Gian Antonio Stella, L’orda
BUR Editore, 2007 – €9,50 – pag. 313
di Andrea Comincini
“[Sono] briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo. […] Se il boicottaggio vale a qualcosa, è in questo caso degli italiani che debbasi applicare. Siamo certi che i nostri capitalisti non ricaveranno beneficio alcuno dall’importazione di queste locuste”.
Questa stigmatizzazione impietosa sembra estratta da un quotidiano dei nostri tempi, e rivolta ad uno dei popoli più vessati della storia, gli zingari. L’informazione attuale, specialmente in Italia, sembra infatti aver trovato il bandolo della matassa di tutti i problemi che affliggono il Bel Paese, ovvero l’immigrazione clandestina: Rom, Rumeni, Albanesi, Slavi, Sinti, Serbi, ciascuno indistintamente riunito sotto la spregiativa categoria di nomade delinquente. Il libro di Gian Antonio Stella, con imbarazzante tempismo, rivela al lettore un’altra verità: i soggetti su citati sono, si è letto, gli italiani, e il giornale è L’Australian workman, del 1890.
Oggetto della ricerca del giornalista del Corriere è scovare il pregiudizio ricorrente intorno alla figura dell’emigrante italiano. “Quando gli albanesi eravamo noi”, sottotitolo appropriato, evidenzia l’intento dello scrittore: confrontare l’Italia dei primi del ‘900 con quella attuale, dimentica della sua povertà, dei soprusi subiti, e quindi pronta a riversare sugli altri nuovi poveri le accuse che un tempo erano rivolte ad essa.
Il libro si articola in vari capitoli, ognuno riguardante un pezzo di storia ormai sepolta: dai meridionali poverissimi alla ricerca di un tozzo di pane oltreoceano, alla persecuzione razziale dei nostri compaesani in terra americana o australiana. Fra i vari documenti che Stella riesce a rispolverare, i più toccanti restano le testimonianze di questi uomini derelitti, lontano da casa e sfruttati letteralmente come bestie. Negli Stati Uniti in particolare, persino gli Irlandesi – da sempre vessati e usati quale forza lavoro – identificavano gli Italiani all’ultimo gradino della scala sociale, una scala di sofferenze, sempre in salita e solo per pochi fonte di successo. Non venivamo nemmeno considerati di razza bianca! I documenti del Ku Klux Klan potrebbero esser valutati di parte, ma gli atti proposti riguardano invece i tribunali dell’Alabama, o i quotidiani nazionali. Oltre ai luoghi comuni più deplorevoli, che ci tratteggiavano sfruttatori di donne e bambini, assassini dopo due bicchieri, venditori di fanciulli, suonatori d’organetto o ruffiani indolenti, le definizioni più crudeli arrivano persino da poeti e scrittori famosi. Amanti dell’Italia e della sua storia, molti di loro vedevano lo stivale uno splendido museo abitato da vagabondi ed accattoni. Memori del Rinascimento, del classicismo, i loro giudizi sono sprezzanti: “Gli uomini? Possono a stento definirsi tali: sembrano una tribù di schiavi stupidi e vizzi, e non penso di aver visto un solo barlume di intelligenza nel loro volto, da quando ho attraversato le Alpi”. La frase è di Percy B. Shelley, e ad essa se ne potrebbero aggiungere altre di Dickens, Goethe ecc. L’italiano, osserva Stella, era il reietto d’Europa: dove c’era un crimine, della malavita, lì veniva cercato dalla polizia il Siculo dai lunghi baffi, il Genovese, il Calabrese. Il libro racconta nei dettagli queste vicende poliziesche, accentuate da un altro fattore molto importante, ovvero la numerosa presenza di anarchici e socialisti di origine italica. I governi di mezzo mondo ci perseguitavano ed usavano spesso come capri espiatori, e l’avvento del fascismo non migliorò le cose. Quando Mussolini dichiarò la sua ostilità all’Inghilterra, i nostri compaesani subirono vere e proprie schedature. Spacca timpani e lustrascarpe, sorci che sbarcano dalle navi con cappelli con su scritto “mafia”, “anarchia”, “socialismo”, gli Italiani si vedevano non solo discriminati, ma anche sfruttati fino a morire di stenti.
Inutile specificare, osserva Stella, che le abitazioni fatiscenti in cui venivamo rinchiusi erano veri e propri lager, senza la minima igiene, maleodoranti e fetidi. In essi si dormiva promiscuamente, stipati, e così crescevano le voci per cui gli italiani abusavano persino della propria prole, erano bestie e nulla più.
La realtà feroce descritta ne L’Orda, con stile veloce e incalzante, riassume infine un mondo di mascalzonate, pregiudizi, vessazioni, paure e solitudini: l’Italiano era l’ultimo degli ultimi, lo sfruttato per eccellenza ma anche quello maggiormente discriminato.
L’editorialista del Corriere con ironia rivolge un interrogativo ai propri lettori, e chiede loro se i popoli oggi umiliati, schedati e considerati inferiori non siano uguali agli Italiani di cento anni fa, costretti a fuggire dalla loro terra semplicemente per non morire di stenti. Egli non nega la veridicità di alcune accuse, ma ne individua le origini nella mancanza di volontà di integrazione da parte delle autorità, nell’aggirare i costi di una politica integrativa e solidale e non – ovviamente – in tratti genetici o culturali.
Oggi l’Italia è una terra ricca, differente dai ricordi dei nostri nonni: l’oblio di quei tempi è una grave mancanza non solamente nei confronti della memoria di quanti hanno subito ogni sorta di vessazione, ma anche e soprattutto pensando alla nostra epoca attuale ed alle politiche fascistoidi promosse e fomentate. Lo straniero, il diverso, è dipinto esattamente alla maniera di un …italiano, con l’unica differenza temporale a far da scudo.
Stella propone un libro piacevole, documentato, e prezioso per chi vuole orientarsi nello studio dei pregiudizi o nella conoscenza dei documenti storici d’archivio. Il tratto giornalistico rende l’opera scorrevole, e adatta a tutti, ma presenta anche alcuni limiti decisamente forti, dovuti all’incompletezza nella trattazione di alcuni aspetti a mio avviso fondamentali.
Si tratta del risvolto politico conseguenza dell’analisi svolta, da Stella soltanto accennato, sfiorato, mai portato seriamente a giudizio. La critica generica all’avarizia, alla superstizione, all’ignoranza sfiora la politica senza intaccarla: la sensazione che si ha dopo la lettura del libro non è un sentimento di insopportabilità o ribrezzo, ma addirittura – paradossalmente! – il suo contrario.
“Ieri a noi, oggi a voi”: un tragico fatalismo a cui arrendersi sembra avvolgere l’animo, rammollirlo, e addormentarlo. Certamente non è plausibile ipotizzare che questa sia l’intenzione dell’autore, ma la mancata discussione di alcune categorie della politica - o l’utopistico desiderio di non veder più simili turpitudini, senza proporre alternative ai modelli di consumo classisti e alienanti - rendono la disapprovazione meno forte, energica, e segnano un libro di cui comunque è consigliabile la lettura per coloro i quali ricordano solo gli Italiani “vincenti”, gli zii d’America, e rimuovono una parte della propria storia per stupida vergogna e ignoranza.