Richard Yates – Undici Solitudini

Minimum Fax, 2006 – euro 10 – pp. 257

di Mirko Zilahy De Gyurgyokai

Undici solitudini

“Eleven Kinds of Loneliness”, data d’origine 1962, è senza dubbio uno degli esperimenti di short fiction più interessanti del panorama americano del secondo Novecento. L’aura di normalità dei personaggi e l’essenzialità che pervade codesti undici racconti - “Il dottor Geco”, “Tutto il bene possibile”, “Jodi ha il coltello dalla parte del manico”, “Nessun dolore”, “Una gran voglia di punizione”, “Contro i pescicani”, “Il regalo della maestra”, “Il mitragliere”, “Un buon pianista di jazz”, “Abbasso il vecchio!”, “Costruttori” – è stata difatti paragonata a quella dell’inarrivabile masterpiece di Joyce, “Dubliners”. Minimum Fax li propone nella ricca, eppur abbastanza giovane (2003), collana “Minimum Classics” ove compaiono, fra gli altri, Tevis, Barth e Malamud.
Grande costruttore di dialoghi e ritrattista d’ambienti e situazioni piane, Yates raggiunge, in alcune delle short stories qui raccolte, una precisione d’effetto, quotidiano e assieme straniante. La solitudine, come la paralisi joyciana, anima tutte le undici storie, che compongono un quadro dalle forti tinte autobiografiche: il periodo scolastico, quello del militare, o al sanatorio, momenti di vita matrimoniale o di lavoro d’ufficio. In ogni racconto si legge l’oscillazione temporale fra età giovane, adulta e vecchiaia. In scena l’America del sogno, allora ancora in piedi, quella della piccola borghesia degli anni Cinquanta. Di contro anche personaggi minimi: tassisti, segretarie e maestre, uomini d’armi e adolescenti emarginati. Tutti con una gran voglia di convenzionalità: negli anni di Eisenhower conformismo vuol dire protezione, sicurezza. Ma proprio in quel conformismo sta la solitudine della gente che Yates presenta, assieme ad un diffuso, bieco egoismo.
I capitoli più riusciti, benché il risultato sia abbastanza uniforme sono “Il dottor Geko” - ove c’è un “nuovo ragazzo” inserito in classe da un’insegnate troppo zelante nel farlo ambientare, la quale perciò si merita, di ritorno, un semplice e radicato odio infantile. In “Nessun dolore” un uomo, Harry, giace in un letto d’ospedale, fra figure improbabili che animano le corsie. La moglie Myra al suo fianco, una presenza che man mano si fa pesante, insopportabile, a causa del tradimento che va perpetrando.
La prosa di Yates è qui di una piattezza voluta e sconcertante. Desolante come la miseria dei destini in ballo. Terribili ed inevitabili le conseguenze. Un libro grande e a suo modo tragico, di una tragicità quotidiana e dovuta. La violenza della rabbia - ad esempio ne “Il Mitragliere” ove va in scena il tentativo di un’esecuzione sommaria ai danni di un commilitone – non ha mai conseguenze sulla realtà, ma è sempre fine a se stessa, senza valori cui rifarsi, senza ribellione. Semplicemente come mero sfogo.