettere sul significato di persecuzione, razzismo e genocidio. Bellissima l’immagine ultima che chiude il film e ne raccoglie il senso.

Charles Baudelaire - Lettere

Posted: 14 settembre 2008

Recensione di Andrea Comincini

Dall’Oglio, 1964 – Euro 2,84 – pag. 232

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Lettere

La scelta di questo testo fuori catalogo da parecchio tempo, fra tante altre edizioni disponibili, deriva dal profondo ed indescrivibile piacere che si prova nello scoprire un vecchio libro fra mille volumi di vario genere, in quelle ultime librerie degne di tal nome, dove l’odore della carta e la pagina scolorita fanno parte stessa della bellezza del luogo.
La letteratura nasconde qualcosa di misterioso ed antico, proprio come la pagina sopravvissuta al tempo e passata fra le dita di chissà quanti lettori: cornice perfetta per recensire le lettere spedite alla famiglia, agli amici – o da loro ricevute – di uno dei poeti più affascinanti mai esistiti.
L’epistolario di C. Baudelaire offre al lettore una immagine estremamente diversa dallo stereotipo del maudît perso in bordelli e droghe di ogni tipo: dalla lettura emerge più chiaramente il carattere profondamente dolce e mite del nostro, affatto lontano da atteggiamenti esibizionistici o malandrini. Tutt’altro: la sua eccentricità, l’irrequietezza intellettuale, la totale incapacità di organizzare la giornata deriva non da un narcisistico e artefatto atteggiamento di diversità, bensì dalla ingenua appartenenza dell’uomo ad un mondo altro dal nostro. La vita dell’artista è definita da un assoluto amore per la bellezza, la grazia, e non tollera ogni qual tipo di conformismo borghese, orari, affettazioni.
La sua condotta tuttavia è sempre elegante e strettamente attenta al bon ton, così da renderlo personaggio accattivante e carismatico. L’amicizia di Baudelaire è una benedizione per compagni e discepoli. L’uomo e il poeta coincidono ed emanano la stessa ebbrezza dei propri versi. Ciò che colpisce maggiormente in questo epistolario, tuttavia, non è il profumo dell’arte, ma l’odore della solitudine e della miseria.
Le lettere sono per lo più indirizzate alla cara madre, a cui si rivolge di continuo per ottenere alcuni prestiti e riuscire a sopravvivere all’indigenza insistente. La ricchezza interiore dell’artista coincide con una pesante povertà quotidiana: quante volte si vergognò di uscire di casa e restò a letto perché non aveva biancheria fresca, quante saltò i pasti, quante restò senza un soldo è impossibile dirlo. Sebbene nel testo è riscontrabile innumerevoli volte, si avverte che quelle confessioni non rivelano tutte le situazioni accadute, perché il pudore di Baudelaire nascose certamente altri tristissimi imbarazzi.
In una lettera dedicata da un amico dopo la sua morte, viene riportata una confessione davvero toccante: una notte qualsiasi il poeta incontra un compagno. È sporco e con la barba di due giorni. Quando viene visto si imbarazza, ma l’amico lo invita a casa e cerca di non fargli pesare quell’atmosfera che lo circondava. I due chiacchierano vicino al divano, e mentre il sonno e la notte vengono loro a far visita, improvviso dal silenzio si sente la voce di Charles: “lo sai quanto ho guadagnato nella mia intera vita?”
La risposta è condita da lacrime silenziose, e rivela la condizione di tutta una vita. Baudelaire trascorse l’esistenza fra terribili agonie, ingiustizie, critiche moralistiche e severe. Le Lettere conservano tutto ciò e documentano l’esperienza di un grande scrittore, la cui unica smania nella vita furono la poesia e le donne.
In un altro documento inviato da un discepolo pieno d’ammirazione, leggiamo l’instancabile volontà di trovare sempre la parola giusta, il verso adatto, lo stile unico. Corregge con l’allievo i versi di quest’ultimo, per ore e ore. “Non è la parola giusta”, e continuano a sfogliare dizionari e vocabolari di vario tipo. Quando raggiungono l’obiettivo, una esultanza indicibile li avvolge, e la pace sembra riempire le pareti della stanza.
Un’altra passione fu l’amata compagna Jeanne Duval, una bellissima mulatta che gli procurò gioie e dolori. Egli visse quell’amore con un trasporto tanto intenso quanto sofferto e certamente alcune delle sue poesie più belle nascono dal desiderio di raccontare la sensualità della donna nella sua pienezza. In questa epistola parigina dell’estate del ’44 possiamo leggere: “Jeanne è diventata un ostacolo non solo alla mia libertà – questo sarebbe di poca importanza; anche' io so sacrificare i miei piaceri, e l'ho provato – ma anche al perfezionamento del mio ingegno[...] Un tempo ella aveva delle qualità, ma le ha perdute, ed io ho guadagnato in chiaroveggenza, vivere con un essere che non è capace di nessuna gratitudine per gli sforzi che fai, che li osteggia con una goffaggine e una cattiveria permanente, che non ti considera se non come suo servo e sua proprietà, con cui è impossibile scambiare una parola di politica o di letteratura, una creatura che non vuole imparare nulla, anche se le hai proposto di darle tu stesso delle lezioni, una creatura che non mi ammira, che non si interessa neppure ai miei studi, che getterebbe i miei manoscritti nel fuoco se questo potesse procacciarle più denaro che lasciarli pubblicare, che scaccia il mio gatto, l' unica mia distrazione in casa, e vi porta dei cani, proprio perché la vista dei cani mi fa star male [...]”. Come si legge, l’amore è sofferto e lacerato quanto la sua persona.
Altre lettere offrono intensi episodi capaci di far meglio intuire la complessa personalità dello scrittore francese. In una missiva per la madre del dicembre 1847 rivela la pena nello scrivere delle lettere – preferirebbe comporre un intero volume – ma il filo della propria esistenza si lega in esse, nel disperato tentativo di trovare dei soldi, un editore che lo pubblichi, qualcuno in grado di offrigli credito. Una personalità controversa e sofferente, libera dalla ipocrisia piccolo-borghese ma schiava della sua grandezza, e certamente vittima come tutti delle miserie che la vita quotidiana riserva ad ognuno, si spense in un letto triste, circondato dai pochi amici fedeli capaci di comprenderne l’umanità prima del genio.
Le lettere di Baudelaire documentano l’esperienza privata dell’uomo, ma rivelano anche la condizione universale del grande artista in lotta fra eterno e umano, poesia e realtà. La malinconia, la solitudine e la noia che accompagnano le sue giornate riecheggiano nel famoso spleen, e attraversano i versi. “Il suo cuore messo a nudo” grazie ad un epistolario affascinante è un piacere a cui nessun lettore dovrebbe rinunciare.