Archivio Settembre 2007
direttore responsabile: Dr Chiara Lucarelli, Trinity College Rome Campus
Registrato al Tribunale Civile di Latina sezione stampa: n. 867 dal 14/12/2006 ®
Posted: 25 settembre 2007
Con due ulteriori contributi di Mirko Zilahy de' Gyurgyokai ed Andrea Comincini andiamo a completare il contenuto di questo primo numero della rivista. Altre recensioni seguiranno con il prossimo numero di ottobre. Stay tuned!
Posted: 25 settembre 2007
Preceduta da La favola pitagorica
(2005) e da L'isola pianeta (2006), entrambi a cura di
Andrea Cortellessa, la Piccola Biblioteca Adelphi si arricchisce
dell'ennesima silloge di interventi manganelliani post mortem, con
Mammifero italiano, a cura di Marco Belpoliti. Se i primi
due fanno parte della serie di reportage di viaggio -
rispettivamente sulle città d'arte d'Italia (Firenze, Roma,
Parma, Piacenza, Modena, i centri abitati abruzzesi, ecc.) e sul
vasto settentrione europeo (Svezia, Norvegia, Islanda, Finlandia,
Danimarca, Færøer, Scozia, Inghilterra e Germania) e
vengono appresso ai più datati Esperimento con
l'India (1992 a cura di Ebe Flamini), Cina e altri
Orienti (già Bompiani, 1974 ora Adelphi, 2000),
L'infinita trama di Allah, viaggi nell'Islam 1973-1987
(Quiritta, 2002 a cura di un'altra notevole studiosa manganelliana
come Graziella Pulce) - l'ultimo arrivato in casa Adelphi
s'inscrive tra le collection di corsivi dello scrittore
milanese.
La tonalità tipica della scrittura "geocritica" di
Manganelli, la divagazione umorale, pertiene altresì alla
prospera carriera di corsivista in volume dell'autore milanese,
avviata col celeberrimo Lunario dell'orfano sannita
(Einaudi 1973; poi Adelphi 1991), proseguita con Improvvisi per
Macchina da scrivere (Leonardo 1989; poi Adelphi, 2003) e
conclusasi, per ora, con l'ennesimo postumo, un abile montaggio di
pezzi apparsi sul <<Corriere della Sera>>,
<<L'Espresso>>, <<Il Messaggero>>,
<<L'Europeo>>, <<Il Mondo>>, e <<La
Stampa>> tra il 1972 e il 1989.
Se i contrassegni inderogabili delle brevi note polemiche
manganelliane sono da sempre l'ironia e il paradosso, ciò si
ripete, con esiti sempre gustosissimi, nelle funamboliche
annotazioni sulla realtà italiana qui raccolte sotto il
titolo Mammifero italiano (scelta legata all'oggetto e al
carattere beffardo di un celebre Improvviso, fortemente
sarcastico, a proposito dei cervelli da mammifero dei politici
nostrani).
È forte la coerenza tra i corsivi qui proposti: tanto
strutturale - la brevità, la velocità e la
causticità del commento - quanto argomentativa,
l'invettiva di Manganelli si orienta contro gli istituti
fondamentali della società italiana con interventi mordaci
sulla famiglia, sulla patria, sull'ingerenza della Chiesa, sulle
istituzioni, sulla politica, sull'università, sulle tasse e
su temi di interesse generale quali il divorzio e l'aborto (a
riguardo restano celebri le filippiche contro Pasolini).
Ciò che funziona straordinariamente, intrigando e
spiazzando al contempo il lettore, è l'interpretazione
manganelliana dello spaccato italiano, degli ordinamenti e della
morale comune, che si serve appunto in ugual misura delle
tonalità del sarcasmo e del paradosso. Il ribaltamento del
punto di vista "normale", e a livello più complesso del
pensiero forte, è ottenuto grazie all'impiego sistematico
del controsenso e del nonsenso a mostrarne le intrinseche
debolezze. Il corsivista fa sul serio e, per una volta, pare deciso
a dire la verità, camuffata però dal raccontare
paradossale e giocoso del più classico dei
fool.
È il caso di un gustosissimo pezzo sulla domenica nel
belpaese. Manganelli ne dà un quadro tanto lucido e
tangibile quanto, avanzando nella lettura, sardonicamente
sferzante: la domenica è "un giorno finito, in cui la vita
s'arresta, impigrisce come un fiume che s'impaluda, un giorno in
cui non si può spendere denaro se non in modo collettivo ed
inutile, in cui è obbligatorio divertirsi e quindi non ci si
diverte. Giorno lento e neghittoso; giorno nevrotico. Gli
psichiatri hanno coniato il termine "nevrosi domenicale", e la
curano nei giorni feriali. Io oserei dire ai riluttanti: il vostro
lavoro domenicale, se lo fate, non è perdita, non è
inutile fatica; fa parte della battaglia difficile per la
distruzione della domenica, per l'eliminazione della nevrosi
domenicale, l'abolizione del divertimento obbligatorio. [...]
Detesto questo giorno luttuoso, taciturno, le saracinesche
abbassate, un raro fantasmatico sferragliare di tram".
Il paradossale gioco manganelliano, nonostante il taglio
disimpegnato, tende comunque a ricercare, e criticare aspramente,
il "fondo archetipico della società italiana" nel tentativo
di scardinarne le ostentate supposte verità globali.
Manganelli si fa così paradossale sociologo "interessato a
capire le dinamiche collettive" - secondo quanto rileva Marco
Belpoliti - e a proporne una prospettiva, per usare un
concetto a lui caro, anamorfica: non frontale né lineare ma
contraddittoria e inconsueta.
Il massimo dell'eversione in tal senso Manganelli lo tocca in un
pezzo sulla famiglia italiana il cui incipit "Non ho alcun
motivo per amare, venerare, rispettare la famiglia italiana" non
lascia spazio a dubbi sulla prosecuzione del gradevole quadretto
che ne segue. Un tono finto coscienzioso si mescola a una ironia a
tratti erosiva, a partire dall'istituzione matrimoniale: "Quando si
trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è
l'altro coniuge: questo la dice lunga su quel che la gente pensa
del matrimonio". Proseguendo con una descrizione più ampia
dei contorni familiari e delle dinamiche latenti che la governano,
il cui effetto è assieme grave e dilettevole: "La convivenza
indefinita, misurata a decenni, di poche persone in breve spazio
è innaturale. Si aggiunga che qualcuno sa che qualcun altro
lo seppellirà, e lo sa anche l'altro". Il discorso verte
infine sulla necessità, e sul diritto, alla solitudine
personale sostanzialmente neutralizzata dall'istituto familiare; le
sfumature dell'umorismo manganelliano denotano ancora una
razionalità ai limiti del cinismo cui si mescola un
divertimento assai lucido per sé e per il lettore di ieri e
di oggi:
"Io posso vivere la solitudine in una città, in una folla;
ma non la posso vivere in una famiglia, dove tre o quattro persone
si toccano, si scorgono, si guardano, si indagano, si giudicano.
Qualcuno aggiungerà <<si amano>>. Talora
è vero, ma dal punto di vista della solitudine la minuta,
collezionistica insistenza dell'amore continuo può essere
inquietante. Inoltre, chi ama difficilmente rinuncia a
<<capire>>, e questo può essere intollerabile
[...] Nella famiglia italiana, oggi la solitudine è
sostituita dall'isolamento. Una anomala concentrazione fa sì
che sia necessario difendersi, schermarsi, e nasce nel fondo del
nostro cervello una sorta di mormorio continuato [...] Si diventa
astuti e reticenti; nascono i compatti silenzi, le conversazioni
tese e vane; ad un certo momento, si prende un gatto. Famiglie
sull'orlo della cronaca nera sono state redente da un
gatto...".
Posted: 25 settembre 2007
"Il CESP nasce nel 1999, per iniziativa di
lavoratrici e lavoratori dei Cobas. [...] I principi di riferimento
del CESP sono la difesa della scuola pubblica, l'opposizione alle
diverse forme di privatizzazione, alle vecchie e nuove forme di
mercificazione del sapere, che stanno avanzando da alcuni anni a
ritmi inediti e preoccupanti[...]" Questa premessa informativa
precede le pubblicazioni del suddetto Centro Studi, ed illustra al
lettore il fine di ogni pubblicazione, i suoi intenti e gli
obiettivi. Revisionismo storico e terre di confine si
distingue per la complessità dell'argomento trattato e per
l'impatto che provoca in un contesto non solo storico, ma anche
politico.
Molti studiosi e professori di varia estrazione, italiani e
sloveni, si cimentano nell'analisi di un lembo di terra
caratterizzato come pochi altri da una presenza multietnica delle
più varie, da un'economia prospera ai primi del secolo, e
poi in crisi a causa delle guerre del Novecento. L'elemento
fondamentale di tali ricerche è evidenziare come il
risultato di alcune "ricostruzioni" storiche avviatesi negli ultimi
quindici anni abbiano un risvolto politico così forte da
modificare l'obiettività dell'indagine stessa.
Il primo intento del libro è quindi offrire allo studente
ma più in generale a chiunque cerchi risposte serie a fatti
ed eventi spesso tragici, un riscontro autorevole e documentato. Il
passo successivo è domandarsi quali siano le ragioni che
spingono molti studiosi e politici ad "alterare" la storiografia,
fino a produrre una documentazione che risulta "palesemente"
falsa.
Questo aspetto dà il titolo al libro e permette di
analizzare in particolar modo i metodi grazie ai quali la
storiografia "di destra" abbia negli ultimi anni rivisitato se non
cancellato fatti storici conclamati per affermare una verità
"diversa".
Revisionismo storico e terre di confine si apre con due
scritti riguardanti la situazione geografica ed economica della
Trieste di inizio secolo. Già dalle prime battute è
facile capire l'infondatezza di quanti dividono la città e
le zone limitrofe in "terra italica di italiani con
presenza slovena" . La varietà delle culture, dei ceti
sociali e delle lingue parlate vieta qualsiasi tentativo di
tracciare confini tra i due popoli, a meno di non voler cadere in
un facile nazionalismo privo di fondamento.
Le testimonianze a seguire invece si concentrano sull'aspetto
più triste della storia orientale del nostro Paese, ovvero i
crimini di guerra perpetuati dalle bande fasciste in un arco di
tempo più ampio di quello scandito dalle date
ufficiali.
Alcuni saggi in particolare si distinguono per il contributo
offerto, poiché forniscono dati ed elementi tanto
profondamente documentati quanto in contrasto con la linea
ufficiale adottata dalla storiografia revisionista.
In particolare, Costantino di Sante, presidente dell'Istituto
storico provinciale di Ascoli Piceno, rivela la volontaria
ostilità da parte dello Stato italiano di affrontare
seriamente i crimini di guerra compiuti dal nostro paese nei
confronti della Jugoslavia. Il mito del "bravo italiano" sarebbe
stato difeso ed enfatizzato, ed ogni tentativo di consegnare i
criminali di guerra insabbiato e poi archiviato. Un esempio per
tutti il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Mario Roatta:
colpevole di "fucilazione di circa 1.000 ostaggi e di 200
partigiani (solamente in Slovenia), 35.000 persone inviate al campo
di Arbe [...]"; nonostante ciò, non venne mai processato per
i crimini commessi nei Balcani, e la sentenza di condanna
all'ergastolo emessa per le sue responsabilità nel delitto
dei fratelli Rosselli annullata dalla Corte di Cassazione nel
1948.
Questa tendenza ad assolvere i criminali di guerra non traspare
solo dalle varie assoluzioni, ma anche da come i gerarchi fascisti,
poco alla volta, siano ritornati alla vita civile ottenendo cariche
dirigenziali e di potere. La conseguenza di un simile
atteggiamento, secondo tutti gli studiosi che hanno partecipato
alla stesura del testo, è l'archiviazione di un passato
truculento, ma soprattutto la parificazione dei nostri crimini con
quelli della così detta "altra parte". Giacomo Scotti, in
'Il ricordo selezionato e la storia falsificata,' nel riprendere un
altro interessantissimo lavoro di Carlo Spartaco Capogreco -
La memoria rimossa, politiche persecutorie e crimini di guerra
fascisti - ci informa di un clima storico agghiacciante
imposto a 60.000 slavi, costretti a fuggire dall'Istria per evitare
rapine, uccisioni e violenze di vario tipo: "Furono circa 200.000 i
civili "ribelli" falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla
Slovenia alla Provincia del Carnaro, dalla Dalmazia fino alle
Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito un processo, ma in
seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori
o di federali e commissari fascisti".
Un altro pregio di Revisionismo storico e terre di
confine, è il tentativo di risolvere un dilemma che il
lettore comune non riesce mai a sciogliere quando si rivolge ad un
semplice manuale di storia, ovvero conoscere il numero di morti dei
cosiddetti "infoibati".
La storiografia revisionista, infatti, oltre a negare il proprio
passato, tende ad ingigantire le cifre dei crimini commessi dalle
popolazioni straniere, ovvero i "comunisti titini", al fine di
affermare il semplice assunto che destra o sinistra, in fondo, sono
colpevoli degli stessi delitti. Appare chiaro come,
nell'impossibilità di negare l'evidenza della violenza
fascista, i revisionisti cerchino di parificare i conti
falsificando nuovamente documenti e numeri.
I saggi di Gino Candreva e di Alessandra Kersevan si occupano del
dramma delle foibe con acutezza e precisione.
La ricerca appare solida e pertinente, così come i
risultati: le persone sepolte nelle cavità carsiche, secondo
i dati più attendibili, sono meno di 500. Elemento
politicamente rilevante, tali vittime risultano essere l'effetto di
vendette private o di inevitabili "rigurgiti di violenza" dovuti a
vent'anni di occupazione fascista, e non da un tentativo
pianificato dall'alto di controbattere sistematicamente ai crimini
subiti.
I morti, inoltre, probabilmente non sono tutti di origine
italiana, perché molti slavi si sono trovati costretti a
italianizzare il loro cognome, quindi persino la nazionalità
è incerta: questo a ribadire che la violenza degli "slavo
comunisti" (così venivano spregiativamente nominati sloveni,
greci, tedeschi, croati e chiunque non fosse italiano) non fosse un
fenomeno legato alla semplice italianità, ma risiede
principalmente nella appartenenza fascista.
Le testimonianze a proposito delle foibe sono sconcertanti: noti
manuali di storia in uso nelle nostre scuole confondono i dati
invece di chiarirli, con i Comuni e le Province che tentano di
promuovere "giornate del ricordo" in cui vengono inculcate a
bambini delle elementari e superiori informazioni prodotte da una
stampa nazionalista e di ultra destra, priva di certe basi
storiografiche. In questo clima, capita che vengano riabilitati
criminali di guerra, come ad esempio Ante Pavelic!
Questa vera e propria "mala storiografia", secondo la felice
espressione della Kersevan, arriva perfino a modificare i
palinsesti televisivi. Nel 2002 il già Ministro Gasparri si
prodigò per l'uscita di una fiction apparsa poi nel 2005 su
Canale 5, Il cuore nel pozzo, di Alberto Negrin. Si
trattò di un prodotto mediocre e poco aderente alla
realtà, e allo stesso modo la stampa rivolta sugli stessi
temi si è dimostrata superficiale e meschina. Il Messaggero
Veneto dell'8 marzo 2006 diffonde la notizia che 1.048 nomi di
infoibati sono finalmente stati resi pubblici, ed affianca
all'articolo alcune foto di presunti rastrellamenti compiuti dalle
truppe titine a danno degli italiani.
Oltre alla totale inattendibilità delle cifre, appare
sconcertante notare che le foto d'epoca sono immagini tratte dalla
suddetta fiction, e passate per documenti d'archivio!
Questo bel libro si rivela un lavoro onesto e serio: testimonianze
lucide, chiare, con un solo semplice obiettivo di fondo, rifiutare
di annebbiare le menti e di riscrivere la memoria, difendere le
vittime di un tragico momento che ha accompagnato la nostra storia
per un triste ventennio, e soprattutto, impedire che ondate
revansciste e neofasciste trascinino la gente a commette gli stessi
errori che segnarono le terre di confine del nostro Paese.
Posted: 17 settembre 2007
Eccoci finalmente partire con queste tanto attese prime recensioni. Qui sotto potrete leggere i contributi di Mirko Zilahy de' Gyurgyokai, Andrea Comincini ed Enrico Terrinoni. Il sito è ancora in fase di collaudo, quindi si raccomanda di non fare caso, per il momento, ai links posti qui a destra. La consultazione del materiale diverrà via via più chiara quando ulteriori articoli verranno pubblicati. Buona lettura!
Posted: 17 settembre 2007
I tre racconti proposti nella collana "Le
Occasioni" da Passigli Editore - The Cristal Cup
(1872), The Castle of the King (1876) e The Shadow
Builder (1881) - fanno parte della produzione non matura
dello scrittore dublinese. La datazione degli stessi potrebbe far
pensare a una iniziale pubblicazione del primo sul Dublin
Evening Mail, quotidiano per il quale Stoker compilava
velocissime recensioni teatrali, e degli altri due su The
Shamrock, su cui iniziò a scrivere dal 1875. A onor del
vero va chiarito che la raccolta in esame è il frutto
dell'incontro tra due testi (The Castle of King e The
Shadow Builder) contenuti nel libro di favole per bambini (e
adulti) vittoriani Under the Sunset (Londra, Sampson Low,
Marston, Searle, and Rivington 1881 e 1882), che in Italia ha
trovato collocazione ideale all'interno della raccolta integrale
Il Paese del Tramonto (Stampa Alternativa, 1999)
eccellentemente tradotta e ottimamente introdotta da Fabio
Giovannini, più un terzo, The Crystal Cup,
verosimilmente comparso su una delle testate sopra segnalate.
Nell'edizione Passigli però, informazioni sull'autore,
strumenti paratestuali quali note, rinvii e bibliografia, apparati
esplicativi anche minimi quali l'introduzione, sono assenti se si
eccettuano poche righe scarsamente informative sul risvolto di
copertina; e ciò a dispetto della buona veste grafica e
della buonissima confezione di un prodotto certamente di
nicchia.
È indubitabile, infatti, come il volumetto in questione si
rivolga a un pubblico selezionato il quale, se da una parte farebbe
forse a meno di una panoramica completa sul genere "Gotico" e
sull'autore di Dracula, dall'altra avrebbe magari il
piacere, accostandosi a testi poco conosciuti in Italia, di
apprenderne quantomeno le coordinate letterarie all'interno
dell'opera dell'autore, la provenienza e la fortuna in patria e
all'estero.
Ciò detto, i tre racconti della mini antologia mettono in
scena, con assoluta coerenza tematica, che è poi il motivo
essenziale della raccolta, il rapporto Amore/Morte (il più
notevole è Il Castello del Re, riscrittura del mito
di Orfeo e Euridice in chiave macabra) assieme a una altrettanto
evidente conformità del tono pedantemente morale tipico di
certi autori vittoriani. Qui un giovane Stoker, poi maestro del
sensazionale, pare avere ben poco da dire sotto il profilo
dell'intensità e del ritmo preferendo invece, purtroppo, gli
accenti melodrammatici di un discorso metaforico-didascalico che
mai raggiunge alcuna viva tensione narrativa. Un empasse che si
traduce sul piano linguistico nelle esercitazioni di gusto
vittoriane quali formule d'apertura ("Quando gli dissero che Colei
che amava di più al mondo era a letto malata e sotto l'ombra
del pericolo, il povero Poeta per poco non impazzì di
dolore" dall'incipit de Il Castello del Re), stilemi
ripetuti alla nausea (in Il Costruttore di Ombre il Figlio
è continuamente detto "povero e solo" e così anche la
Madre "povera e sola") e l'utilizzo della maiuscola personificativa
per i personaggi e i luoghi, a dare una cadenza vagamente
paradigmatica (il Poeta, il Re della Morte, il Viaggiatore, il
Bambino e la Madre, la Valle delle Ombre, il Cancello del Terrore,
ecc.). Tale intonazione moraleggiante (già presente in altre
opere di Stoker come The Primerose Path, 1875) trova il
suo apice nella narrazione del viaggio allegorico che il Poeta
affronta alla ricerca dell'amata scomparsa: nel doloroso itinerario
egli trova la forza di commentare ad alta voce che "i figli degli
uomini potrebbero imparare molto da un viaggio verso il Castello
del Re, un viaggio che inizia in mezzo alla bellezza, tra giardini
profumati, sotto la fresca ombra degli alberi dai rami sporgenti",
e ancora "nel suo cuore il Poeta si rivolse alla moltitudine dei
figli degli uomini, e dalle labbra le parole sgorgarono come
musica. Cantò infatti del Cancello d'Oro che gli Angeli
chiamano VERITA'".
Un libro a tratti ingenuo che non si fa leggere agevolmente,
nonostante la sobria traduzione di Simone Garzella, né dal
lettore generico né dal cultore del genere né,
tantomeno, dall'appassionato di Stoker, a proposito del quale, in
ultima analisi, in questi racconti si indovina una qualche
capacità tonale tra favoloso e visionario e alcuni passaggi
di lugubre descrittività, tipici del romanziere che
verrà: "Mentre il Poeta percorreva queste mulattiere
cominciò a calare la notte e la nebbia indistinta che si
levava dalle paludi lontane assunse strane forme tenebrose.
Lontano, nelle roccaforti montane, le bestie selvagge cominciarono
a ruggire nelle profondità delle loro tane, mentre nell'aria
risuonavano terribili i rumori crudeli della notte" (Il
Castello del Re). Se dunque, benché di rado, l'effetto
scenografico raggiunge esiti discreti e Stoker si mostra abile
costruttore di atmosfere, d'altra parte manca ancora la sottile
perizia a caratterizzare teatralmente i propri personaggi: Renfield
e lo stesso Dracula saranno il frutto di una maestria che Stoker
acquisirà durante gli anni al Lyceum Theatre alle dipendenze
del celebre attore Sir Henry Irving. Restano, per gli appassionati
di Stoker e gli studiosi di Dracula, taluni segnali della
nascitura abilità dell'autore e della ricorrenza di alcune
suggestioni nei passaggi che richiamano il masterpiece del
1897 e che suonano al limite dell'autocitazione: "Che importa se il
Castello è lontano? I piedi dei morti sono veloci. Gli
spiriti si spostano in fretta e per loro le distanze sono
insignificanti" (Il Castello del Re).
Posted: 17 settembre 2007
In questo testo Eduardo Galeano affronta i
problemi del mondo globalizzato, dalla criminalità infantile
alle dittature militari in Sud America, dallo strapotere dei media
fino alle recenti guerre "umanitarie". Le pagine sono impreziosite
da aneddoti molto suggestivi e da vignette dell'artista Guadalupe
Posada. Una delle più inquietanti riporta un classico
mappamondo: nell'osservarlo si nota qualcosa di strano. Grazie alla
spiegazione di Galeano, si rivela il mistero: l'emisfero
occidentale è esageratamente più grande ed esteso
rispetto all'Africa, all'India, o al Sud America. Il colonialismo
sembrerebbe aver persino snaturato le cartine geografiche.
La denuncia prosegue in vari modi, anche attraverso storielle
ironiche, e gli argomenti trattati sono vari; tra i più
toccanti certamente le storie sulle dittature militari perpetuatesi
negli anni passati in America Latina. Abusi commessi spesso
dall'amministrazione statunitense, ma più generalmente dalle
multinazionali: "l'impunità della impresa Bayer risale ai
tempi in cui faceva parte del consorzio IG Farben e usava la mano
d'opera gratuita dei prigionieri di Auschwitz". Oppure viene
sottolineato come imprese quali Shell e Chevron abbiano distrutto
il delta del Niger cancellando di fatto i popoli circostanti. Lo
scrittore Ken Saro-Wiwa denunciò questa situazione, e si
ritrovò impiccato pochi mesi dopo dalla dittatura del Niger,
appoggiata da Naemeka Achee, dirigente generale della Shell in
Nigeria. Questi sosteneva che per una impresa commerciale
intenzionata a realizzare investimenti, è necessario un
ambiente di stabilità e le dittature lo offrono.
Non dimentichiamo le discriminazioni razziali delle popolazioni
indigene: la nostra società cita di continuo vari uomini
illustri per celebrare una "naturale superiorità etica e
morale", ma questo avviene spesso a sproposito. Basti pensare a
Hume, il celebre filosofo, il quale dichiarava che " il nero
può sviluppare certe abilità proprie delle persone,
come il pappagallo riesce a dire alcune parole". O anche il padre
della democrazia Montesquieu, secondo cui "risulta impensabile che
Dio, che è un essere molto saggio, abbia messo un'anima, e
soprattutto un'anima buona, in un corpo nero".
Il mercato della guerra è un tema ugualmente scottante:
Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Francia sono i maggiori
produttori di armi. Ecco allora le guerre ed i loro profitti.
Questi Paesi si distinguono in seguito per la vendita del
controprodotto, ovvero la bonifica dei territori dalle
bombe attraverso altri mezzi tecnologici: veleno e antidoto,
malattia e cura. Prima ti inducono a credere di aver bisogno di una
qualsiasi cosa, poi te la rifilano, ed infine, dopo aver "scoperto"
la sua nocività", offrono la "salvezza" a prezzi
modici.
La forza di questo testo, oltre agli argomenti trattati, è
lo stile ironico, forte, capace di trasformare la narrazione in un
romanzo tragicomico, dove l'uomo appare carnefice e vittima,
cacciatore e preda.
Senza perdere l'obiettivo della sua analisi, Galeano conduce il
lettore al fine ultimo del suo viaggio letterario: riconoscere e
tracciare il ritratto di un colpevole sicuro in questo gioco dei
ruoli e delle responsabilità.
Se infatti a volte il confine tra criminale e giudice sembra
sfumare, ciò accade in realtà per cogliere un
elemento fondamentale: c'è un momento, nella vita di ognuno,
in cui le scelte devono essere nette, e ciò comporta la
necessità di assumersi le proprie responsabilità ed
il dovere di affrontare l'ingiustizia.
Nella società occidentale i contrasti sociali investono
perfino i benestanti: i figli dei ricchi subiscono la
mercificazione delle proprie vite, trasformandosi già da
bambini in piccoli cinici consumatori. Il borghese, stregato dalla
televisione, vive un'esistenza drogata, vuota, e piena di paure. I
poveri d'altra parte, restano violentati nella loro
personalità. La mancanza di istruzione, il precariato, oltre
a distruggere la psicologia degli uomini, e ad affamarli, afferma
l'autore in tutto il libro, trasforma i vecchi rapporti
generazionali e le certezze antiche, in prigioni di ghiaccio dove
ci si sente per sempre intrappolati. L'egoismo è l'effetto
di una politica priva di gentilezza, onestà e
coraggio.
Galeano non chiude gli occhi davanti a tali contraddizioni del
così detto mondo libero, alle sue infamie.
Sebbene dimostri una sincera empatia per i problemi delle classi
benestanti, conosce ed evidenzia chiaramente un fattore vitale:
queste hanno la possibilità di scegliere, i popoli del Sud
del mondo no. Già in un altro suo famoso libro, Le vene
aperte dell'America Latina, l'autore si era speso in una
denuncia accorata dei crimini commessi da parte del mondo ricco.
Apparso nel 1971 e tradotto in sessanta lingue, l'opera tuttavia fu
proibita in diversi paesi del "continente desaparecido". Oggi la
nuova coscienza dei popoli oppressi sta ritrovando il coraggio e la
libertà di riscrivere la propria storia e di cogliere le
nuove opportunità che la fine delle dittature militari ha
prodotto. Tuttavia, se formalmente si disegnano nuovi scenari,
afferma Galeano, concretamente bisogna ancora percorrere molta
strada, ed abbattere il flagello di un'economia disuguale e
discriminante.
Per tale motivo i ruoli sfumati precedentemente descritti assumono
in definitiva un contorno netto.
È incontrovertibile, dopo la lettura delle ricerche dello
scrittore, lo sfruttamento del mondo industrializzato nei confronti
dell'80% dell'umanità intera.
Il Galeano disegna la mappa delle ingiustizie, in maniera seria e
puntuale. Non ci sono luoghi comuni, frasi retoriche o quant'altro
di simile. Il discorso scorre vivo e pungente ed il lettore resta
sopraffatto e avvilito nel constatare lo sfruttamento della terra,
delle sue risorse e dei suoi figli. Eppure, nonostante ciò,
lo scrittore scorge una speranza di redenzione, e la affida a
quelle genti capaci di ribellarsi, organizzarsi, credere che un
altro mondo è possibile.
Il cammino è pieno di ostacoli e nemici, dice Galeano, ma
se ognuno di noi riuscirà a scegliere una vita onesta,
allora nessuna multinazionale delle armi o del tabacco potrà
soffocare l'energia irrefrenabile di un mondo assetato di pace e
giustizia.
Posted: 17 settembre 2007
"Il giorno seguente non morì nessuno".
Queste sei parole, allineate e scarne, oscuri presagi che indicano
scenari incerti, dubbiosi, malfermi, aprono e chiudono l'ultimo
romanzo del Nobel portoghese Saramago. Si tratta di un volume non
recentissimo, uscito nel 2005. Così, quanto segue non
sarà se non il tentativo di imprimere sul reticolato
transitorio dell'universo telematico, solo una sfuggente
impressione retrospettiva, una riflessione che guarda all'indietro,
procedendo con le spalle al futuro.
D'alto canto, i due libri di Saramago pubblicati in seguito,
Le piccole memorie, e Di questo mondo e
dell'altro, sono anch'essi prove che rifiutano il normale e
inesorabile scorrere progressivo del tempo. Il primo è una
raccolta di memorie d'infanzia, mentre il secondo è un
insieme di "cronache" risalenti a quasi quaranta anni fa. Simili
esperimenti letterari costituiscono, se vogliamo, un ritorno, un
ripiegamento verso se stessi e il passato. Ripropongono un
camminare a ritroso improntato all'allontanamento dal futuro, da un
domani che è forse anche traguardo ultimo, inaspettato, meta
lontana da esorcizzare all'infinito.
Al contrario, Le intermittenze della morte affronta di
petto, come si suol dire, il tema ineluttabile della fine, della
chiusa, della battuta definitiva. Gioca col presente e con la
realtà come la mente con la fantasia. In questo, rappresenta
sottilmente un esempio di testualità da epitaffio,
contemplazione inerme della fine, non tanto di un autore, quanto
della letteratura stessa, della sua capacità di rapportarsi
con la realtà, senza mai illudersi di rappresentarla.
La trama è, si direbbe, semplice, quasi scontata. In una
nazione non meglio specificata, a partire da un capodanno
temporalmente indeterminato, per qualche motivo, non si muore
più. Il governo, l'opinione pubblica, i giornali, si trovano
tutto ad un tratto a dover fare i conti con una simile situazione
anomala, senza precedenti. Si prospetta, per un'intera popolazione,
una vita all'insegna dell'immortalità, riproponendo, anche
se in chiave forse meno ironica, il paradosso esistenziale degli
Struldbrug Swiftiani, nel terzo libro dei Viaggi di
Gulliver. Soluzioni a tale situazione, che ha
dell'impossibile, apparentemente non ve ne sono; se non, come si
scoprirà, quella di attraversare la frontiera dello stato,
per accedere a territori in cui, fortunatamente, la morte ancora
agisce in tranquillità.
Il contesto è tracciato con impeccabile precisione,
nonostante l'estrema improbabilità della materia. Il filo
della narrazione si regge non già su un'illusoria
rispondenza di quanto raccontato con una qualche realtà di
riferimento, uno sfondo triviale, esterno al testo ma necessario
alla riuscita di un qualsivoglia resoconto dal sapore realistico.
Realismo, nel libro, non ve n'è; ed è questa la sua
forza, in un certo senso. L'autore spiega: "ho bisogno che il
lettore accetti la mia proposta. Se lo fa, vi posso assicurare che
tutto diventa implacabilmente logico". Si scorgono, a ben vedere,
illuminanti affinità con la teoria della "suspension of
disbelief" del poeta romantico inglese Coleridge, secondo cui un
rapporto fruttuoso con un opera d'arte prevede l'abbandono totale,
da parte del fruitore, alla logica interna della stessa.
Accantonare pretese di distacco aiuta ad entrare nello spirito del
testo, e a venirne coinvolti interamente.
In realtà, seppure a quella logica orchestrata
magistralmente da dietro le quinte apparentemente non si sfugge,
nel libro di Saramago, a mancare, rispetto alle sue prove maggiori,
è il ricorso a un'umanità meravigliosa e normale, al
compromesso tra fantastico e reale, che struttura i capolavori
passati del portoghese intorno a profili indimenticabili. Le
intermittenze della morte privilegia lo sguardo d'insieme, e
pare dimenticare, nell'oblio livellante della vita perenne e degli
scherzi della morte a cui la società, nel suo complesso,
è idealmente condannata ad assistere, il bisogno di un
respiro mortale, riconoscibile, individualizzante. Si tratta,
forse, dell'unica, fondamentale mancanza di questa sottile prova
letteraria dalle risonanze misteriosamente profetiche.