Archivio Settembre 2009
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli,
Trinity College Rome Campus
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Posted: 30 settembre 2009
Regia di Woody Allen – Usa 2009 – 92 min.
Tra Londra e la Spagna Woody Allen torna a New York. E l’aria familiare di Manhattan si fa sentire immediatamente. Vecchio cinema, stesso ritmo eccezionale nel rivisitare la tradizione che lui stesso ha contribuito a fondare.
Va in scena il nevroticissimo Boris (Larry David, qui perfetto alterego alleniano): una volta fisico di fama mondiale, professionalmente e come marito è ora un fallito, tenta il suicidio e irrita gli amici lunghissime tirate pseudo-filosofiche. Boris è un professore in pensione della Columbia University che si reputa un genio e autocandida per il premio Nobel in Fisica. Poi, una notte rientrando a casa incontra una giovane fuggiasca, Melody St. Ann Celestine dal Mississippi una ragazza semplice incapace di cogliere l’ironia di Boris. Melody si ferma da Boris e lentamente riesce a fargli apprezzare il bello della vita: seguendo Melody Boris impara a valutare positivamente l’elemento “fortuna” e prendere in considerazione che due universi così distanti possano comunque incontrarsi, piacersi e provare a stare insieme. Torna dunque, assieme alla città-setting alleniana per antonomasia, anche il rapporto, tragicomico, tra un uomo anziano e una donna molto più giovane.
La prima parte ha il passo dei bei tempi (soprattutto “Prendi i soldi e scappa” e “Provaci ancora Sam”) che nella seconda metà cambia e si avvicina alle più recenti pellicole. Insomma, i dialoghi e le battute ci sono e divertono sempre, anche se ogni tanto si sente il peso di un modus operandi che non sorprende più: soffre un po’ della vena lenta e sentimentale delle ultime cose europee e non convince del tutto.
Sesso, religione, grandi questioni filosofiche, la futilità dell’esistenza ma non la psicoanalisi, sono al centro del discorso farneticante, e geniale, di Boris-Allen in un film pieno di sarcasmo, spesso anche cattivo, che sul finale vira verso la commedia romantica pur mantenendo una buona porzione del brio dei giorni migliori. Discontinuo ma da vedere, per gli appassionati del genio newyorkese e non.
Posted: 30 settembre 2009
regia di Robert Schwentke – USA 2009 – durata 112’
Quando Henry vede Clare per la prima volta, lei lo conosceva già da anni. Fin da quando era una ragazzina, lui è stato il suo miglior amico, il suo confidente e la sua passione, peraltro non nascosta.
Henry soffre di una rara anomalia genetica che lo costringe a vivere la sua vita non sapendo mai quando si ritroverà improvvisamente in un altro posto, magari in un anno diverso. L'uomo che Clare ha conosciuto tutta la sua vita è l'Henry che incontrerà nel futuro. Nei suoi viaggi indietro nel tempo, lui ha incontrato la ragazza che sarebbe diventata sua moglie.
Cresciuta, Clare ha raggiunto Henry e finalmente si amano. Ma i problemi per la coppia sono dietro l’angolo, incomprensioni, lontananze, e delusioni rischiano in ogni momento di prendere il sopravvento. D’altro canto la vita non è facile per Henry, quando sparisce, per lunghi periodi, si ritrova nudo e senza cibo in qualsiasi momento del suo passato o futuro. Così è costretto a rubare, entrare nelle case in cerca di vestiti, arrangiarsi in ogni modo fino a quando non tornerà nel suo tempo. Volano i giorni, il Natale, gli appuntamenti importanti e Clare è sempre sola, fino a quando non decide per una volta di cambiare il corso del suo destino per avere ciò che più desidera.
Originale adattamento, tratto dal romanzo di Audrey Niffenegger, edito in Italia da Mondadori con il titolo La Moglie dell’uomo che viaggiava nel Tempo, ha tra i produttori Nick Wechsler e Dede Gardner, mentre Brad Pitt, Richard Brener, Michele Weiss e Justis Greene sono stati i produttori esecutivi.
Un amore all’improvviso
(regia di Robert Schwentke – USA 2009 – durata 112’)
di Sonia Scorziello
“Lui scompare all’improvviso e involontariamente. Io lo aspetto. Ogni minuto di attesa dura un anno, un’eternità.”
Henry è un viaggiatore nel tempo. Affetto da una rara anomalia genetica, vive la sua vita non sapendo mai quando e dove si troverà. Un giorno incontra Clare da bambina, nei viaggi indietro nel tempo i due si conoscono e poi si amano. Non è un film di fantascienza, anche se si nota la sceneggiatura del vincitore dell'Academy Award® Bruce Joel Rubin (“Ghost”) e la presenza di Brad Pitt (come produttore) ormai appassionato ai viaggi temporali. Al cuore della storia ci sono Clare (Rachel McAdams) e Henry (Eric Bana), due persone destinate a stare insieme, nonostante le forze contrastanti. Come tutte le coppie discutono, si vogliono bene, affrontano gioie, dolori senza mai abbandonare la propria vita e le scelte fatte.
Dunque l’esistenza è pur sempre imprevedibile, anche se si viaggia nelle diverse età, il saper affrontare le prove a cui sono chiamati Henry e Clare si trasforma in forza e fiducia; vera base del rapporto di coppia. Un film traslato sulle riflessioni dell’esistenza umana, racconta senza progredire in ordine cronologico-lineare, e, punta l’attenzione su come i grandi eventi possano trascinare via la vita di ciascuno di noi.
Fede, destino e conseguenze imprevedibili, così, tra un salto nel passato e uno nel futuro si snoda l’originale metafora del tempo che scorre.
Tratto dal romanzo esordio di Audrey Niffenegger, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, il film non è altro che la storia di un grande amore raccontata da due prospettive: l’una di Henry l’altra di Clare.
Si confrontano e si alternano dando vita quasi con magica naturalezza ad una famiglia che si ama, litiga, soffre per le minacce e tragedie che nessuno può controllare o prevenire.
Certo è un modo originale di raccontare una storia d’amore “senza età”. L’elemento magico dei viaggi di Henry, in realtà fa riflettere sul cambiamento di una persona nel tempo, vedere il protagonista in età differenti sottolinea i diversi aspetti della stessa persona, i gradi di maturazione che noi tutti raggiungiamo vivendo.
Diretto dal tedesco Robert Schwentke, molto capace nel sottolineare il percorso emotivo dei due protagonisti “i viaggi nel tempo sono un catalizzatore che rafforza e mette alla prova il loro legame – racconta – Mi è sembrata un'opportunità per creare una grande storia d'amore, nella quale abbiamo comunque voluto inserire una dinamica particolare per renderlo più veritiero. Soprattutto visto che si tratta di una storia che ha inizio con due protagonisti che ricevono il dono incredibile di trovare la persona a cui appartengono”. Così scorrono le belle scene curate da Jon Hutman, fedeli alla natura elusiva del tempo. Tutto è attenuato, ogni aspetto legato ad un’epoca è reso impercettibile, nulla è in evidenza, così da non catturare l’attenzione del pubblico.
Ambientato a Chicago, la produzione si è spostata nella Città del Vento per girare alcuni esterni e delle inquadrature di raccordo. Tuttavia, la maggioranza delle riprese è stata realizzata a Toronto proprio per mantenersi fedeli alla natura elusiva del tempo presente nella pellicola.
Una prova convincente anche per gli attori. Bella e brava Rachel McAdams, attrice canadese, imposta nello star system della commedia hollywoodiana con ruoli "bitch" da lolita-teenager. Qui ha dimostrato professionalità e bravura, perfettamente calata nel ruolo di moglie fiduciosa e innamorata. Non da meno Eric Bana, il divo australiano, ve lo ricordate nella furia verdastra di Hulk e nel portentoso ruolo di Ettore in Troy ? Anche nelle vesti del viaggiatore tra passato-presente e futuro, a volte un po’ smarrito e pauroso, forte è la profondità di emozioni per la sofferenza del suo personaggio.
In finale se volete una storia originale e piacevole Un amore all’improvviso fa al caso vostro, lasciando anche aperta qualche riflessione in più.
Posted: 30 settembre 2009
Feltrinelli, 1963 –Euro 25,00 - pp. 305
Quando si stilano classifiche o si scrivono compendi di letteratura italiana, il nome di Silvano Ceccherini viene immancabilmente a mancare. La ragione di tale assenza non deriva da una mediocrità della sua opera, né da una totale assenza di notorietà – che ai suoi tempi qualche riscontro ottenne – ma dalla immancabile conformità dei giudizi, dalla pressoché completa uniformità del mondo accademico ormai incapace di segnalare o scovare autori interessanti, libri veri, esempi di letteratura.
Perché di ciò si tratta: questo signore livornese è dimenticato ai più, così come la cultura e la bellezza nella società italiana attuale; rinnovare al lettore l’invito a conoscere l’opera dello scrittore è un dovere quindi sia civico che letterario.
Egli nasce in Toscana nel 1915, e già da bambino mostra i segni di un temperamento anarchico e ribelle. Abbandona la scuola da piccolo, si perde in vagabondaggi e furti. Dal 1934 al 1939 prestò servizio presso la Legione francese. Ottenne diverse condanne, fra cui una per aver pestato un ufficiale, causa della reclusione nel carcere di Porto azzurro, per ben 18 anni.
È da simili esperienze, dalla vita carceraria, che nasce il suo primo romanzo, La traduzione, ovvero lo spostamento da una prigione all’altra.
Le difficoltà incontrate nella vita di tutti i giorni vengono confessate anche nella presentazione dell’editore alla sua opera prima. Nonostante venne segnalato da Cassola, l’opera suscitava un certo imbarazzo, perché non era raro a quei tempi – in verità anche oggi – che molti autodidatta cercassero di pubblicare le loro impressioni, o di immergersi nel mondo della letteratura. In una Italia in cui la divisione fra arte e lavoro era ed è ancora forte, questi uomini venivano giudicati con sospetto. Tale pregiudizio tuttavia, non appena letto il manoscritto – ci dice l’editore - , venne subito a scemare, per accogliere invece giudizi e sensazioni decisamente positivi. Ciò che emerge maggiormente dalla lettura della traduzione è “il suo essere così decisamente romanzo, oggetto letterario autonomo, microcosmo di parole, di pensieri e di immagini regolato da leggi che appartengono soltanto a lui, ad esse sole obbediente”. L’opinione non lascia spazio a dubbi: si tratta di opera di grande spessore, dove l’esperienza del carcerato non cede allo sfogo puerile o al vittimismo, ma conserva la propria dignità, esalta l’intelligenza e la nobiltà umana, sebbene costretta dentro mura spesse e fredde.
Come osserva l’editore, nuovamente, “Ma la più grossa meraviglia, ripetiamo, viene dal fatto che l’autore, il quale aveva pure ogni diritto di sfogarsi, di autocommiserarsi (venti anni di carcere! Una vita intera!), abbia invece avuto la forza ed il coraggio di preservare la propria limpida intelligenza dal fallimento e dal marasma. Uno scrittore nasce sempre così: a duro prezzo, sempre”.
Dentro La traduzione
(Feltrinelli, 1963 – Euro 25,00 - pp. 305)
a cura di Andrea Comincini
La storia narrata è semplice e lineare come la vita di un carcerato, fatta di piccoli spostamenti, grandi rinunce, senso di smarrimento, rabbia e speranze, soprattutto disilluse. Personaggio principale degli eventi è Olgi –facilmente identificabile con il nostro – giovane ormai giunto all’età di quarantasei anni, malato di cuore, sballottato a destra e a manca fra una prigione ed un’altra. Nella traduzione fra penitenziari vari incontra persone delle più disparate età, condizioni sociali, drammi.
In questo fiorente racconto Ceccherini trascrive la sua personale condizione umana, ma il libro non avrebbe la forza suggestiva della grande opera letteraria se non fosse anche metafora delle umane vicende di noi tutti. Attraverso i racconti del giovane Paolino, assassino del padre alcolista perché picchiava la madre, o dell’ingegnere, un tipo eccentrico e strano, nonché di siciliani, calabresi, napoletani ed altri di ogni provenienza, l’autore descrive una prigione più grande di quella tracciata dalle mura carcerarie. La forza del libro è la semplicità nel trasmettere una profonda umanità, una energia avvolgente, collettiva, la cui tenacia costringe a guardarci dentro, a scorgere le misere finitezze di ognuno, senza tuttavia cedere troppo facilmente allo sconforto.
L’opera del toscano è un inno particolare alla fratellanza, al valore della solitudine e della sofferenza, perché grazie ad esse l’uomo può perdersi sì, ma anche riscoprire se stesso, cogliere il limite mediocre delle preoccupazioni futili, scovare la dignità nascosta, anche in prigione.
Il mondo in sè in fondo è un grande penitenziario in cui ognuno di noi svolge un ruolo, fino al termine segnato dal tempo. È proprio il Tempo il grande confine col quale il carcerato deve adoperare i suoi trucchi migliori: davanti a giornate sempre uguali, dove nulla attende, l’uomo può e deve trovare la forza di ricordarsi di essere Uomo, e continuare a resistere.
In queste infinite attese molti reclusi si dedicano alle letture, allo studio, ed imparano le lingue, la letteratura, la storia. Dentro la cella si crea un mondo parallelo con le proprie gerarchie – perfino culturali! – la cui estensione tuttavia è segnata sempre dal confine delle sbarre. La cultura, la ricerca sembrano aiutare il nostro personaggio: “ Finì di leggere il libro che spuntava il fiore dell’alba: un altro giorno tutto da vivere, con amore o con pazienza, oscura fatica, come il falegname pialla il legno”.
Dentro il cuore nero di questa oscura fatica, possiamo cogliere il senso stesso di una vita e delle parole che a questa esistenza furono dedicate: un compito impreciso, dai confini labili, misterioso ma da fare, portare a termine, eseguire. Se non c’è riscatto in questo o in altri mondi, l’unica risposta che l’uomo può darsi è non cedere alla banalità, non credere al conformismo, ma restare sempre uomo, combattere e vivere. Finchè il tempo non verrà a bussare, proprio come è accaduto ad Olgi, una volta giunto a destinazione, una destinazione che ha visto il suo volto segnato da un breve e timido sorriso.
L’energia della prosa si esprime attraverso una scrittura semplice ma d’effetto, forte e certamente piena di vita, proprio come le esistenze di tanti carcerati ogni giorno dimenticati, non per questo meno uomini di chi cammina a piede libero.
La traduzione di Ceccherini è un ottimo libro, e per uno strano destino che sembra avvolgere alcuni grandi autori, purtroppo quasi introvabile.
Per quanti volessero leggerne le storie, consiglio di visitare il sito bergogliolibri.it .
Posted: 21 settembre 2009
Regia di Sam Raimi – USA 2009 – durata 99’
Ambientata a Los Angeles, la pellicola ha per protagonista Christine Brown. La ragazza è funzionaria di banca: si occupa di mutui e prestiti ma il direttore la critica per gli atteggiamenti un po’ troppo morbidi nei confronti dei clienti e così, malauguratamente, lei prova a cambiare condotta e dimostrare più polso. Christine è infatti in attesa della promozione e decide allora di negare una proroga su un prestito scaduto a una anziana donna dall’aspetto inquietante. La signora Ganush è terribilmente sconvolta per il rifiuto, si abbandona a scene di pianto e violenza e se ne va minacciandola. A fine serata aspetta Christine nel parcheggio sotterraneo e alla termine di una sequenza da brivido, l’orribile zingara riesce a strapparle un bottone e a maledirlo, scatenando la vendetta della Lamia (essere mitologico mezzo animale e mezza donna di volta in volta accostato al vampiro, alla strega o allo spirito demoniaco e ripreso dalla tradizione romantica con Keats) contro la ragazza.
Il film è ben confezionato (la fotografia è eccezionale per gli amanti del genere) e segue struttura e canovaccio dell’horror classico e in grande stile: non c’è nulla di realmente inaspettato, ma non per questo il risultato finale mette meno apprensione (le scene nella macchina di Christine o tra le pentole della sua cucina). Ma su tutto sta la scena della seduta spiritica, nella quale la giovane cerca di evocare Lamia, assieme a una medium e due suoi aiutanti, per scacciarla definitivamente: azione velocissima con numerosi cambi di focus si mescolano ad una tensione che trascina in un visione onirica e ipnotica ove si mescolano terrore e una surrealtà circense. Grottesco ed orrorifico sono infatti alla base di questa pellicola con cui Raimi torna, dopo la felice parentesi degli Spiderman, alle origini de La Casa e Evil Dead.
Sebbene la chiusa del film sia abbastanza prevedibile, e catastrofica, tuttavia ha il merito di non scadere in un “volemose bene” da due lire. Anzi, si fa strada, in fondo alla visione del film e malgrado il genere cui appartiene, una certa riflessione: Christine è una donna qualunque, di buon cuore e sinceramente onesta che si trova a fare i conti con le difficoltà di un tempo in cui, tra precarietà e arrivismo, alcuni si sentono obbligati a mettere da parte la propria coscienza per il quieto vivere lavorativo o la carriera.
Ed è in tal senso che Christine fa del male alla orribile signora, sebbene sulla scia autogiustificatoria. Ma soprattutto agisce in piena libertà dal momento in cui il direttore le lascia scegliere come comportarsi con la proroga del prestito alla zingara: quell’istante di libero arbitrio (lo stesso che si ritrova nell’invito che Dracula fa a Jonathan Harker di entrare nella sua dimora “liberamente” o del Faust) si tramuta nella negazione del favore a Ganush e, paradossalmente, si dimostrerà una condanna senza fine.
In un momento storico così (soprattutto a un anno dall’inizio della crisi americana) il discorso non suona nemmeno tanto campato in aria e irrazionale. Pare anzi recare in sé un monito: se da un mutuo non prorogato… I nostri istituti di credito sono avvisati.
Posted: 21 settembre 2009
regia di Carlos Saldanha – USA 2008 – durata 91’
Non siamo certo all’altezza delle precedenti Ere, ma d'altronde è già il terzo sequel della fortunata trilogia di Saldanha e un po’ di stanchezza si inizia ad avvertire. Certo, poco importa se gli incassi già superano i 23 milioni di euro, con buona pace della mayor Twentieth Century Fox, ma perde qualche colpo rispetto al passato in termini di armonia narrativa e capacità di rinnovare i personaggi.
Però resta assicurato il coinvolgimento dei ragazzi grazie anche al contributo decisivo dei nostri bravi doppiatori Claudio Bisio, Leo Gullotta, Pino Insegno, Massimo Giuliani, Roberta Lanfranchi.
E ancor di più per le bellissime immagini della lussureggiante foresta, pei i colori vivaci e caldi che lasciano sognare un “altro mondo”.
Così incontriamo ancora Scrat alle prese con la sua ghianda e non solo, mentre Mannie e Ellie attendono la nascita del loro piccolo mammuth. Diego, la tigre dalle lunghe zanne, sta diventando un pò "mollaccione" ad andare in giro con i suoi amici, gli manca il suo istinto primario. Sid, il bradipo per eccellenza, si mette nei guai quando crea la sua famiglia personale rubando uova di dinosauro.
Già, se c’è una novità in questo terzo episodio, “quasi televisivo”, è la voglia di metter su famiglia e dunque il tema della maternità. Dedicato e pensato un po’ per tutti, ci sorge però una domanda: ma i giovani ragazzi faranno caso a cotanto messaggio di “salvaguardia famigliare”?
In attesa di sciogliere il dubbio, ricordiamo che il suo frutto la glaciale trilogia già l’ha creato: dai lauti incassi è nato lo studio di animazione in CG e già si prevede una nuova puntata per i nostri eroi. Dunque è il caso di augurarsi per l’opera futura un cambiamento di tendenza. Infatti, non reggono più gli intermezzi di Scrat, affiancato ora da Scrattina e la trama comincia ad appiattirsi. Fortuna arriva Buck (in originale doppiato da Simon Pegg), un furetto rimasto per troppo tempo in una zona “selvaggia e incontaminata” a contatto con i dinosauri e ormai totalmente impazzito.
Sembra un reduce di guerra, portatore di caos ed eroe salvatore dei nostri vecchi amici.
Sebbene non costituisca nulla di rivoluzionario è capace di regalare alcuni momenti divertenti e avventurosi, tanto da ricordare le peripezie di Indiana Jones.
Condito di alcuni riferimenti altisonanti – il rapporto ossessivo di Buck con il gigantesco dinosauro bianco, citazioni da Divina Commedia e come non pensare a Jurassic Park – a farla da padrone nell’Era Glaciale 3 – L’Alba dei dinosauri resta la comicità fisica, in mezzo all’infinità di cadute e alle varie imprese pericolose che deve affrontare il gruppo.
Certo anche le battute sempre centrate occupano parte rilevante, riuscendo in più di un’occasione a strappare risate allo spettatore – soprattutto a quello più piccolo.
Eppure, l’impressione generale è che lo script tenda eccessivamente ad essere sostituito dalla sequela di veloci situazioni, animazione a tutti i costi! Certo il digitale è stato sfruttato al meglio, offrendo al pubblico un'esperienza full immersion. Per fare un esempio, il reparto modelli ha ideato due scenari digitali di fondo, uno per il paesaggio ghiacciato e un altro per l'immenso e variopinto mondo che si trova al di sotto, avvalendosi dei computer dei Blue Sky Studios. E con il 3D sono state potenziate al massimo le grandi scene d'azione, come le sequenze vertiginose dei voli o quella, esilarante, in cui Sid cerca di salvare le grandi uova da cui scaturiranno i tre cuccioli di T-rex in una specie di slalom sui pendii nevosi.
L'era glaciale 3-L'alba dei dinosauri resta dunque un’ulteriore conferma della nuova frontiera dei cartoni animati, quella delle tre dimensioni. Sono ormai tanti gli esempi. Basti pensare a Up, il nuovo lungometraggio prodotto da John Lasseter, il patron della celebre Pixar, e realizzato dal regista Andrew Stanton.
Eppure nonostante la tecnologia, il film lascia un senso di delusione. Sarebbe bastato un pizzico di originalità, un po’ di creatività nella sceneggiatura, e una maturazione dei personaggi e il gioco era fatto.
Al pubblico non resta da fare altro che stare al gioco della novità visiva/tecnologica, altrimenti la noia rischia di regnare sovrana.
Posted: 21 settembre 2009
(Mondadori, 1999 – € 7,80 – pag. 288)
Il romanzo, scritto nel 1926, riassume esemplarmente lo spirito di un’epoca intera e dei suoi figli, specialmente di coloro che vennero su dopo la Prima Guerra Mondiale, e definiti da Gertrude Stein come “Lost generation”. Schiacciati fra le due grandi tragedie del Novecento e dalla crisi profonda che il mondo borghese stava per affrontare – perdendola - Fiesta racconta del viaggio di un gruppo di amici per assistere ad una corrida in terra spagnola.
La descrizione dei personaggi è essenziale ma efficace. La bellissima Brett, donna provocante e fragilissima; Jake, l’amico innamorato; Cohn un ex pugile che arde di desiderio per Brett e Mike, il compagno hic et nunc della giovane, si ritrovano ogni giorno ed ogni sera a perdersi in qualche locanda, ad immergersi nell’alcool. Sia a Parigi, dove frequentano brasserie e locali chic, sia durante il periodo in Spagna, la comitiva vive e consuma il suo tempo attorno a numerose bottiglie di vino, whiskey, assenzio, birra. L’atmosfera rarefatta è fisicamente percepibile grazie ad una accurata e ispirata descrizione dei dialoghi, nei quali appare una assenza di valori, un cinismo poco convinto, ma soprattutto l’ansia e la noia.
La storia è esemplare, come dicevo sopra, perché appare forte e chiaro il senso profondo di frustrazione di un mondo intero incapace ormai di riconoscersi e reagire. Le conversazioni sono normalissime e addirittura banali, ma da esse nascono incomprensioni, scherzi e perfino risse. L’alcool è l’unico spirito presente in questi uomini, e l’effetto sembra aumentare l’alienazione di una esistenza persa e senza scopo. Il libro è pregevole e certamente ben riuscito, sebbene non si possa a mio avviso definirlo un capolavoro o il migliore prodotto dello scrittore americano, ma evidenzia tuttavia un particolare veramente entusiasmante su cui vale la pena soffermarci.
Durante la fiesta il mondo appare sconvolto da una forza misteriosa e nuova, capace di interrompere le precedenti leggi umane e cosmiche. Quanto si avverte è un’ondata di vita estenuante e travolgente, e a suo modo inquietante. Il luogo in cui si sprigiona tutto ciò, ovviamente, è la corrida. L’odore del sangue e della polvere si intrecciano nelle sfuriate taurine, fra la folla urlante e l’aria elettrica. La sfida tra il torero e la bestia rimanda ad una lotta fra uomo e natura nella quale si sprigiona violenza e morte, ma proprio per questo, anche il senso della vita.
Quegli occhi apatici e spenti si ritrovano calamitati dalle gesta del torero e dell’animale, senza a volte capirne il motivo: forse la danza romantica dell’uomo, la minuzia nei gesti e la coreografica postura davanti alla furia scalciante rimandano dentro ognuno di noi alla terrificante bellezza di un’altra sfida, quella fra la vita e la morte, dove l’oggetto da esibire non è un orecchio mozzato o la coda del toro, ma la nostra esistenza.
Hemingway riesce in poche pagine e con un tratto chiaro e pulito a racchiudere dentro una cornice di parole un mondo intero e le sue incertezze. La malinconia e la noia si trovano piacevolmente inerti durante l’esplosione della fiesta. Le persone vivono con una intensità maggiore le loro disgrazie, i difetti e le inibizioni, ma finalmente esse sono anche profondamente umane e vere. Se non c’è redenzione nei e dei personaggi di Hemingway tratteggiati in questo romanzo, probabilmente – tuttavia – viene indicato almeno il luogo nel quale la verità che ognuno porta dentro si manifesta. Il mondo selvaggio, l’arena, come paradigma della realtà quotidiana. Non è forse casuale l’amore dello scrittore per le corride, le battute di caccia e pesca. Davanti alla morte ed il sangue anche l’umanità più dilaniata può trovar modo di ricomporsi, o per lo meno è auspicabile.
I personaggi descritti da Hemingway durante la festa a Pamplona di San Firmino sono giovani dissoluti ed ormai privi di energia, specchio di una generazione fra due guerre, ma davanti a quello spettacolo di luci e colori che è la fiesta, sembrano a volte riaversi da un torpore e da un disagio il quale, come la storia ci ha raccontato, ha travolto infine un’epoca intera, senza offrirle scampo.
Posted: 10 settembre 2009
Nord, 2009 – euro 18,60 – pp. 439
Libro dall’intreccio fitto d’accadimenti e d’un buon livello di suspance, grazie anche alla sostanziale componente inventiva della storia.
William Piper è nell’“Unità furti e crimini violenti” dell’FBI di New York ormai da vent’anni: ha sempre risolto i casi più intricati, spesso di serial killer. Le sue competenze sono molte ma è soprattutto da profiler che è riuscito ad avere i migliori risultati e, assieme, a compromettere la sua carriera a causa di un’avventura con una collega, cui ha fatto seguito un duro provvedimento disciplinare e un sincero amore per il whisky scozzese…
Quando gli si presenta il caso Doomsday accetta quindi senza remore: a New York c’è un killer che agisce sui generis: invia ad ogni vittima una cartolina con data della morte e la sagoma della bara. A parte ciò nient’altro pare legare assieme le morti. Anzi, le persone sono uccise in maniera sempre differente e a volte casuale: cadendo dalla finestra, investiti da un’auto, per overdose, ecc. Le vittime non si conoscono tra loro né hanno caratteristiche in comune. C’è però un antico segreto che pare legare i nomi di ciascuna di loro.
E si fa un salto indietro:
Isola di Wight nel 1947. Il professor Geoffrey Atwood, professore d’archeologia a Cambridge, a lavoro su un sito, è rapito dai servizi segreti inglesi e portato al sicuro con la sua squadra. Ha infatti da poco fatto una scoperta che non deve finire in pasto al pubblico. Scendono in campo Churchill che passa al collega americano Truman tutti gli oneri della faccenda: gli States gestiranno il progetto “Vectis”. Creano così nel deserto del Nevada la celebre “Area 51”. Nell’Edificio 34 del Groom Lake, ben sotto la superficie terrestre Mark Shackleton, genio dell’informatica, lavora senza sosta. Mark, ai tempi del college un ragazzo timido e impacciato, è una vecchia conoscenza di Will Piper, di cui è rimasto amico, benché a distanza, seguendo sui media i casi del poliziotto. Ma questa volta i ruoli si rovesciano: il “caso” ora è nelle mani di Mark, l’unico che ha accesso alla “Biblioteca”… L’autore dell’opera, Octavius, era un settimo figlio di un settimo figlio, nato a Vectis, piccola isola della Britannia, il 7 luglio del 777. Il ragazzo è cieco, i capelli vermigli ed è dotato di un potere primigenio: una sorta di scrittura automatica in grado di fargli vergare, su pergamena, lunghissimi elenchi di nomi e date. Su questo tracciato riprendono le ricerche di Mark e Will per fermare la sequela di morti che terrorizza New York.
La scrittura è facile, la struttura che la sostiene è imponente e il ritmo della narrazione non concede cali di tensione al lettore. Bella l’idea di base, ma poco convincente quando, a tratti se ne intuisce l’esito finale.
Posted: 10 settembre 2009
Tascabili Economici Newton, 1994 - € 1,00 – pp. 100
Il Crepuscolo degli idoli, nell’intera produzione nietzschiana, rappresenta certamente uno dei libri di maggiore successo, sia per quanto riguarda la forma che il contenuto.
In esso si affrontano i capisaldi del pensiero del filosofo con una chiarezza sintattica e perfino paradigmatica, e viene fornito un quadro generale del suo orientamento. I temi trattati sono naturalmente quelli che hanno reso Nietzsche un pensatore conosciuto in tutto il mondo anche da un pubblico di massa, ovvero ‘la figura malata di Socrate’, ‘la morte di Dio’, ‘la morale come contronatura’, ma contiene anche considerazioni sullo spirito dei Tedeschi, o sull’idea della filosofia come martello. Un libro “completo” quindi non soltanto per quanti vogliano leggere le considerazioni riportate, ma anche perché in maniera esemplare – e questo è a mio avviso un elemento fondamentale – evidenzia tutte le contraddizioni e le possibili interpretazioni a cui la filosofia di Nietzsche complessivamente è andata incontro nei secoli successivi, anche a proposito dei topos su elencati.
Se infatti l’opera in sé propone delle riflessioni e delle dimostrazioni, nondimeno esse restano fluttuanti nell’intero magma filosofico del pensatore. È noto come Nietzsche cambiasse spesso idea su molte posizioni prima sostenute, e che spesso il suo pensiero è stato diviso in ‘fasi’, o periodi delimitati. Grazie all’intenso lavoro filologico e storiografico di Domenico Losurdo la critica ha secondo la mia opinione finalmente raggiunto un punto di osservazione privilegiato, capace di offrire una interpretazione coerente ed unitaria dell’intero mondo nietzschiano: ne ‘Nietzsche, il ribelle aristocratico’, Losurdo ha evidenziato quanto la produzione filosofica del tedesco sia resa coesa e coerente dalla repulsione dello stesso ad ogni forma di pensiero o di comportamento sociale contrario alle virtù reazionarie e aristocratiche. Le differenti posizioni, spesso contraddittorie, nei confronti di Schopenhauer, o dell’illuminismo, o dell’ebraismo stesso, vanno intese in relazione al preciso momento storico in cui si svilupparono, ed alle scelte politiche intraprese dai governi in carica. Nietzsche si schierò sempre contro coloro che mettevano in discussione le gerarchie sociali, e d’altra parte sostenendo i ‘nemici’ qualora servissero alla causa, ovvero ripristinare il mondo degli Junker tedeschi, ritornare ad un passato mitico dove la stirpe teutonica potesse comandare.
Se questa lettura offre garanzie di affidabilità e serietà, resta tuttavia legata ad un presupposto che vale la pensa di analizzare, perché potrebbe offrire elementi nuovi nell’interpretazione del Crepuscolo degli idoli – e confermare quel carattere di esemplarità di cui sopra.
Se la filosofia rimanda ad un mondo di prove ed argomenti dimostrativi, ciò non vuol dire questi argomenti siano esaustivi o perenni. Il testo filosofico non può essere ridotto semplicemente alla intenzionalità del suo autore, né possiamo attenerci al testo in sé. Per essere più precisi: è possibile e legittimo, ma in questa sede è ritenuto poco utile se non ci si interroga sull’orizzonte di attesa da parte del pubblico. Se è necessario fornire una prova a proposito di questa scelta, è bene mostrarne almeno due. La prima è nello sforzo enorme con il quale molti critici, fra cui Losurdo, tentano di confutare o sminuire il peso di interpretazioni altrui. Il successo dell’impresa non limita tuttavia la formulazione di giudizi differenti, e ciò sta a significare che anche il testo filosofico è un’opera aperta, e ciò che il suo autore voleva dire non satura la simbolicità della sua opera o la funzione sociale.
La seconda prova ce la fornisce Nietzsche stesso. Tutta la propria produzione filosofica può essere considerata antisistematica, contraddittoria, coerente o paradossale, ma certamente è un prodotto dal grande valore estetico.
La prosa nietzschiana è volutamente e inevitabilmente sfuggente, facile terreno per le parafrasi più disparate (che vanno dal fare di Nietzsche un paladino della sinistra iconoclastica all’anticipatore del nazismo), perché è una scrittura intrinsecamente allusiva, eterea, provocatrice.
Se il lavoro di Losurdo è pregevole ed intelligente, e – diciamolo – veritiero, ciò non basta a limitarne l’uso interpretativo. Il filosofo italiano ovviamente non nega questa libertà, ma la giudica verità di secondo grado, travisamento di un contenuto storico oggettivo e racchiuso.
Tutto corretto, ma in quest’ottica appare chiaro uno dei grandi limiti di alcuni critici, ovvero continuare ad avere un rapporto autore-testo-pubblico in cui il primo svolge sempre il ruolo da protagonista, e personalmente ritenuto desueto. Portare alla luce le intenzioni reazionarie del tedesco non può condizionare la possibilità di leggere un’opera e trovare tracce differenti dalle intenzioni di chi l’ha scritta.
La Causa Prima, lo Spirito che si estende nella Storia: l’Idealismo, spesso rinnegato, riemerge in atteggiamenti e forme nuove.
Quando la filosofia come produzione sociale di testi letterari aperta al pubblico troverà maggiore credito, allora potranno essere evidenziate quelle effettività storiche tanto care a molti interpreti senza cadere in un riduzionismo degli intenti che poco concerne la filosofia, e soprattutto la filosofia di Nietzsche. Ciò non vorrà dire accettare ogni interpretazione, al contrario: significherà invero guardare più agli effetti (del testo) –misurabili- che non alle intenzioni (dell’autore) –ipotizzabili.
Dopo questa lunga premessa, è chiaro perché il crepuscolo degli idoli si offre ad essere esemplare. esso contiene molti riferimenti all’attualità storica e altrettanti discorsi simbolici; è filosofia col martello, il cui peso è fatto di prove empiriche, ma anche di gesti letterari; si colloca spesso sul terreno filologico, ma né è la negazione. Rispetto allo Zarathustra può essere modello del pensiero nietzschiano perché è sapientemente sposato l’elemento letterario a quello contenutistico, ha una parte discorsiva ed una aforistica, racchiude in pochi capitoli tutti gli elementi del suo filosofare e anche i semi critici poi sviluppatisi nei secoli successivi, esplica il pensiero di Nietzsche ma ne sviluppa inevitabilmente anche il “tradimento” commesso da Foucault o Deleuze nelle rispettive analisi; opera –simbolo del grande filosofo di Rochen, il Crepuscolo degli idoli è un ottimo libro per avvicinarsi alla filosofia di Nietzsche e ad interrogarsi sull’infinito potenziale interpretativo che nasconde.
Posted: 10 settembre 2009
regia di Jonathan Levine – USA 2008 – durata 99’
A volte seguendo la nostra morale siamo portati a compiere scelte non convenienti ma eticamente corrette. Così, facciamo “la cosa giusta” se pur non ne ricaviamo giovamento. Sono i nostri principi, valori a guidarci a non farci commettere “la cosa sbagliata”. Ma quale sarà poi la cosa sbagliata? Uscire fuori dai parametri comuni? Rompere con le regole che ci vengono imposte e contestare leggi fin troppo convenzionali? Sembrerebbe quasi dire: “impariamo ad ascoltare noi stessi, a scegliere oggi per la nostra vita futura, a non farci guidare da dettami e regole precostituite.
Soffia un leggero vento anarchico contro la società odierna e politici dal pugno di ferro. Il riferimento è al sindaco Rudy Giuliani, pronto a incarcerare i senza tetto per risolvere il problema “sicurezza” in città, ma anche a tutti coloro che cercano soluzioni rapide senza porsi domande e affrontare consciamente le tante incognite della vita.
“L'idea per The Wackness – racconta il regista Jonathan Levine – è nata quando mi è venuta in mente la storia di qualcuno che scambiava delle droghe leggere con ore di analisi. Mi divertiva immaginare la storia di un ragazzo appena uscito dal liceo che andava dallo psichiatra, pagando il tempo dell'analisi con bustine di marjuana. Ho messo molto di me stesso in questo film: il ragazzo protagonista della storia mi assomiglia, mentre il personaggio interpretato da Ben Kingsley, in un certo senso, è una proiezione di me stesso in un futuro possibile o addirittura probabile se le cose della mia vita andranno in una certa direzione piuttosto che un'altra.”
E così siamo nei primi anni novanta, in un’epoca molto diversa da quella odierna, come sfondo c’è la storia e la musica hip hop. E’ il tempo dei cercapersone e non di telefoni cellulari, un’epoca in cui Tupac e The Notorious B.I.G. erano vivi, in cui Kurt Cobain si era tolto la vita solo da poco.
Correva l’anno 1994, New York, una città con varie problematiche da sciogliere: droga, delinquenza, adolescenti difficili. Proprio come la grande metropoli, Luke (Josh Peck), studente e spacciatore d'erba e il dottor Squires (Ben Kingsley) uno psichiatra suo cliente, devono risolvere i loro problemi. Luke pensa di avere tendenze suicide, si lamenta della sua scarsa popolarità a scuola e del fatto che la sua famiglia sia sull’orlo dello sfratto.
Una storia di umorismo, emozioni, sesso, droga e ritmo, scritta e diretta da Jonathan Levine, regista di All the Boys Love Mandy Lane. Premiato dal pubblico del Sundance Film Festival come miglior pellicola drammatica, il film è principalmente un irriverente invito a non abbandonarsi a quella sorta di nichilismo oggi imperante a quella sensazione di vuoto quando si è “fuori da se stessi”. La soluzione proposta dal regista a tutti i problemi sembrerebbe la più ovvia: amore e amicizia è l’antidoto giusto! In realtà tante sono le sfumature, così ci si apre a riflessioni ben più complesse.
Attraverso uno script ricco di dialoghi susseguenti, una straordinaria fotografia, sgranata e dai toni chiarissimi, primi piani incisivi e ottime sequenze, The Wackness vola via in modo straordinario.
E’ un inno alla vita, che va presa di petto sempre e comunque, facendo anche quelle scelte che a volte troppo frettolosamente etichettiamo come ’sbagliate’.
A rivoltarsi e a scambiarsi di posto sono due mondi, quelli dei ragazzi e quelli degli adulti, con i primi maturi e i secondi incapaci di crescere una volta per tutte. Così, un’amicizia con un bel salto generazionale rompe ogni regola, legale, e sociale, e si rinsalda nella scoperta di se stessi, delle proprie debolezze e paure.
Con una perfetta colonna sonora e una regia originale, si completano le belle prove attoriali dell’intero cast. In particolare del simpatico e inquieto Josh Peck (nei panni di Luke), del sempre magnifico Ben Kingsley/dottor Squires, irridente e tragica maschera di una certa società newyorchese.
E qui, è proprio il caso di dire che il mestiere dell'attore, così come l’affronta Kingsley, sta tutta nella libertà di riuscire a vestire maschere diverse per ogni storia nuova da raccontare. Ben fa tutto questo con passione, sfiorando il confine tra la vita e il lavoro. Spesso in bilico tra gesti di pace estrema (Gandhi) e amori impossibili (il prof. Kepesh), senza paura di scoprire i lati più nascosti dell'animo umano.
Concludiamo la nostra panoramica ringraziando sempre il cinema indipendente americano, che ancora ci regala pellicole divertenti originali a basso costo.