Paolo Villaggio, Storia della libertà di pensiero
(Feltrinelli, 2008 – €14,50 – pag. 190)
di Andrea Comincini
Paolo Villaggio, genovese classe ’32, viene e verrà immancabilmente ricordato per i tragici Fantozzi o per il vile ragionier Giandomenico Fracchia e le commedie degli anni ’80.
Il personaggio è immancabilmente marchiato dalla goffaggine, la stupidità, la vigliaccheria, così ben riassunta sugli schermi dalle sue maschere. Eppure, se non ci si accontenta di uno sguardo furtivo forgiato dai prodotti più popolari, subito risalta la qualità di questo nostro attore, apprezzato da grandi registi per cui ha interpretato perfettamente ruoli davvero notevoli.
Autore di numerosissimi libri, tra cui Fantozzi (BUR 1971), Sette grammi in 70 anni. Odissea di un povero obeso (Mondadori 2003), Gli fantasmi (Rizzoli 2006), Villaggio è certamente un intellettuale di profonda lungimiranza e di grandi capacità introspettive. Sottovalutato a priori in quanto comico, egli ha saputo come pochi descrivere le manie degli italiani, la loro pochezza intellettuale, ed il cinismo soffuso.
In questo ultimo libro, Storia della libertà di pensiero, edito da Feltrinelli, ritroviamo libera e feconda la sua vena umoristica condita con la solita lucidità che rende il nostro un uomo veramente sui generis.
Tale acume intellettuale produce una grandiosa dose di cinismo, un cinismo agghiacciante. L’aggettivo è tra quelli più adoperati dall’attore, ne è profondamente e segretamente innamorato perché – a mio avviso – rivela più di altri il senso del mondo intero. Villaggio descrive l’umanità come una macchina infernale rivolta al proprio bieco godimento. A volte la sua prosa sembra perfino cattiva, ma il lettore non condanna mai le figure disegnate, perché l’autore sa tracciare magistralmente il profilo del mostro anche dentro di noi. Siamo tutti vittime e carnefici, e l’unico sollievo nasce dall’ironia. Una ironia perfettamente calibrata e mai abusata, diffusa in ogni pagina, rende l’opera piacevole e allegra, mai noiosa.
Il testo poteva riprendere – come titolo – quello della autobiografia pubblicata nel 2002: “Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda”, declinato al plurale, perché il nucleo centrale del libro, il filo che attraversa le vite di Socrate, Gesù, Colombo, Giordano Bruno ecc, è la mancanza totale di buon costume, regole e senno dei suoi protagonisti.
Il mondo rappresentato da Villaggio è un palcoscenico sgangherato, privo di leggi, dove dominano soltanto i vezzi dei potenti, mentre i poveri si ritrovano ad essere vittime da sodomizzare con cetrioloni, carote bollite, murene! Oppure cadono stremati sui pavimenti gelidi di carceri buie e tenebrose.
Lo scrittore è affascinato dalla forza della cattiveria, senza condividerla, questo è chiaro: i vezzi di re, imperatori – tutti dediti a ubriacarsi, passare le serate fra orge con donne, bambini, animali – narrano di un mondo sopraffatto dal ridicolo, ove giustizia viene immancabilmente sconfitta.
Storia della libertà di pensiero denuncia proprio la disfatta: non c’è onestà in siffatto mondo, né mai ci sarà. A volte appaiono dei barlumi, uomini eccezionali, ma in fondo perfino pazzi e fuori di senno.
Il libro sarebbe inquietante se tutto ciò non venisse trattato con la leggerezza e l’allegria di un comico provetto. Ecco che ogni cosa viene travolta da una poderosa risata, anche i cattivi vengono assolti e diventano simpatici, mentre i buoni sembrano solo degli idealisti mattacchioni.
Esilarante a tratti, il libro mantiene viva l’attenzione del lettore, soprattutto per certe descrizioni davvero spassose: i capitomboli di Socrate, i sofisti che filosofano pure sul deretano, Diogene frustrato e puzzolente, Cesare che parla il linguaggio dei butteri, Giordano Bruno sbattuto in carcere nel buio più totale, fino ad avere gli occhi bianco lattiginosi come un pipistrello.
Alcune figure minori sono perfino melanconiche. Villaggio conosce bene le arti della retorica, e sa alternare la risata alla mestizia. È il caso di Fabio, un portalettere che predicava le stesse speranze di Cristo, e crocifisso l’identico giorno. Sotto la croce, un centurione imbarazzato consola la madre: “Signora, mi creda, mi dispiace moltissimo. Conoscevo suo figlio, so cosa pensava e le cose che diceva in giro. È stato un uomo straordinario e non è morto invano. Vedrà, non sarà dimenticato. Mai! Di lui si parlerà anche fra 2000 anni!”
Diversa sorte invece per Gesù: “Longino si avvicinò a Maria e l’abbracciò: “erano troppo pericolose le cose che predicava, e io i giudei li conosco bene, sono animali feroci. So che ha la fortuna di avere due figli. Consideri questa tragedia solo un evento molto doloroso della sua vita e cerchi di dimenticare. In ogni caso, fra due settimane o tre al massimo, di suo figlio non si ricorderà più nessuno…”
Così è la vita…e sorte simile capita a chiunque percorra una strada differente. ‘Il libro è dedicato a tutti quelli che non sono stati creduti e che sono stati perseguitati, torturati e uccisi’: ancora una volta il serio si mischia al faceto, ed il risultato è pienamente soddisfacente. Storia della libertà di pensiero coinvolge e fa ridere, e certamente sdrammatizza ogni vicenda senza tuttavia abbandonare il lettore ad una lettura estiva in cui sembra necessario lasciarsi andare alla banalità, al vuoto pneumatico. Senza risultare eccessivamente complicato, Villaggio ci regala un libro simpatico e scorrevole, mai insipido.
Il titolo, curiosamente, non sembra il più adatto a descrivere delle biografie in cui la lotta per la libertà di espressione spesso cade in secondo piano, ma è solo l’impressione iniziale: l’emancipazione, la fuga dall’autorità, a mio giudizio, è centrale perché è la posizione auspicata da Paolo Villaggio per ognuno di noi: ciascun uomo dovrebbe avere la libertà di raccontare la sua interpretazione della storia, oltre la trama ufficiale. Questa elaborata dall’attore genovese è senza dubbi di sorta molto più verosimile di alcune versioni riconosciute e decantate...
L’aspirazione seria viene naturalmente coinvolta dall’immancabile vena del nostro, il quale ci confida che probabilmente resterà irrisolta perché ‘purtroppo è facile prevedere che una nuova, terribile, invisibile e subdola forma di dittatura ci riporterà in pochi anni a quella comoda condizione della assoluta mancanza della libertà di pensiero. Forse saremo più felici, ma vivremo incatenati in lunghe file a costruire nuove piramidi’. Auguri…