Mark Twain, Alla persona che siede nelle tenebre
(Edizioni Spartaco - 2003 - € 12,00)

di Andrea Comincini

Alla persona che siede nelle tenebre

Il nome di Mark Twain riporta il lettore al suo romanzo più celebre, ovvero Le avventure di Huckleberry Finn. La storia di Tom Sayer e dell' amico di colore ha suggestionato l'immaginazione di intere generazioni e le ha condotte presso le rive del Mississipi, nell'America profonda, quando il colore della pelle era causa di salvezza o dannazione. Il libro è in grado di scuotere le coscienze riguardo i drammi della civiltà e le sue contraddizioni in una terra che voleva e vuole ancora oggi essere agli occhi del mondo baluardo della civiltà e dei diritti. Il successo dell'opera ha naturalmente garantito fama internazionale al suo autore, eppure nello stesso tempo ha oscurato altre dello stesso, verso cui è opportuno rivolgersi.
Se le tematiche riscontrate nelle Avventure hanno catturato i lettori, vi sono altri testi che riprendono le stesse basandosi su fatti di cronaca quotidiana, da cui emerge un Twain fiero oppositore al regime imperialista e all'America della forca e dei processi di piazza, passato ingiustamente in secondo piano. Alla persona che siede nelle tenebre è doppiamente apprezzabile perché oltre a contribuire a svelarci un lato meno popolare del nostro autore, apre uno squarcio sulle vicende americane nei primi del Novecento.
In questo libro lo scrittore propone una vera e propria disamina della mentalità statunitense ma più in generale del modus vivendi occidentale. I temi trattati vanno da un'analisi del patriottismo, della guerra contro i filippini musulmani, i Moros, del 1906, fino al grandioso e inquietante "soliloquio di re Leopoldo". La prosa di Twain, come suggerisce intelligentemente Alessandro Portelli nell'Introduzione, è egualitaria e democratica, avventurosa e irriverente. Egli infatti critica gli incivili atteggiamenti di una parte dell'America rurale con un pungente eroismo. In quegli anni la pratica del linciaggio dei neri aveva assunto dimensioni allarmati. Twain non solo stigmatizza questo atteggiamento, ma in lui traspare un vero e proprio moto d'indignazione quando confida al lettore che molti genitori portavano i figli a vedere pestaggi, massacri e mutilazioni; la pratica dell'impiccagione era un grande momento di godimento comunitario, di riscoperta di una identità razzista ed esclusiva in cui anche le persone più miti accettavano e sostenevano.
The United States of Lyncherdom, ovvero gli Stati Uniti del Linciaggio, raccontano di un popolo assuefatto al crimine ed alla violenza. Qui appare il disprezzo più profondo dell'autore per la massa informe, vigliacca, incapace dell'uso della ragione, per cui il mondo è un irredimibile terreno di battaglia perpetua. Twain si sentiva figlio del popolo, e il suo sdegno è ancora più profondo. La descrizione di generali e comandanti divenuti eroi famosi per aver ucciso crudelmente persone inermi - come nel caso della guerra contro i Filippini - accentua l'acredine per una società traditrice dei propri valori fondanti, di quel compito civilizzatore inciso nei cuori attraversi le baionette e non il valore morale.
Su quest'onda emotiva, il tono del discorso assume dimensioni metastoriche: l'impressione è una caduta nella disillusione, per una totale ed eterna sfiducia nell'umanità. Come osserva ancora Portelli, si ha la sensazione che la denuncia sfiori toni teologici e le categorie della politica svaniscano. Se da una parte l'osservazione è giusta, tuttavia la grande mole di articoli, saggi e brani scritti negli anni dimostrano una ostinata volontà di partecipare alla vita civile e di sperare in un cambiamento degli eventi.
Alla persona che siede nelle tenebre riprende una metafora biblica molto frequente, ovvero la speranza della luce per quanti vivono nella oscurità del male. La "dannata razza umana" "risiede" nell'ignoranza e in un compiaciuto, vigliacco qualunquismo per cui la rapina è più importante della solidarietà; l'omicidio più della compassione.
L'apice di questa piccola raccolta di 'scritti contro l'imperialismo' - come suggerisce il sottotitolo - è raggiunto da Il soliloquio di re Leopoldo. Re Leopoldo del Belgio è una figura poco conosciuta, nonostante i suoi crimini siano paragonabili a quelli commessi dal regime nazista e da Hitler. Sue vittime - la cifra varia tra i 10 e i 15 milioni di persone - furono gli abitanti del Congo. A quei tempi il sovrano era a capo di un fiorente impero commerciale per l'esportazione della gomma. Gli indigeni venivano schiavizzati, torturati, ed uccisi. L'unico interesse era l'estrazione della materia richiesta.
Il soliloquio al centro del testo ritrae ironicamente Leopoldo mentre, tra sé e sé, si infuria con coloro i quali gli attribuiscono i connotati del carnefice. Giornalisti, ambasciatori, missionari dal cuore tenero incapaci di usare rettamente la ragione. Se così facessero, osserva il re, capirebbero che è assurdo mettere sulla bilancia della giustizia le azioni di un nobile con una massa informe e selvaggia. I neri non sono uomini, ma strumenti di lavoro. La loro sofferenza è in realtà una benedizione perché possono essere evangelizzati. I "traditori", come li chiama il re del Belgio, sono tornati in Europa a spifferare fatti senza significato. Squartamenti, uccisioni, stupri: tutto ciò non è reale, poiché si trattava in realtà di gesti educativi, immaginati per istruire i sopravvissuti a continuare a morire senza troppe domande. Leopoldo si infuria con la stampa, e mentre bacia il crocifisso per l'eccesso d'ira, imputa nell'invidia la causa delle male parole verso la sua persona.
Il libro è drammaticamente sconvolgente quando alla voce ricreata di Leopoldo si sostituiscono i ritagli dei giornali e le descrizioni delle pratiche omicide. Cannibalismo, uccisioni di bambini, evirazioni ecc. Quando alcuni schiavi viaggiavano nella foresta per raccogliere la gomma, venivano inviati senza cibo o acqua. Moltissimi subivano lo sfregio di vedersi amputata una mano per qualsiasi futile motivo. Cataste di arti si ammucchiavano ai bordi degli alberi. Nelle case dei colonnelli e degli ufficiali, le collezioni di teschi umani venivano sfoggiate in segno di potere e autorità. Il re pensa, mentre è in preda a un delirante imprecare, che la sua sfortuna sia stata la nascita in quel periodo della fotografia. I tristi europei si sono lasciati commuovere dalle immagini dei morti trucidati, quasi fossero persone come loro.
Twain è abile nel descrivere una civiltà priva di logica e amore, corrotta fino al midollo. La sua prosa lascia spazio alla documentazione, fino a creare uno sposalizio di forme e generi capace di suggestionare profondamente il lettore. Nella preghiera di guerra, egli descrive le invocazioni del buon Dio da parte degli Stati uniti, per avere la grazia di poter uccidere e affogare nel sangue più nemici possibili: "O Dio e Padre Nostro, aiutaci a ridurre a brandelli insanguinati i soldati nemici, aiutaci a lasciarli in mezzo ad una strada, con i figli piccoli, a vagare senza aiuto per i deserti della loro terra desolata. Noi lo chiediamo, in nome dell'amore, in nome di Colui che è la Fonte dell'Amore. Amen".