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La Recensione - Redazione

Update

Posted: 25 settembre 2007

Con due ulteriori contributi di Mirko Zilahy de' Gyurgyokai ed Andrea Comincini andiamo a completare il contenuto di questo primo numero della rivista. Altre recensioni seguiranno con il prossimo numero di ottobre. Stay tuned!

Giorgio Manganelli - Mammifero italiano

Posted: 25 settembre 2007

Recensione di Mirko Zilahy de' Gyurgyokai

Adelphi, 2007 - euro 10 - pp. 150

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Mammifero Italiano

Preceduta da La favola pitagorica (2005) e da L'isola pianeta (2006), entrambi a cura di Andrea Cortellessa, la Piccola Biblioteca Adelphi si arricchisce dell'ennesima silloge di interventi manganelliani post mortem, con Mammifero italiano, a cura di Marco Belpoliti. Se i primi due fanno parte della serie di reportage di viaggio - rispettivamente sulle città d'arte d'Italia (Firenze, Roma, Parma, Piacenza, Modena, i centri abitati abruzzesi, ecc.) e sul vasto settentrione europeo (Svezia, Norvegia, Islanda, Finlandia, Danimarca, Færøer, Scozia, Inghilterra e Germania) e vengono appresso ai più datati Esperimento con l'India (1992 a cura di Ebe Flamini), Cina e altri Orienti (già Bompiani, 1974 ora Adelphi, 2000), L'infinita trama di Allah, viaggi nell'Islam 1973-1987 (Quiritta, 2002 a cura di un'altra notevole studiosa manganelliana come Graziella Pulce) - l'ultimo arrivato in casa Adelphi s'inscrive tra le collection di corsivi dello scrittore milanese.
La tonalità tipica della scrittura "geocritica" di Manganelli, la divagazione umorale, pertiene altresì alla prospera carriera di corsivista in volume dell'autore milanese, avviata col celeberrimo Lunario dell'orfano sannita (Einaudi 1973; poi Adelphi 1991), proseguita con Improvvisi per Macchina da scrivere (Leonardo 1989; poi Adelphi, 2003) e conclusasi, per ora, con l'ennesimo postumo, un abile montaggio di pezzi apparsi sul <<Corriere della Sera>>, <<L'Espresso>>, <<Il Messaggero>>, <<L'Europeo>>, <<Il Mondo>>, e <<La Stampa>> tra il 1972 e il 1989.
Se i contrassegni inderogabili delle brevi note polemiche manganelliane sono da sempre l'ironia e il paradosso, ciò si ripete, con esiti sempre gustosissimi, nelle funamboliche annotazioni sulla realtà italiana qui raccolte sotto il titolo Mammifero italiano (scelta legata all'oggetto e al carattere beffardo di un celebre Improvviso, fortemente sarcastico, a proposito dei cervelli da mammifero dei politici nostrani).
È forte la coerenza tra i corsivi qui proposti: tanto strutturale - la brevità, la velocità e la causticità del commento - quanto argomentativa, l'invettiva di Manganelli si orienta contro gli istituti fondamentali della società italiana con interventi mordaci sulla famiglia, sulla patria, sull'ingerenza della Chiesa, sulle istituzioni, sulla politica, sull'università, sulle tasse e su temi di interesse generale quali il divorzio e l'aborto (a riguardo restano celebri le filippiche contro Pasolini).
Ciò che funziona straordinariamente, intrigando e spiazzando al contempo il lettore, è l'interpretazione manganelliana dello spaccato italiano, degli ordinamenti e della morale comune, che si serve appunto in ugual misura delle tonalità del sarcasmo e del paradosso. Il ribaltamento del punto di vista "normale", e a livello più complesso del pensiero forte, è ottenuto grazie all'impiego sistematico del controsenso e del nonsenso a mostrarne le intrinseche debolezze. Il corsivista fa sul serio e, per una volta, pare deciso a dire la verità, camuffata però dal raccontare paradossale e giocoso del più classico dei fool.
È il caso di un gustosissimo pezzo sulla domenica nel belpaese. Manganelli ne dà un quadro tanto lucido e tangibile quanto, avanzando nella lettura, sardonicamente sferzante: la domenica è "un giorno finito, in cui la vita s'arresta, impigrisce come un fiume che s'impaluda, un giorno in cui non si può spendere denaro se non in modo collettivo ed inutile, in cui è obbligatorio divertirsi e quindi non ci si diverte. Giorno lento e neghittoso; giorno nevrotico. Gli psichiatri hanno coniato il termine "nevrosi domenicale", e la curano nei giorni feriali. Io oserei dire ai riluttanti: il vostro lavoro domenicale, se lo fate, non è perdita, non è inutile fatica; fa parte della battaglia difficile per la distruzione della domenica, per l'eliminazione della nevrosi domenicale, l'abolizione del divertimento obbligatorio. [...] Detesto questo giorno luttuoso, taciturno, le saracinesche abbassate, un raro fantasmatico sferragliare di tram".
Il paradossale gioco manganelliano, nonostante il taglio disimpegnato, tende comunque a ricercare, e criticare aspramente, il "fondo archetipico della società italiana" nel tentativo di scardinarne le ostentate supposte verità globali. Manganelli si fa così paradossale sociologo "interessato a capire le dinamiche collettive" - secondo quanto rileva Marco Belpoliti - e a proporne una prospettiva, per usare un concetto a lui caro, anamorfica: non frontale né lineare ma contraddittoria e inconsueta.
Il massimo dell'eversione in tal senso Manganelli lo tocca in un pezzo sulla famiglia italiana il cui incipit "Non ho alcun motivo per amare, venerare, rispettare la famiglia italiana" non lascia spazio a dubbi sulla prosecuzione del gradevole quadretto che ne segue. Un tono finto coscienzioso si mescola a una ironia a tratti erosiva, a partire dall'istituzione matrimoniale: "Quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l'altro coniuge: questo la dice lunga su quel che la gente pensa del matrimonio". Proseguendo con una descrizione più ampia dei contorni familiari e delle dinamiche latenti che la governano, il cui effetto è assieme grave e dilettevole: "La convivenza indefinita, misurata a decenni, di poche persone in breve spazio è innaturale. Si aggiunga che qualcuno sa che qualcun altro lo seppellirà, e lo sa anche l'altro". Il discorso verte infine sulla necessità, e sul diritto, alla solitudine personale sostanzialmente neutralizzata dall'istituto familiare; le sfumature dell'umorismo manganelliano denotano ancora una razionalità ai limiti del cinismo cui si mescola un divertimento assai lucido per sé e per il lettore di ieri e di oggi:
"Io posso vivere la solitudine in una città, in una folla; ma non la posso vivere in una famiglia, dove tre o quattro persone si toccano, si scorgono, si guardano, si indagano, si giudicano. Qualcuno aggiungerà <<si amano>>. Talora è vero, ma dal punto di vista della solitudine la minuta, collezionistica insistenza dell'amore continuo può essere inquietante. Inoltre, chi ama difficilmente rinuncia a <<capire>>, e questo può essere intollerabile [...] Nella famiglia italiana, oggi la solitudine è sostituita dall'isolamento. Una anomala concentrazione fa sì che sia necessario difendersi, schermarsi, e nasce nel fondo del nostro cervello una sorta di mormorio continuato [...] Si diventa astuti e reticenti; nascono i compatti silenzi, le conversazioni tese e vane; ad un certo momento, si prende un gatto. Famiglie sull'orlo della cronaca nera sono state redente da un gatto...".

Revisionismo storico e terre di confine

Posted: 25 settembre 2007

Recensione di Andrea Comincini

Resistenza Storica Kappa Vu - euro 13,00

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Revisionismo storico e terre di confine

"Il CESP nasce nel 1999, per iniziativa di lavoratrici e lavoratori dei Cobas. [...] I principi di riferimento del CESP sono la difesa della scuola pubblica, l'opposizione alle diverse forme di privatizzazione, alle vecchie e nuove forme di mercificazione del sapere, che stanno avanzando da alcuni anni a ritmi inediti e preoccupanti[...]" Questa premessa informativa precede le pubblicazioni del suddetto Centro Studi, ed illustra al lettore il fine di ogni pubblicazione, i suoi intenti e gli obiettivi. Revisionismo storico e terre di confine si distingue per la complessità dell'argomento trattato e per l'impatto che provoca in un contesto non solo storico, ma anche politico.
Molti studiosi e professori di varia estrazione, italiani e sloveni, si cimentano nell'analisi di un lembo di terra caratterizzato come pochi altri da una presenza multietnica delle più varie, da un'economia prospera ai primi del secolo, e poi in crisi a causa delle guerre del Novecento. L'elemento fondamentale di tali ricerche è evidenziare come il risultato di alcune "ricostruzioni" storiche avviatesi negli ultimi quindici anni abbiano un risvolto politico così forte da modificare l'obiettività dell'indagine stessa.
Il primo intento del libro è quindi offrire allo studente ma più in generale a chiunque cerchi risposte serie a fatti ed eventi spesso tragici, un riscontro autorevole e documentato. Il passo successivo è domandarsi quali siano le ragioni che spingono molti studiosi e politici ad "alterare" la storiografia, fino a produrre una documentazione che risulta "palesemente" falsa.
Questo aspetto dà il titolo al libro e permette di analizzare in particolar modo i metodi grazie ai quali la storiografia "di destra" abbia negli ultimi anni rivisitato se non cancellato fatti storici conclamati per affermare una verità "diversa".
Revisionismo storico e terre di confine si apre con due scritti riguardanti la situazione geografica ed economica della Trieste di inizio secolo. Già dalle prime battute è facile capire l'infondatezza di quanti dividono la città e le zone limitrofe in "terra italica di italiani con presenza slovena" . La varietà delle culture, dei ceti sociali e delle lingue parlate vieta qualsiasi tentativo di tracciare confini tra i due popoli, a meno di non voler cadere in un facile nazionalismo privo di fondamento.
Le testimonianze a seguire invece si concentrano sull'aspetto più triste della storia orientale del nostro Paese, ovvero i crimini di guerra perpetuati dalle bande fasciste in un arco di tempo più ampio di quello scandito dalle date ufficiali.
Alcuni saggi in particolare si distinguono per il contributo offerto, poiché forniscono dati ed elementi tanto profondamente documentati quanto in contrasto con la linea ufficiale adottata dalla storiografia revisionista.
In particolare, Costantino di Sante, presidente dell'Istituto storico provinciale di Ascoli Piceno, rivela la volontaria ostilità da parte dello Stato italiano di affrontare seriamente i crimini di guerra compiuti dal nostro paese nei confronti della Jugoslavia. Il mito del "bravo italiano" sarebbe stato difeso ed enfatizzato, ed ogni tentativo di consegnare i criminali di guerra insabbiato e poi archiviato. Un esempio per tutti il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Mario Roatta: colpevole di "fucilazione di circa 1.000 ostaggi e di 200 partigiani (solamente in Slovenia), 35.000 persone inviate al campo di Arbe [...]"; nonostante ciò, non venne mai processato per i crimini commessi nei Balcani, e la sentenza di condanna all'ergastolo emessa per le sue responsabilità nel delitto dei fratelli Rosselli annullata dalla Corte di Cassazione nel 1948.
Questa tendenza ad assolvere i criminali di guerra non traspare solo dalle varie assoluzioni, ma anche da come i gerarchi fascisti, poco alla volta, siano ritornati alla vita civile ottenendo cariche dirigenziali e di potere. La conseguenza di un simile atteggiamento, secondo tutti gli studiosi che hanno partecipato alla stesura del testo, è l'archiviazione di un passato truculento, ma soprattutto la parificazione dei nostri crimini con quelli della così detta "altra parte". Giacomo Scotti, in 'Il ricordo selezionato e la storia falsificata,' nel riprendere un altro interessantissimo lavoro di Carlo Spartaco Capogreco - La memoria rimossa, politiche persecutorie e crimini di guerra fascisti - ci informa di un clima storico agghiacciante imposto a 60.000 slavi, costretti a fuggire dall'Istria per evitare rapine, uccisioni e violenze di vario tipo: "Furono circa 200.000 i civili "ribelli" falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla Provincia del Carnaro, dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito un processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti".
Un altro pregio di Revisionismo storico e terre di confine, è il tentativo di risolvere un dilemma che il lettore comune non riesce mai a sciogliere quando si rivolge ad un semplice manuale di storia, ovvero conoscere il numero di morti dei cosiddetti "infoibati".
La storiografia revisionista, infatti, oltre a negare il proprio passato, tende ad ingigantire le cifre dei crimini commessi dalle popolazioni straniere, ovvero i "comunisti titini", al fine di affermare il semplice assunto che destra o sinistra, in fondo, sono colpevoli degli stessi delitti. Appare chiaro come, nell'impossibilità di negare l'evidenza della violenza fascista, i revisionisti cerchino di parificare i conti falsificando nuovamente documenti e numeri.
I saggi di Gino Candreva e di Alessandra Kersevan si occupano del dramma delle foibe con acutezza e precisione.
La ricerca appare solida e pertinente, così come i risultati: le persone sepolte nelle cavità carsiche, secondo i dati più attendibili, sono meno di 500. Elemento politicamente rilevante, tali vittime risultano essere l'effetto di vendette private o di inevitabili "rigurgiti di violenza" dovuti a vent'anni di occupazione fascista, e non da un tentativo pianificato dall'alto di controbattere sistematicamente ai crimini subiti.
I morti, inoltre, probabilmente non sono tutti di origine italiana, perché molti slavi si sono trovati costretti a italianizzare il loro cognome, quindi persino la nazionalità è incerta: questo a ribadire che la violenza degli "slavo comunisti" (così venivano spregiativamente nominati sloveni, greci, tedeschi, croati e chiunque non fosse italiano) non fosse un fenomeno legato alla semplice italianità, ma risiede principalmente nella appartenenza fascista.
Le testimonianze a proposito delle foibe sono sconcertanti: noti manuali di storia in uso nelle nostre scuole confondono i dati invece di chiarirli, con i Comuni e le Province che tentano di promuovere "giornate del ricordo" in cui vengono inculcate a bambini delle elementari e superiori informazioni prodotte da una stampa nazionalista e di ultra destra, priva di certe basi storiografiche. In questo clima, capita che vengano riabilitati criminali di guerra, come ad esempio Ante Pavelic!
Questa vera e propria "mala storiografia", secondo la felice espressione della Kersevan, arriva perfino a modificare i palinsesti televisivi. Nel 2002 il già Ministro Gasparri si prodigò per l'uscita di una fiction apparsa poi nel 2005 su Canale 5, Il cuore nel pozzo, di Alberto Negrin. Si trattò di un prodotto mediocre e poco aderente alla realtà, e allo stesso modo la stampa rivolta sugli stessi temi si è dimostrata superficiale e meschina. Il Messaggero Veneto dell'8 marzo 2006 diffonde la notizia che 1.048 nomi di infoibati sono finalmente stati resi pubblici, ed affianca all'articolo alcune foto di presunti rastrellamenti compiuti dalle truppe titine a danno degli italiani.
Oltre alla totale inattendibilità delle cifre, appare sconcertante notare che le foto d'epoca sono immagini tratte dalla suddetta fiction, e passate per documenti d'archivio!
Questo bel libro si rivela un lavoro onesto e serio: testimonianze lucide, chiare, con un solo semplice obiettivo di fondo, rifiutare di annebbiare le menti e di riscrivere la memoria, difendere le vittime di un tragico momento che ha accompagnato la nostra storia per un triste ventennio, e soprattutto, impedire che ondate revansciste e neofasciste trascinino la gente a commette gli stessi errori che segnarono le terre di confine del nostro Paese.

Si parte

Posted: 17 settembre 2007

Eccoci finalmente partire con queste tanto attese prime recensioni. Qui sotto potrete leggere i contributi di Mirko Zilahy de' Gyurgyokai, Andrea Comincini ed Enrico Terrinoni. Il sito è ancora in fase di collaudo, quindi si raccomanda di non fare caso, per il momento, ai links posti qui a destra. La consultazione del materiale diverrà via via più chiara quando ulteriori articoli verranno pubblicati. Buona lettura!

Bram Stoker - La coppa di cristallo

Posted: 17 settembre 2007

Recensione di Mirko Zilahy de' Gyurgyokai

Passigli, 2007 - euro 8.50 - pp. 83

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La coppa di cristallo

I tre racconti proposti nella collana "Le Occasioni" da Passigli Editore - The Cristal Cup (1872), The Castle of the King (1876) e The Shadow Builder (1881) - fanno parte della produzione non matura dello scrittore dublinese. La datazione degli stessi potrebbe far pensare a una iniziale pubblicazione del primo sul Dublin Evening Mail, quotidiano per il quale Stoker compilava velocissime recensioni teatrali, e degli altri due su The Shamrock, su cui iniziò a scrivere dal 1875. A onor del vero va chiarito che la raccolta in esame è il frutto dell'incontro tra due testi (The Castle of King e The Shadow Builder) contenuti nel libro di favole per bambini (e adulti) vittoriani Under the Sunset (Londra, Sampson Low, Marston, Searle, and Rivington 1881 e 1882), che in Italia ha trovato collocazione ideale all'interno della raccolta integrale Il Paese del Tramonto (Stampa Alternativa, 1999) eccellentemente tradotta e ottimamente introdotta da Fabio Giovannini, più un terzo, The Crystal Cup, verosimilmente comparso su una delle testate sopra segnalate.
Nell'edizione Passigli però, informazioni sull'autore, strumenti paratestuali quali note, rinvii e bibliografia, apparati esplicativi anche minimi quali l'introduzione, sono assenti se si eccettuano poche righe scarsamente informative sul risvolto di copertina; e ciò a dispetto della buona veste grafica e della buonissima confezione di un prodotto certamente di nicchia.
È indubitabile, infatti, come il volumetto in questione si rivolga a un pubblico selezionato il quale, se da una parte farebbe forse a meno di una panoramica completa sul genere "Gotico" e sull'autore di Dracula, dall'altra avrebbe magari il piacere, accostandosi a testi poco conosciuti in Italia, di apprenderne quantomeno le coordinate letterarie all'interno dell'opera dell'autore, la provenienza e la fortuna in patria e all'estero.
Ciò detto, i tre racconti della mini antologia mettono in scena, con assoluta coerenza tematica, che è poi il motivo essenziale della raccolta, il rapporto Amore/Morte (il più notevole è Il Castello del Re, riscrittura del mito di Orfeo e Euridice in chiave macabra) assieme a una altrettanto evidente conformità del tono pedantemente morale tipico di certi autori vittoriani. Qui un giovane Stoker, poi maestro del sensazionale, pare avere ben poco da dire sotto il profilo dell'intensità e del ritmo preferendo invece, purtroppo, gli accenti melodrammatici di un discorso metaforico-didascalico che mai raggiunge alcuna viva tensione narrativa. Un empasse che si traduce sul piano linguistico nelle esercitazioni di gusto vittoriane quali formule d'apertura ("Quando gli dissero che Colei che amava di più al mondo era a letto malata e sotto l'ombra del pericolo, il povero Poeta per poco non impazzì di dolore" dall'incipit de Il Castello del Re), stilemi ripetuti alla nausea (in Il Costruttore di Ombre il Figlio è continuamente detto "povero e solo" e così anche la Madre "povera e sola") e l'utilizzo della maiuscola personificativa per i personaggi e i luoghi, a dare una cadenza vagamente paradigmatica (il Poeta, il Re della Morte, il Viaggiatore, il Bambino e la Madre, la Valle delle Ombre, il Cancello del Terrore, ecc.). Tale intonazione moraleggiante (già presente in altre opere di Stoker come The Primerose Path, 1875) trova il suo apice nella narrazione del viaggio allegorico che il Poeta affronta alla ricerca dell'amata scomparsa: nel doloroso itinerario egli trova la forza di commentare ad alta voce che "i figli degli uomini potrebbero imparare molto da un viaggio verso il Castello del Re, un viaggio che inizia in mezzo alla bellezza, tra giardini profumati, sotto la fresca ombra degli alberi dai rami sporgenti", e ancora "nel suo cuore il Poeta si rivolse alla moltitudine dei figli degli uomini, e dalle labbra le parole sgorgarono come musica. Cantò infatti del Cancello d'Oro che gli Angeli chiamano VERITA'".
Un libro a tratti ingenuo che non si fa leggere agevolmente, nonostante la sobria traduzione di Simone Garzella, né dal lettore generico né dal cultore del genere né, tantomeno, dall'appassionato di Stoker, a proposito del quale, in ultima analisi, in questi racconti si indovina una qualche capacità tonale tra favoloso e visionario e alcuni passaggi di lugubre descrittività, tipici del romanziere che verrà: "Mentre il Poeta percorreva queste mulattiere cominciò a calare la notte e la nebbia indistinta che si levava dalle paludi lontane assunse strane forme tenebrose. Lontano, nelle roccaforti montane, le bestie selvagge cominciarono a ruggire nelle profondità delle loro tane, mentre nell'aria risuonavano terribili i rumori crudeli della notte" (Il Castello del Re). Se dunque, benché di rado, l'effetto scenografico raggiunge esiti discreti e Stoker si mostra abile costruttore di atmosfere, d'altra parte manca ancora la sottile perizia a caratterizzare teatralmente i propri personaggi: Renfield e lo stesso Dracula saranno il frutto di una maestria che Stoker acquisirà durante gli anni al Lyceum Theatre alle dipendenze del celebre attore Sir Henry Irving. Restano, per gli appassionati di Stoker e gli studiosi di Dracula, taluni segnali della nascitura abilità dell'autore e della ricorrenza di alcune suggestioni nei passaggi che richiamano il masterpiece del 1897 e che suonano al limite dell'autocitazione: "Che importa se il Castello è lontano? I piedi dei morti sono veloci. Gli spiriti si spostano in fretta e per loro le distanze sono insignificanti" (Il Castello del Re).

Eduardo Galeano - A testa in giù. La scuola del mondo alla rovescia

Posted: 17 settembre 2007

Recensione di Andrea Comincini

Sperling & Kupfer, 1998 - euro 14.50 - pp. 356

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A testa in giù. La scuola del mondo

In questo testo Eduardo Galeano affronta i problemi del mondo globalizzato, dalla criminalità infantile alle dittature militari in Sud America, dallo strapotere dei media fino alle recenti guerre "umanitarie". Le pagine sono impreziosite da aneddoti molto suggestivi e da vignette dell'artista Guadalupe Posada. Una delle più inquietanti riporta un classico mappamondo: nell'osservarlo si nota qualcosa di strano. Grazie alla spiegazione di Galeano, si rivela il mistero: l'emisfero occidentale è esageratamente più grande ed esteso rispetto all'Africa, all'India, o al Sud America. Il colonialismo sembrerebbe aver persino snaturato le cartine geografiche.
La denuncia prosegue in vari modi, anche attraverso storielle ironiche, e gli argomenti trattati sono vari; tra i più toccanti certamente le storie sulle dittature militari perpetuatesi negli anni passati in America Latina. Abusi commessi spesso dall'amministrazione statunitense, ma più generalmente dalle multinazionali: "l'impunità della impresa Bayer risale ai tempi in cui faceva parte del consorzio IG Farben e usava la mano d'opera gratuita dei prigionieri di Auschwitz". Oppure viene sottolineato come imprese quali Shell e Chevron abbiano distrutto il delta del Niger cancellando di fatto i popoli circostanti. Lo scrittore Ken Saro-Wiwa denunciò questa situazione, e si ritrovò impiccato pochi mesi dopo dalla dittatura del Niger, appoggiata da Naemeka Achee, dirigente generale della Shell in Nigeria. Questi sosteneva che per una impresa commerciale intenzionata a realizzare investimenti, è necessario un ambiente di stabilità e le dittature lo offrono.
Non dimentichiamo le discriminazioni razziali delle popolazioni indigene: la nostra società cita di continuo vari uomini illustri per celebrare una "naturale superiorità etica e morale", ma questo avviene spesso a sproposito. Basti pensare a Hume, il celebre filosofo, il quale dichiarava che " il nero può sviluppare certe abilità proprie delle persone, come il pappagallo riesce a dire alcune parole". O anche il padre della democrazia Montesquieu, secondo cui "risulta impensabile che Dio, che è un essere molto saggio, abbia messo un'anima, e soprattutto un'anima buona, in un corpo nero".
Il mercato della guerra è un tema ugualmente scottante: Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Francia sono i maggiori produttori di armi. Ecco allora le guerre ed i loro profitti. Questi Paesi si distinguono in seguito per la vendita del controprodotto, ovvero la bonifica dei territori dalle bombe attraverso altri mezzi tecnologici: veleno e antidoto, malattia e cura. Prima ti inducono a credere di aver bisogno di una qualsiasi cosa, poi te la rifilano, ed infine, dopo aver "scoperto" la sua nocività", offrono la "salvezza" a prezzi modici.
La forza di questo testo, oltre agli argomenti trattati, è lo stile ironico, forte, capace di trasformare la narrazione in un romanzo tragicomico, dove l'uomo appare carnefice e vittima, cacciatore e preda.
Senza perdere l'obiettivo della sua analisi, Galeano conduce il lettore al fine ultimo del suo viaggio letterario: riconoscere e tracciare il ritratto di un colpevole sicuro in questo gioco dei ruoli e delle responsabilità.
Se infatti a volte il confine tra criminale e giudice sembra sfumare, ciò accade in realtà per cogliere un elemento fondamentale: c'è un momento, nella vita di ognuno, in cui le scelte devono essere nette, e ciò comporta la necessità di assumersi le proprie responsabilità ed il dovere di affrontare l'ingiustizia.
Nella società occidentale i contrasti sociali investono perfino i benestanti: i figli dei ricchi subiscono la mercificazione delle proprie vite, trasformandosi già da bambini in piccoli cinici consumatori. Il borghese, stregato dalla televisione, vive un'esistenza drogata, vuota, e piena di paure. I poveri d'altra parte, restano violentati nella loro personalità. La mancanza di istruzione, il precariato, oltre a distruggere la psicologia degli uomini, e ad affamarli, afferma l'autore in tutto il libro, trasforma i vecchi rapporti generazionali e le certezze antiche, in prigioni di ghiaccio dove ci si sente per sempre intrappolati. L'egoismo è l'effetto di una politica priva di gentilezza, onestà e coraggio.
Galeano non chiude gli occhi davanti a tali contraddizioni del così detto mondo libero, alle sue infamie.
Sebbene dimostri una sincera empatia per i problemi delle classi benestanti, conosce ed evidenzia chiaramente un fattore vitale: queste hanno la possibilità di scegliere, i popoli del Sud del mondo no. Già in un altro suo famoso libro, Le vene aperte dell'America Latina, l'autore si era speso in una denuncia accorata dei crimini commessi da parte del mondo ricco. Apparso nel 1971 e tradotto in sessanta lingue, l'opera tuttavia fu proibita in diversi paesi del "continente desaparecido". Oggi la nuova coscienza dei popoli oppressi sta ritrovando il coraggio e la libertà di riscrivere la propria storia e di cogliere le nuove opportunità che la fine delle dittature militari ha prodotto. Tuttavia, se formalmente si disegnano nuovi scenari, afferma Galeano, concretamente bisogna ancora percorrere molta strada, ed abbattere il flagello di un'economia disuguale e discriminante.
Per tale motivo i ruoli sfumati precedentemente descritti assumono in definitiva un contorno netto.
È incontrovertibile, dopo la lettura delle ricerche dello scrittore, lo sfruttamento del mondo industrializzato nei confronti dell'80% dell'umanità intera.
Il Galeano disegna la mappa delle ingiustizie, in maniera seria e puntuale. Non ci sono luoghi comuni, frasi retoriche o quant'altro di simile. Il discorso scorre vivo e pungente ed il lettore resta sopraffatto e avvilito nel constatare lo sfruttamento della terra, delle sue risorse e dei suoi figli. Eppure, nonostante ciò, lo scrittore scorge una speranza di redenzione, e la affida a quelle genti capaci di ribellarsi, organizzarsi, credere che un altro mondo è possibile.
Il cammino è pieno di ostacoli e nemici, dice Galeano, ma se ognuno di noi riuscirà a scegliere una vita onesta, allora nessuna multinazionale delle armi o del tabacco potrà soffocare l'energia irrefrenabile di un mondo assetato di pace e giustizia.

José Saramago - Le intermittenze della morte

Posted: 17 settembre 2007

Recensione di Enrico Terrinoni

Einaudi, 2005 - euro 10.00 - pp. 206

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Le intermittenze della morte

"Il giorno seguente non morì nessuno". Queste sei parole, allineate e scarne, oscuri presagi che indicano scenari incerti, dubbiosi, malfermi, aprono e chiudono l'ultimo romanzo del Nobel portoghese Saramago. Si tratta di un volume non recentissimo, uscito nel 2005. Così, quanto segue non sarà se non il tentativo di imprimere sul reticolato transitorio dell'universo telematico, solo una sfuggente impressione retrospettiva, una riflessione che guarda all'indietro, procedendo con le spalle al futuro.
D'alto canto, i due libri di Saramago pubblicati in seguito, Le piccole memorie, e Di questo mondo e dell'altro, sono anch'essi prove che rifiutano il normale e inesorabile scorrere progressivo del tempo. Il primo è una raccolta di memorie d'infanzia, mentre il secondo è un insieme di "cronache" risalenti a quasi quaranta anni fa. Simili esperimenti letterari costituiscono, se vogliamo, un ritorno, un ripiegamento verso se stessi e il passato. Ripropongono un camminare a ritroso improntato all'allontanamento dal futuro, da un domani che è forse anche traguardo ultimo, inaspettato, meta lontana da esorcizzare all'infinito.
Al contrario, Le intermittenze della morte affronta di petto, come si suol dire, il tema ineluttabile della fine, della chiusa, della battuta definitiva. Gioca col presente e con la realtà come la mente con la fantasia. In questo, rappresenta sottilmente un esempio di testualità da epitaffio, contemplazione inerme della fine, non tanto di un autore, quanto della letteratura stessa, della sua capacità di rapportarsi con la realtà, senza mai illudersi di rappresentarla.
La trama è, si direbbe, semplice, quasi scontata. In una nazione non meglio specificata, a partire da un capodanno temporalmente indeterminato, per qualche motivo, non si muore più. Il governo, l'opinione pubblica, i giornali, si trovano tutto ad un tratto a dover fare i conti con una simile situazione anomala, senza precedenti. Si prospetta, per un'intera popolazione, una vita all'insegna dell'immortalità, riproponendo, anche se in chiave forse meno ironica, il paradosso esistenziale degli Struldbrug Swiftiani, nel terzo libro dei Viaggi di Gulliver. Soluzioni a tale situazione, che ha dell'impossibile, apparentemente non ve ne sono; se non, come si scoprirà, quella di attraversare la frontiera dello stato, per accedere a territori in cui, fortunatamente, la morte ancora agisce in tranquillità.
Il contesto è tracciato con impeccabile precisione, nonostante l'estrema improbabilità della materia. Il filo della narrazione si regge non già su un'illusoria rispondenza di quanto raccontato con una qualche realtà di riferimento, uno sfondo triviale, esterno al testo ma necessario alla riuscita di un qualsivoglia resoconto dal sapore realistico. Realismo, nel libro, non ve n'è; ed è questa la sua forza, in un certo senso. L'autore spiega: "ho bisogno che il lettore accetti la mia proposta. Se lo fa, vi posso assicurare che tutto diventa implacabilmente logico". Si scorgono, a ben vedere, illuminanti affinità con la teoria della "suspension of disbelief" del poeta romantico inglese Coleridge, secondo cui un rapporto fruttuoso con un opera d'arte prevede l'abbandono totale, da parte del fruitore, alla logica interna della stessa. Accantonare pretese di distacco aiuta ad entrare nello spirito del testo, e a venirne coinvolti interamente.
In realtà, seppure a quella logica orchestrata magistralmente da dietro le quinte apparentemente non si sfugge, nel libro di Saramago, a mancare, rispetto alle sue prove maggiori, è il ricorso a un'umanità meravigliosa e normale, al compromesso tra fantastico e reale, che struttura i capolavori passati del portoghese intorno a profili indimenticabili. Le intermittenze della morte privilegia lo sguardo d'insieme, e pare dimenticare, nell'oblio livellante della vita perenne e degli scherzi della morte a cui la società, nel suo complesso, è idealmente condannata ad assistere, il bisogno di un respiro mortale, riconoscibile, individualizzante. Si tratta, forse, dell'unica, fondamentale mancanza di questa sottile prova letteraria dalle risonanze misteriosamente profetiche.