Marta Verginella, Il confine degli altri
Donzelli Editore 2008 - euro 14,00 - pp. 128
di Andrea Comincini
La storia delle terre giuliane, i suoi confini, non sono stati semplicemente decisi da un pacifico e naturale corso degli eventi. Trieste, l'Istria, la Dalmazia conobbero umiliazioni insopportabili, specialmente durante il periodo fascista. A questo tragico destino si devono aggiungere le vite di chi in quelle terre è cresciuto: italiani, sloveni, ma anche croati, rumeni, turchi, greci e tedeschi.
Un mondo incredibilmente ricco e culturalmente fecondo fu calpestato troppe volte dalle suole chiodate degli aguzzini di Mussolini, e il lascito rimasto è una inquietudine sostanziale, una conciliazione mai definitivamente sentita. Al giorno d'oggi nuovi segnali lasciano sperare in un multiculturalismo accettato e vissuto come una ricchezza, e non da ostacolo.
Il libro di Marta Verginella, Il confine degli altri, affronta l'argomento in maniera dettagliata, offrendo testimonianze di singoli e di intere collettività, ma il suo successo non risiede unicamente in ciò: la storiografia a proposito infatti, è molto corposa e certamente nota negli ambienti culturali adatti.
Il piccolo volume - ed è chiaro dal titolo e dal sottotitolo: La questione giuliana e la memoria slovena - ci offre invece la preziosa occasione di leggere le nostre vicende dall'altra parte della barricata. Se infatti l'irredentismo e l'italianità trovano lo spazio necessario nei dibattiti attuali, pochi si sono dedicati a raccogliere le testimonianze di chi fu considerato estraneo a casa propria.
Per tale motivo, osserva Guido Crainz nella Prefazione, questo è un libro necessario, perché ha il potere di illuminare i contorni ambigui e mobili delle appartenenze nazionali, e ad interrogarsi sul senso di una storia convissuta: "Ci aiuta a cogliere in modo vivo i tratti di quella società slovena che il fascismo voleva negare e cancellare: ce ne riconsegna la ricchezza, la molteplicità di percorsi umani e intellettuali, di passioni e di speranze".
Pericoloso oggi sarebbe considerare queste documentazioni vetuste o cronaca ordinaria: l'odio razziale fomentato dagli uomini del Duce ha infatti provocato dolorosissime e immani ingiustizie, sia dal punto di vista politico che culturale.
La minoranza slovena in Italia è stata vessata in maniera indicibile, e senza mezzi termini. Il Pubblico Ministero Fascista, durante i vari processi in cui persone comuni venivano accusate di sabotaggio e tradimento, li definiva ‘omuncoli impastati d'odio, rettili umani striscianti nell'ombra e nel fango, che osavano rifiutare obbedienza all'unico stato e all'unica nazione capaci di portare civiltà in quelle terre'.
Le testimonianze offerte dalla Verginella non includono soltanto i nomi di noti intellettuali del luogo, ma contribuiscono invece a offrire un quadro complessivo sul senso di angoscia di una comunità spaesata.
L'italianizzazione forzata infatti non si riduceva all'assimilazione coatta delle identità, così stappate, umiliate, cancellate; significava anche paura quotidiana per le strade della città. Toccante il racconto del padre per la prima volta con il proprio figliolo a visitare la loro cara Trieste: il genitore risponde in sloveno alle semplici domande del ragazzino, ed eccolo vedersi davanti un energumeno in camicia nera che gli sputa in bocca, lo chiama porco, e lo minaccia pesantemente. Il bambino da allora si sentirà un diverso, un escluso: "Allora avevo sette, otto anni, mi resi conto di essere diverso, di parlare un'altra lingua, abietta e vietata, che così anche rimase. Capii inoltre che si trattava di una grande ingiustizia". Chi ha letto la biografia di Freud, avverte una inquietante similitudine con il senso di diversità sofferto dall'allora nominata razza giudea, soprattutto negli anni universitari. Proprio l'ambiente scolastico sembra soffrire, anche in questo caso, l'ignominia della stupidità. La storia di Julka, poi Giulia, appesa dal maestro per le trecce perché si lasciò scappare una frase in sloveno, rivela più di un semplice tentativo di cancellare una cultura. Si legge il piacere di farlo. La violenza perpetrata infatti travolge tutti, e si realizza con atti disgustosi, come capitò al povero maestro cattolico di canto gregoriano Lojze Bratuž, costretto ad ingurgitare olio di ricino mescolato a quello di motore, e morto tragicamente.
Marta Verginella propone un quadro chiaro e dettagliato non solo delle suddette vessazioni, ma ricostruisce inoltre il panorama politico del periodo, la grande varietà di posizioni, di visioni politiche in questa sede non elencabili.
Resta tuttavia un dato ben preciso: liberali, cattolici, comunisti erano uniti dall'antifascismo e da un forte desiderio di sfuggire allo spaesamento indotto dal governo italiano. Ad esso ne va aggiunto un altro, altrettanto triste e sintomatico, ovvero quello degli esuli fuggiti in Slovenia, a casa loro, ed accolti - si fa per dire - con diffidenza e rancore perché giudicati invasori.
La studiosa non tralascia le vicende legate al regime di Tito, ed alla Jugoslavia, e disegna un ritratto minuzioso delle miserie politiche destinate a creare conflitti ed odio perché fondate su falsi miti e radici, o su una idea di nazione forgiata nel dominio assolutista di una unica identità. Perfino gli italiani d'Istria si trovarono costretti ad abbandonare le loro terre, a vivere sulla propria pelle la tragica sorte dei compagni sloveni.
Ciò non vuol dire naturalmente confondere le carte della storia, o diffondere un piatto revisionismo: il tentativo della Verginella, peraltro riuscito pienamente, è evidenziare l'intreccio indissolubile della nostra storie e dei nostri errori con le cronache e gli sbagli degli altri, e così le vittorie e le sconfitte.
Le conclusioni del libro riassumono perfettamente il senso di un cammino cominciato dall'analisi degli incartamenti processuali del 1941, dove circa trecento persone furono accusate dallo Stato fascista dei peggiori misfatti. Nella Jugoslavia titina si trovano fra i vinti del secondo dopoguerra anche alcuni di tali imputati: dopo avere sofferto discriminazioni ed angherie sotto Mussolini, adesso patiscono la mancata sudditanza al regime di Tito.
L'auspicio è ritrovare in un lavoro storiografico serio la possibilità di leggere i fatti intorno a noi senza innalzare muri, e riscoprire - contrariamente a quanto oggi molti intellettuali e studiosi fanno - un metodo di spiegazione dei fatti libero dall'ottica particolaristica.
Così chiosa di nuovo Crainz: "Non è per nulla univoca la storia che questo libro ci racconta: esso mostra, tutto al contrario, che l'esito non era ‘obbligato', o privo di alternative. Tratteggia bene - e qui cito alla lettera - il mescolarsi di appartenenza plurime e di un'identità forte ed esclusiva; di lealismo asburgico e di posizioni antitedesche; di spirito antiitaliano e di aspirazioni internazionaliste. Tratteggia una nazione slovena mobile, soggetta ad erosione ma anche capace di erodere. Preoccupata dei rischi di assimilazione, e proprio per questo portata progressivamente a poggiare l'accento soprattutto sulla propria identità, con tutte le forzature che ciò comporta. Che cosa c'è di esclusivamente sloveno in questo?".